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ADRIÁN VILLAR ROJAS. IMPORTANZA DEL CONTESTO E SVILUPPO DI NUOVI MONDI

di Alberto fiore

L’aspetto emotivo dei progetti di Adrián Villar Rojas è parte fondante dei suoi lavori e l’emotività è anche uno degli aspetti principali che quest’artista riesce a smuovere nei visitatori provocando un senso di ansia e inquietudine. Quando negli scritti d’arte, a commento di un’opera o ricerca, si toccano questi temi, molto spesso avviene per mancanza di argomentazione o in maniera superficiale, ma in alcuni casi – e questo è uno di essi – è necessario tirarli in causa in quanto sono effettivamente una delle prime e reali volontà di un artista davvero in grado di traslare le proprie idee in organizzazioni spaziali evocative. Dallo stare in un luogo, viverlo in prima persona e lasciarlo interagire con i propri interessi, nascono i concetti su cui lavorare per dare una forma tangibile alle proprie idee. Forme capaci di creare mondi. Assunto, quest’ultimo, assai raro nel panorama odierno di artisti della stessa generazione di Rojas e non solo.

ADRIÁN VILLAR ROJAS

Today We Reboot The Planet, installation view at Serpentine Sackler Gallery, London, 28 September - 10 November 2013 © 2013 Jörg Baumann.

Il contesto è il suo strumento principale. L’artista “[…] fa ciò che lo spazio merita”1. Ha dato più volte prova della sua capacità di gestire e connotare ambienti e luoghi secondo i suoi interessi e in base alle possibilità fornitegli dallo spazio. Lo dimostrano gli interventi degli anni passati alla Biennale di Venezia (2011), a dOCUMENTA nel 2012, fino ai più recenti La inocencia de los animales al MoMA PS1 e Today We Reboot the Planet alla Serpentine Sackler Gallery di Londra, entrambi nel 2013 e, quest’anno, lo stupendo Two Suns alla Galleria Marian Goodman (New York) e la mostra Rinascimento, attualmente in corso alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino.

ADRIÁN VILLAR ROJAS

Today We Reboot The Planet, installation view at Serpentine Sackler Gallery, London, 28 September - 10 November 2013 © 2013 Jörg Baumann.

I riferimenti e le suggestioni che un visitatore può trarre davanti alle sue opere sono innumerevoli perché sono molteplici le stratificazioni culturali, formali e di approccio al lavoro che strutturano il suo operato. Jannis Kounellis affermò che “Bisogna pensare alla galleria come a una cavità teatrale, drammatica”2 Ed è proprio questa attitudine di Kounellis la stessa che, con le doverose differenze del caso, si ritrova nei lavori di Rojas. Un “dramma”, dunque azione, storia; una narrazione realizzata anche grazie a una spiccata capacità di confrontarsi con la “cavità” dello spazio espositivo. La forte identità della cultura mediterranea nelle opere di Kounellis trova però in Rojas, argentino, una differenza di sorgenti: letture e musica, ma anche film e videogame, il tutto sempre legato all’esperienza vissuta con e nelle cose che contraddistinguono il vivere contemporaneo. Ed ecco allora che nel suo lavoro si trovano elementi che dalla civiltà preistorica ci spingono a immaginare un futuro fantascientifico, muovendosi liberamente fra i secoli della storia. Questi “reperti” che permettono il viaggio sono spesso realizzati in argilla non cotta e all’occorrenza si integrano o sono innestati a elementi organici reali, oggetti della nostra contemporaneità o di epoche passate oppure future. Il risultato è prova di un muoversi sicuro fra numerosi livelli culturali, ere storiche e luoghi.
Nel loro essere temporanee, destinate a non durare nel tempo, le narrazioni di Rojas possiedono epicità perché capaci di trasmettere una memoria culturale propria. Se pensiamo che spesso si tratta di “reperti” nati dalla fantasia dell’artista, questo rende il tutto ancora più straordinario.

Parreno

Two Suns (II), 2015. Courtesy the artist and Marian Goodman Gallery, New York / Paris / London. Photo Jörg Baumann.

Guardando alcune sue opere e considerando la sua capacità di creare situazioni all’interno di nuovi immaginari, tornano alla mente certi “mondi” nati dall’immaginazione di Luigi Mainolfi, in modo particolare negli anni ottanta, artista che peraltro ha trascorso la sua infanzia in Sudamerica. Fra i due vi sono interessanti affinità. Non si parla ovviamente dell’uso della creta, che renderebbe questo inciso di assoluta banalità – peraltro in Mainolfi si tratta di terracotta – oppure dell’utilizzo della campana come soggetto scultoreo, che risulta comunque un’analogia interessante. Qui si vuole fare accenno, invece, sia alla comune volontà nel non “affezionarsi” al già fatto per poter meglio sviluppare novità future nella propria ricerca, sia dell’importante attitudine all’immaginario, alla creazione di nuovi sistemi capaci di trasmettere la storia di possibili e nuove civiltà. Al sogno favolistico di Mainolfi, però, Rojas contrappone una maggiore inquietudine derivata dai temi trattati, un dramma epico trasmesso anche, ma non solo, dalla scala dei suoi interventi.

