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GLI ANNI SETTANTA A ROMA. UNO SGAMBETTO ALLA STORIA? LA RESPONSABILITÀ È DEL PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI

di Roberto Lambarelli

ArteeCritica numero zero

Jannis Kounellis, Senza titolo, 1973. Collezione privata. Courtesy Konrad Fischer Galerie, Düsseldorf / Berlino.

Attorno all’ultima mostra del Palazzo delle Esposizioni, Anni ’70. Arte a Roma, non dico che ci sia stata una grande aspettativa (del resto non ce ne è stata da anni, nemmeno per quella tanto annunciata Empire State. Arte a New York oggi, che si è rivelata essere soltanto un avvenimento mondano), ma sicuramente un certo interesse lo ha sollevato, avendo risvegliato dall’apparente torpore i protagonisti di una stagione che per molti versi ha rappresentato la bestia nera della storia recente: gli anni difficili, il decennio della sparizione dell’arte, la nascita del postmoderno e l’incubazione del capitalismo assoluto e totalitario. Ho detto bestia nera, ma forse avrei dovuto dire, almeno dal punto di vista artistico, chimera, tanto gli anni settanta sono stati guardati, ambiti, a volte involontariamente saccheggiati da ben due generazioni di artisti nate tra gli anni novanta e i duemila, senza averli quasi mai non dico superati ma raggiunti.
Se dovessi dare un giudizio sulla mostra con un pensiero liberato dalla storia e dalla critica, diciamo dal punto di vista curatoriale postmoderno, direi che è molto bella, che le opere sono state selezionate con grande attenzione alla qualità, tutte allestite in modo ineccepibile. Se dovessi però metterci dentro una considerazione critica allora direi che, siccome gli artisti sono rappresentati mediamente con un’opera ciascuno, diventa impossibile distinguere il buono dal cattivo, per non dire dal geniale. Tutti affiancati uno all’altro secondo un criterio da regesto. Se dovessi poi vederla dal punto di vista storico, alcune presenze legate agli anni cinquanta (Turcato e Burri) o agli anni ottanta (Salvatori e compagni) spezzano l’unità, a cui andrebbero ricondotti gli anni settanta per poterli considerare in una continuità con i precedenti e con i successivi. In tal modo si perde il vero significato di quel periodo, che ha rappresentato nel suo nocciolo duro l’entrata in crisi definitiva della condizione di avanguardia. Perché negli anni settanta si poteva parlare ancora di avanguardia e dopo non più? Una semplicissima domanda alla quale già le stesse opere presentate in mostra, ma disposte in altro ordine e con altra modulazione, avrebbero potuto rispondere.
Ma ripeto, la mostra è bella e le opere selezionate secondo qualità. Questo vuole il Palazzo delle Esposizioni, questo vuole il sistema globalizzato. La storia e la cultura nel loro farsi sono un’altra questione. È imbarazzante vedere quelle opere portatrici di esperienze devastanti e devastate ridursi a far bella mostra di sé, non riuscendo nemmeno a trasformarsi in un pallido simulacro del clima degli anni di piombo. Ma il Palazzo delle Esposizioni vuole essere una macchina spettacolare. Il visitatore/cliente entra dall’ingresso principale, dalle biglietterie, arrivandoci dallo scalone di via Nazionale che lo accoglie a fauci aperte, per uscire da una piccola porta di servizio laterale, passando per un obbligatorio e tortuoso percorso, come un intestino, all’interno del bookshop, in fondo al quale, come in un anonimo autogrill autostradale, c’è una cassiera alla quale rispondere degli acquisti. Questa era una mostra che avrebbe dovuto fare il MACRO e che invece non ha fatto. Bisogna riconoscere perciò a Daniela Lancioni il coraggio di avere intrapreso tale avventura, con l’avvertenza che però forse non è quello il luogo, non è quella la modalità per disvelare il vero significato degli anni settanta.
Se ormai siamo assuefatti alle mostre globalizzate degli ori, dei tesori, dei preziosi, per le quali il Palazzo delle Esposizioni sembra avere una naturale vocazione, di fronte a questa mostra si prova un sussulto, uno scarto nella memoria; ma davvero sono stati questi gli anni settanta? Appare evidente che questa mostra, che attiene ancora alla cronaca seppure sublimata in regesto, lascia appena intravedere una possibile storia interna, ma senza considerare affatto che le idee e gli eventi di quegli anni portano con sé il segno di una trasmutazione epocale, il passaggio dall’avanguardia al postmoderno. In questo senso sarebbe indispensabile scrivere una controstoria degli anni settanta che iniziasse magari dalla stessa Vitalità del negativo, che appare l’evento guida di questa mostra, leggendola però come l’espressione di una contraddizione, come l’inizio della fine dell’avanguardia. Una mostra che mentre parlava il linguaggio della contestazione, già si consegnava all’ufficialità; mentre parlava, in nome degli artisti di “scarto della motivazione economica”, si offriva come incunabolo di un processo che culminerà nella nascita del Beaubourg, nel quale puntualmente Maurizio Calvesi individuò il supermarket dell’avanguardia. Era il ’77, il postmoderno, non ancora teorizzato da Jean-François Lyotard, bussava già prepotentemente alle porte della storia annunciando la sua fine imminente, come poi sentenzierà Francis Fukuyama, all’inizio degli anni novanta.

Pubblicato in "Arte e Critica" n. 77, inverno 2014

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