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ANNE-MARIE SAUZEAU VERSO CARLA LONZI E RITORNO

di Roberto Lambarelli

Mi è sempre stato noto il rapporto che legava a distanza Anne-Marie Sauzeau a Carla Lonzi, due donne accomunate dal medesimo rigore intellettuale dentro il proprio tempo storico e, in quanto compagne d’artista – di Alighiero Boetti e di Pietro Consagra –, impegnate in una battaglia esistenziale inedita. Compagne d’artista, quasi che fosse una categoria distintiva di una sensibilità affinata nel superare le maggiori contraddizioni della vita.
“La donna è dialogo l’uomo è singolo” affermava Carla Lonzi, a ricordare una diversità vera a quel tempo, tra gli anni sessanta e settanta, all’inizio cioè di un processo di trasformazione radicale, antropologica, culturale della società.
Ritornato con il pensiero a Carla Lonzi e ai suoi scritti d’arte un paio di anni fa, in occasione della ripubblicazione con et al./EDIZIONI, mi si riaffacciò l’idea che le sue scelte esistenziali, poste a ridosso del fatidico Sessantotto, aprissero uno spiraglio per comprendere cosa è accaduto nello spazio di tempo che conduce da allora ai nostri giorni. Lonzi è stata una donna rivoluzionaria, nonostante la sua educazione per così dire classica, o forse proprio in forza di essa. Quando decise di smettere la professione di critico (non tardò a denunciarne le ragioni nel 1970 in un testo dal titolo più che eloquente: La critica è potere) per dedicarsi completamente alla causa femminista, l’immagine che ne avemmo noi giovani, non ancora ventenni, fu quella di un risoluto gesto di ribellione. Una decisione che si poteva interpretare più che come un atto di rinuncia, come un’azione eroica, per certi versi – voglio tentare un azzardo – anticipatrice della scelta di clandestinità, intesa come sottrazione dai ruoli codificati nella vita civile, che fecero in molti, più tardi, prima del grande pentimento.
Quale dunque il legame tra l’arte, che ancora allora si voleva pensare d’avanguardia, e il femminismo nel quadro più generale delle istanze rivoluzionarie di quegli anni? Questo era l’interrogativo che riaffiorava rileggendo Carla Lonzi. E chi poteva rispondere meglio di Anne-Marie Sauzeau?
Quel gesto plateale di Lonzi di abbandono della critica corrispose più che ad una rinuncia alla professione, ad una scelta esistenziale che la porterà alla fuoriuscita dal mondo dell’arte, per lei emblematicamente rappresentato da Pietro Consagra, artista, certo, ma anche uomo (l’epilogo di quel rapporto è contenuto nella registrazione di quattro giornate di intenso dialogo, trascritto e pubblicato da Rivolta Femminile nel 1980). Un rapporto ed una combinazione, quella di artista e di uomo, che metterà Lonzi di fronte a enormi, insanabili, contraddizioni.
Se la rinuncia alla critica d’arte era direttamente ricollegabile alla posizione espressa da Tommaso Trini in Gennaio 70 (“... la posizione di chi rifiuta di impegnarsi in azioni culturali che ritiene false, di partecipare a mostre collettive, d’integrarsi nei canali delle istituzioni ufficiali e del commercio privato, in quanto strumenti di propaganda dell’ideologia borghese”), allora la decisione di abbandonare la professione da parte di Lonzi non era propriamente una rinuncia. Impegnarsi per il femminismo era decisamente un obiettivo superiore, che non solo presupponeva la critica d’arte, riassorbendola, ma che sublimava la stessa creatività artistica.
Quell’innalzamento d’obiettivo arrivava dopo la pubblicazione di Autoritratto (De Donato, 1969), il libro che le rese una certa notorietà nel mondo dell’arte. Nell’impostazione del volume vanno cercate le ragioni delle sue scelte. Autoritratto raccoglie un certo numero di interviste rivolte ad artisti contemporanei, giovani e meno giovani, affermati o meno noti, ma con una particolarità, che le interviste, cioè, non sono restituite secondo il loro naturale svolgimento, bensì fondendo tra loro domande e risposte in sequenza arbitraria, dando vita così ad un nuovo ordine, decisamente più creativo.
Spezzando l’unità originale dei dialoghi, alterandone la continuità spazio-temporale, se non ignorandola del tutto, si eludeva non soltanto la continuità storica, come del resto appare già evidente nella scelta di mettere insieme, per esempio, Fontana o Consagra con Nigro e Scarpitta o con Fabro e Paolini, artisti diversi per generazione, ma anche per stile, linguaggio, poetica. Spezzando l’unità originale dei dialoghi si superava anche la pratica dialettica, implicita nell’intervista, nella conversazione, insomma nel gioco tra domanda e risposta.
Per dissipare ogni dubbio sul chiaro intento di Lonzi di scalzare metodo storico e metodo dialettico, basterebbe considerare l’inequivocabile e quanto mai irriverente titolo che scelse per una raccolta di scritti successivi, Sputiamo su Hegel (Scritti di Rivolta Femminile,1974), ove Hegel veniva scelto come il maggior rappresentante di quella tradizione borghese che bisognava assolutamente interrompere.