ADRIÁN VILLAR ROJAS

Rinascimento, exhibition view at Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin, 2015. Photo Paolo Saglia.

I suoi lavori nascono da un gioco di squadra. Un team di scultori e ingegneri è gestito dall’artista-regista che segue e stimola reazioni, dunque, dialogo, cosciente della possibilità di crescita derivante da questo confronto. L’artista diventa anche “documentarista” quando disegna e fotografa l’iter di realizzazione e sviluppo dei suoi lavori. Sono momenti del processo molto importanti perché possono determinare nuove e differenti forme e, conseguentemente, differenti ricordi nella memoria del visitatore.
A Torino Rojas non presenta un lavoro realizzato servendosi dell’argilla con superfici a craquelé. Rende la Fondazione Sandretto un luogo architettonicamente non connotato come spazio espositivo. Nasconde dietro un muro la biglietteria, toglie il bookshop e chiude il passaggio verso la caffetteria. L’edificio diventa un luogo con stanze illuminate da luce naturale durante il giorno e da uno specifico tono luminoso pensato per le ore di buio. Dall’ingresso si accede direttamente al primo spazio. Un ampio e alto corridoio che costeggia le sale laterali. Qui Rojas ha posizionato come delle “isole di significati”, indumenti e oggetti appartenuti a singoli individui ora non presenti.

ADRIÁN VILLAR ROJAS

La Inocencia de los Animales, exhibition view at MoMA PS1, New York, 2013. Courtesy the artist; Marian Goodman Gallery, New York / Paris / London and Kurimanzutto, Mexico City. Photo Matthew Septimus.

Queste “presenze assenti”, in questo lungo spazio, portano alla mente i Shelter Drawings di Henry Moore. Entrando nella prima delle stanze si è soli fra quattro mura. Nessuna connotazione nella sala. La “nuova civiltà” che ha scelto o è stata obbligata a “rinascere” su nuove basi – Rinascimento è il titolo della mostra – ha deciso che questo non era uno spazio da abitare. Nella successiva grande stanza si apre un ritmo più o meno regolare di massi che ricordano le organizzazioni di rocce di civiltà primitive. Rojas crea un tempo nuovo, un nuovo momento storico all’interno del quale una civiltà è appena stata rifondata. Sui massi vi troviamo cibo, utensili e manufatti. I materiali organici seguono il loro naturale deperimento provocando i conseguenti odori. Banale e semplicistico sarebbe qui fare riferimento alla lezione dell’Arte processuale. Gli ambienti della Fondazione diventano come spazi vissuti, non più espositivi.

ADRIÁN VILLAR ROJAS

La Inocencia de los Animales, exhibition view at MoMA PS1, New York, 2013. Courtesy the artist; Marian Goodman Gallery, New York / Paris / London and Kurimanzutto, Mexico City. Photo Matthew Septimus.

Su questi massi, dove pochi sono i testimoni della cultura di massa contemporanea, l’artista ha quindi disposto utensili, frutta e porzioni di cibo, oggetti come accendini, monete, anfore. Il tutto comunica la presenza di una “civiltà essenziale”, basata su caccia, pesca, agricoltura, lavorazione dei metalli e del vetro che ha vissuto ma superato, per un motivo a noi sconosciuto, l’evoluzione moderna degli stili di vita. Fra i reperti posti nel corridoio e quelli presenti in questa stanza è avvenuto un passaggio nell’etica di vita e nei tempi a essa legati. Alcuni nuclei di elementi sulle rocce sono come se dessero carne alla pittura di natura morta e vanitas del XVII secolo, ma alla giustapposizione compositiva di quei quadri Rojas restituisce un reale vissuto di “cosa in atto”.
Nessuna pubblicazione accompagna questa mostra, ed è facile comprenderne i motivi. Qui una nuova storia è in corso, dunque sarebbe stato prematuro un “fermo d’immagine” derivato da un’analisi razionale basata su documenti e testimonianze.
Anche in quest’occasione di Torino Rojas dà nuovamente prova della capacità nell’uso dello spazio a sua disposizione. Una capacità dettata dalle sue necessità e dai suoi interessi.
Nei lavori di numerosi artisti di oggi spesso percepisco quasi una volontaria forzatura verso l’aspetto installativo, come se l’opera quasi derivasse da questa scelta di approccio spaziale e non viceversa. Wasilij Kandinskij scrisse che “Tutti i mezzi sono sacri se sono intimamente necessari. Tutti i mezzi sono sbagliati se non scaturiscono dalla necessità interiore”3. Facendo esperienza delle opere di Rojas realizzate finora, risulta immediato che il suo servirsi dello spazio, del contesto, sia un “mezzo sacro”.

Note
1. Organic Systems, a cura di K. Noble, intervista a Adrián Villar Rojas, in “Frieze”, n. 155, maggio 2013, p. 188.
2. Jannis Kounellis, a cura di G. Celant, Mazzotta, Milano, 1983, p. 139.
3. Wasilij Kandinskij, Lo spirituale nell’arte, SE, Milano, 1989, p. 58.

 

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