Lonzi è esplicita sulla storia: “La storia è il risultato delle azioni patriarcali”, lo è ancor di più sulla dialettica: “La donna non è in rapporto dialettico col mondo maschile”. A tal proposito ha le idee ben chiare: “Le esigenze che essa (la donna, ndr) viene chiarendo non implicano un’antitesi, ma un muoversi su un altro piano”. Muoversi su un altro piano, il neretto è suo, significa dunque muoversi non più sul piano della dialettica, ma nemmeno su quella dell’uguaglianza, quanto piuttosto porsi su quello della differenza. Solo che questa scelta implicava anche il superamento della modernità, di quella modernità scaturita dalla dialettica delle classi sociali che ancora negli anni in cui si svolgeva la sua vicenda era caratterizzata, almeno sul piano teorico, dalla centralità di Marcuse (una delle tre emme insieme a Marx e Mao) e dall’attualità di Adorno e della sua dialettica, ancorché rivolta al negativo.
Uscire da quella modernità era forse proprio ciò che Lonzi si proponeva, anche se non lo ha mai esplicitato chiaramente. In ogni caso, “muoversi su un altro piano” era una precisa indicazione che stava a prefigurare una realtà alternativa nella quale le donne avrebbero avuto il proprio riconoscimento.
Tale ipotesi presupponeva che le donne si costituissero come categoria, allo stesso modo dei giovani che, con il Sessantotto, si erano rivelati essere un vero e proprio soggetto politico. Femminismo e Movimento si trasformavano in nuove entità che, assieme alle altre minoranze, produssero di fatto la crisi e il superamento della concezione dialettica della storia.
Per capire quanto Lonzi, compiendo quel suo gesto plateale di abbandono del mondo dell’arte in quel delicato passaggio tra la fine dei sessanta e primissimi settanta, si muovesse su un altro piano, bisogna confrontare la sua posizione con quanto accadeva all’interno del mondo artistico coevo, che si fregiava ancora della definizione di avanguardia e che si poneva semplicemente in antagonismo. Va confrontata, per esempio, con la posizione di Germano Celant riassumibile nel sottotitolo del suo noto articolo dedicato all’Arte povera: Appunti per una guerriglia (era la fine del ’67) o con il concept della mostra curata da Bonito Oliva Vitalità del negativo (1970), ancorato a posizioni contro, smentite poi però dall’ambire ai riscontri nell’establishment ufficiale.
Fatto sta che nelle scelte di Lonzi è possibile già individuare gli elementi di quella trasformazione che ha caratterizzato poi il post-moderno. In questo senso, per esempio, potremmo inscrivere Autoritratto tra i precedenti di quella diffusa pratica dell’intervista che sarà propria dei curatori a partire dagli anni novanta, dell’intervista come un tu per tu che diventa mezzo di connessione con l’artista, privilegiato rispetto all’opera.
Ricordava Lonzi nell’ultimo suo scritto dedicato all’arte e pubblicato in Identité Italienne (1981): “... ho scelto questi artisti quasi prima che diventassero artisti e quando ormai non potevano che essere artisti, mentre i critici aspettavano risultati e garanzie”. Una dichiarazione che non solo conferma il suo modo di intendere il critico fuori dall’ufficialità, ma che lo vede legato all’artista. Insomma, il critico come compagno di strada, a confermare quanto la parte umana, esistenziale, avesse per lei maggiore importanza.
Erano più o meno questi i temi sui quali avrei voluto confrontarmi con Anne-Marie Sauzeau, sapendo che avrei trovato in lei una interlocutrice consapevole, cosciente delle trasformazioni culturali intervenute da allora, pronta a ripensare il percorso fatto dalle donne e nel difficile, a volte contraddittorio, rapporto tra arte e femminismo attorno al tema della creatività.
Le espressi questo mio desiderio in occasione della mostra dedicata dal MAXXI ad Alighiero Boetti. Era d’accordo, ma non riuscivamo a concretizzare un’occasione, così, qualche tempo dopo, senza preannuncio, mi inviò il testo che pubblichiamo di seguito. Il testo racconta la vicenda intensa e drammatica di Carla Lonzi, ma allo stesso tempo riflette la personale, e altrettanto complessa vicenda di Anne-Marie. Una storia fatta di quel medesimo inestricabile intreccio, “un’unica avventura” di arte e femminismo, di donna e di compagna d’artista.
Un rapporto vissuto a distanza (“Carla Lonzi – scrive Sauzeau nell’abbrivio – è una presenza alla mie spalle, come un’ombra che si profila nella mia esistenza da una quarantina di anni...”), ma cementato da una profonda intesa, una osmosi culturale ed esistenziale.
Nel suo racconto, Sauzeau tocca diversi registri, dalle vicende più intime al sodalizio con le donne. È consapevole che Lonzi c’entra con il suo percorso di critica, con il suo percorso di femminista, con la sua esistenza di compagna d’artista; forte di ciò, allude ad un comune destino, fatto di “ricorrenze le cui date non mancano di coincidenze tragiche”, azzarda anche un’ipotesi per Lonzi: “le arti visive forse non erano la sua vera passione, semmai era la scrittura”.
Nel racconto manca il contesto storico, non un riferimento al significato di quelle vicende nel contesto di quegli anni, pur così densi di significato. Forse, al di là di tutto, anche per lei la parte umana, esistenziale, ad un certo punto ha prevalso sul resto?

QUESTO SCAMBIO DI EMAIL AVVENUTO TRA IL FEBBRAIO 2013 E IL MAGGIO 2014 SPIEGA MEGLIO DI QUALSIASI INTRODUZIONE LE RAGIONI E LA STRUTTURA DI QUESTE PAGINE.
MI È SEMBRATO IL MODO PIÙ GIUSTO PER RICORDARE ANNEMARIE

27 febbraio 2013
Cara Annemarie, ricorderai, l’ultima volta che ci siamo incontrati è stato alla mostra di Alighiero al MAXXI, a proposito della quale ho voluto pubblicare sul numero in uscita una mia considerazione sul suo lavoro a partire dal mio rapporto con lui. Nel nostro breve incontro ti ho proposto una conversazione su alcuni dei temi contenuti nel libro di Carla Lonzi Vai pure. Del libro, purtroppo, ne possiedo una sola copia, ma se tu sei d’accordo, potrei provare a fartene avere un pdf.
Un caro saluto
Roberto

27 febbraio
Caro Roberto, ricordo perfettamente, gradirei se mi mandi un pdf del libro. 
mandami per cortesia anche il tuo articolo su Alighiero. A meno che io non lo trovi nell’ultimo numero di Arte e Critica, che mi mandi sempre a casa a Roma, e che troverò lunedì prossimo... 
a presto comunque,
Ànnemarie

13 marzo
Ciao Annemarie, piuttosto che inviarti il pdf vorrei farti avere una copia del libro.
Per favore fammi sapere a quale indirizzo spedirlo.
Grazie e a presto
Roberto

16 marzo
Caro Roberto, finalmente trovo il tempo (la domenica) per parlarti del tuo articolo. Non solo è intenso, visto dall’interno della circolazione di energia intellettuale e affettiva del nostro, ma riveli anche di aver due opere! da far registrare in Archivio se lo desideri. interessante il gioco a 4 fogli e operazioni. (...)
Per Lonzi, aspetto il libro grazie, mi farò prestare di nuovo il libro di lui, quella sua autobiografia rude e forte (non ricordo più il titolo ora!), mi aveva fatto capire parecchio... Torno a metà aprile e mi fermerò più giorni, magari ci vediamo!
Annemarie  
18 marzo
Cara Annemarie, leggo le tue parole con grande piacere.
Se puoi fammi sapere con un po’ di anticipo quando sarai a Roma, così ci vediamo e parliamo di tutto.
Un caro saluto
Roberto

30 settembre
Cari amici, mi rallegra l’idea di quel seminario motivato con l’”eccellenza scientifica e estetica” della catalogazione dell’opera di Alighiero. Per l’Archivio l’iniziativa costituisce un forte stimolo ad affrontare gli ultimi 2 volumi del Catalogo Generale, anche se sono personalmente in un momento di difficoltà e di energia minore. Comunque parteciperò all’incontro e spero di incontrare alcuni di voi. Un cordiale saluto,
Annemarie Sauzeau

30 settembre
Cara Annemarie, è sempre bello ricevere tue notizie anche se mi dispiaccio per la tua sicuramente momentanea “energia minore”. Ci vediamo alla presentazione.
Un caro saluto
Roberto

5 gennaio 2014
Caro Roberto, ecco un regalo della Befana, che ho ritrovato “ripulendo” il computer... persino un’immagine.
(...)
Auguri a ArteeCritica e a te, un caro saluto
Annemarie

18 gennaio
Carissima Annemarie,
scusa se non sono riuscito a risponderti prima ma, come ti ho accennato al telefono, eravamo nei giorni della chiusura del numero che, finalmente, è in stampa.
Volevo leggere il tuo testo con tutta l’attenzione necessaria. Ora l’ho fatto e l’ho trovato straordinario, puntuale nell’individuazione delle problematiche che hanno assalito la Lonzi posta al centro di travagliate dinamiche esistenziali e di problematici eventi storici.
Non so se hai scritto questo testo a seguito della nostra conversazione e dopo avere ricevuto da parte mia il libro Vai pure, ma di fatto il tuo scritto risponde ai tanti interrogativi che mi ero posto scrivendo un articolo in occasione della pubblicazione della raccolta dei suoi scritti sull’arte (se avessi voglia di scorrere il testo lo puoi trovare a questo indirizzo:
http://www.arteecritica.it/archivio_AeC/71/articolo04.html.
Il fatto è che da allora ad oggi, dovendo scrivere su un certo sviluppo della critica d’arte dagli anni settanta in poi, sono inciampato di nuovo nella Lonzi, in particolare nel suo “Autoritratto”, interpretandolo come il risultato di un nuovo atteggiamento in linea con i tempi, ma anche come il possibile inizio di una deriva postmodernista.
Mi sembra, infatti, di poter ravvisare in lei la volontà di mettere in crisi definitivamente qualsiasi forma di processo storico che, in quanto tale, tendeva ad un attualismo che ha trovato poi nella figura del “curatore internazionale” la sua massima espressione. Penso per esempio alle pratiche curatoriali espresse nella forma-intervista (leggi Obrist, per esempio) oppure nella forma-mostra, intesa come esplicitazione di una critica creativa (vedi il successo di Szemann presso i curatori degli anni 2000) o nel presunto rapporto simbiotico tra artista e curatore.
Mi rendo conto che la questione così posta esula da una restituzione della figura della Lonzi e delle problematiche ad essa connesse, ma chissà che tu non possa dirmi qualcosa.
Comunque mi piacerebbe pubblicare il tuo scritto sul prossimo numero, se sei d’accordo.
Un carissimo saluto
Roberto

18 gennaio
Mi va tutto bene e desidero leggere il tuo testo. Ti confermo che il mio è l’intervento che ho pronunciato in quella cascina fuori Milano (di et al. l’editore) ed è di taglio femminista o post-femminista dato il contesto. L’ho solo ripulito dopo, in previsione di tenerlo o stamparlo. (...)
Comunque contiene anche una valenza che riguarda la posizione del critico, che era innovativa ... ma indebolita dalla nevrosi personale. Per questo, la nota di speranza, forse di ritorno annunciato all’arte, mi aveva interessato. Purtroppo lei è scomparsa con il suo segreto.
Sarò a Roma tutta la settimana prossima, possiamo sentirci, ma avrò poco tempo e poca energia oltre a quella che mi mangia l’Archivio. (...)
A presto. AM
Envoyé de mon iPhone

22 marzo
Caro Roberto, sono passata a Roma  per pochi giorni, non ho avuto un attimo per chiamarti, e vederti sarebbe stato ancora più improbabile!
tornerò ad aprile, ma idem.
Avendoti già spedito il mio testo su Lonzi, prego TE di fare un’ipotesi e di propormela! io non ho tempo o energia. (...)
Ma visto che ci tenevi molto, mi aspetto che tu faccia assai presto...
un caro saluto 
Annemarie

26 maggio
A che punto siamo? non aspettare me a Roma, non posso venire.  Ma sarei felice che uscisse.
un caro saluto, 
Annemarie

26 maggio
Cara Annemarie, vorrei rimandare la pubblicazione del tuo testo al prossimo numero (in uscita a settembre). Le ragioni sono diverse ma la più importante è che non sono riuscito a scrivere sui motivi che mi hanno spinto a chiederti a suo tempo un intervento su Carla Lonzi. Per me farlo è abbastanza importante intanto per individuare le ragioni della ripubblicazione del tuo testo e poi perché vorrei affrontare, seppure in modo leggero, i rapporti, tra critica, arte e sistema dominante, che si sono progressivamente trasformati, fino ad arrivare alla forma attuale.
Spero tu sia d’accordo.
Un caro saluto 
Roberto

26 maggio
mi va bene
ams



Carla Lonzi. Una presenza alle mie spalle
di Anne-Marie Sauzeau

Carla Lonzi è una “presenza alle mie spalle”, come un’ombra che si profila nella mia esistenza da una quarantina di anni… con alcune ricorrenze le cui date non mancano di coincidenze tragiche, come potrebbero testimoniare alcuni amici…
Lonzi c’entra nel mio percorso di critica (assai irregolare comunque non accademico), nel mio percorso di femminista, infine nella mia esistenza di compagna d’artista. I tre ambiti formano ovviamente un’unica avventura, non liscia, anzi nodosa, un bel nodo.
Non l’ho mai incontrata, stranamente, né l’ho cercata (a metà anni ‘60 a Torino ero timida, appena sbarcata e parlavo male l’italiano…). Forse ho preferito leggerla, e poi l’ho “conosciuta” tramite gli amici, Pistoi, Paolini e Anna Piva, Fabro, poi Accardi, Eva Menzio, Nini Mulas.
Ho persino tradotto in francese Sputiamo su Hegel, per un editore che non conoscevo, senza contratto, poi uscì un’altra traduzione per le edizioni Des femmes!
Sono convinta di aver subito la sua influenza, la sua lezione, con quella specie di “autocoscienza” e scrittura condivisa che aveva condotto con il suo gruppo “socratico” di artisti, per cinque anni…
A suo seguito, ho scritto su (e con) diversi artisti – uomini ma soprattutto donne: la stessa Accardi ma anche Marisa Merz, e tante altre, seguendo le raccomandazione del Manifesto di Rivolta Femminile1. Per la diffusione dei miei testi ho fatto ricorso a strumenti certamente “inquinati”, giornali, riviste, RAI ecc. Ma ho anche contribuito a creare un’editoria autonoma di donne con le Edizioni delle donne, tra le cui pagine di narrativa ho spesso inserito immagini di opere di artiste contemporanee.
Per l’altro ambito di affinità con Lonzi – la vita privata –, anch’io compagna di un artista per un ventennio, ho conosciuto il conflitto molto speciale che vive una femminista con un uomo artista… e so perché non ho letto (non ho voluto leggere) Vai pure, né quando uscì nell’ ’80, né entro l’estate ’82, quando morì Carla.
Nel ‘93 mi è stato chiesto di pensare per la Biennale di Venezia una sala omaggio. Con una certa apprensione ho accettato, consapevole della contraddizione nei termini tra la figura della Lonzi e l’idea di “omaggio” istituzionale. Ho evitato di far appello alle sue compagne femministe e ho cercato di ricostruire filologicamente quanto lei avesse realizzato nel campo dell’arte fino alla pubblicazione di Autoritratto (1969) cioè l’apice del suo sodalizio “largamente comunicativo e umanamente soddisfacente” con un gruppo di artisti… prima del congedo da quel mondo.
Nel prepararmi, avevo interpellato i protagonisti: Paolini, Fabro, Kounellis, Accardi e ovviamente Consagra. Ho ricostruito la piccola collezione, l’insieme di opere che loro le avevano offerto e che era in parte rimasta presso Battista Lena, il figlio (ho incontrato anche il padre, Cesare Lena, marito di Carla).
La sala in Biennale, credo, restituiva assai l’atmosfera del sodalizio: con le opere, accompagnate da estratti del libro, e tante foto private… In particolare lei, Carla, in grandezza naturale contro una parete, fino al suolo, con i suoi calzettoni “casalinghi”, concentrata sulla macchina da scrivere, fotografata da Consagra a Minneapolis, nell’inverno ‘67-’68.
Oggi Laura Iamurri, nella sua prefazione alla riedizione del libro, mi fa la cortesia di ricordare quella sala, ma nel ‘93 non credo sia stata molto apprezzata da Rivolta Femminile! Ero passata decisamente dalla parte del nemico, complice della contorta strumentalizzazione delle sue intuizioni, come aveva lei stessa già denunciato nell’ ‘81 quando, invitata da Germano Celant a scrivere per la mostra Identité Italienne al Beaubourg, aveva scritto un testo amaro e aggressivamente rivendicativo: si sentiva derubata, traditaLa cito:
“…Mi si riconosce il merito critico in modo che, sebbene da 10 anni sia fuori dalla professione, ci ritorni per quel tanto che serva a ricordare quegli anni che io e non un altro, ho vissuto in quel modo, vedendo quello che altri non vedevano. Naturalmente la cosa non funziona […] Qualsiasi parola in questo ‘contesto Beaubourg’ sarebbe in funzione di mito […] però voglio dire queste cose perché servono a me […] sono stata una critica in gamba, ho azzeccato tutto su una questione fondamentale in cui non sono in molti a poter dire altrettanto, a cominciare dal curatore della mostra”2.
Nel 2010, rileggendo quasi tutta Lonzi, ho capito che quella donna continua ad interpellarmi, ma essenzialmente nel campo dell’arte, per due motivi. Primo, perché rispetto al femminismo, non sono mai riuscita a considerarla come figura tutelare teoretica (come invece sono Irigaray, Muraro, Firestone, Cixous e Kristeva circa la creatività femminile/maschile); per me Lonzi appartiene semmai alla fenomenologia del femminismo, all’esistenzialismo femminista, all’esperienza vissuta fino all’estremo dell’autocoscienza (ma questo non è il tema da trattare qui). Secondo, perché non riesco a credere che lei avesse chiuso per sempre con la pratica creativa della scrittura sull’arte, o scrittura tout court…
Ma torniamo al testo dato a Celant nell’ ‘81:
“Sono stata in prima linea, ho detto la parola chiave per capire una situazione. Per capire, per orientarmi su una domanda tanto assillante e che mi accomunava a questi artisti […] Dire queste cose serve a me, ora che – lontano dall’istituzione culturale – so che significa annaspare nell’indistinto […] ho avuto bisogno di pensare al problema per i fatti miei, in prima persona [….] Ma ormai avevo imparato la lezione dai miei artisti e andarmene non mi ha spaventato anche se è spaventoso”.
In questa dichiarazione c’è l’ammissione di un’esperienza di dolore “spaventoso” e vorrei interrogare proprio quel dolore. Era già molto presente nel diario Taci anzi parla,pubblicato nel ’78 quando, sfatata la pratica dell’autocoscienza e scoperto di esser caduta nell’ideologia3, cessa per lei l’alleanza tra donne4. Al suo posto subentra la solitudine e uno “scontare momento per momento, nella propria vita, l’idealizzazione dell’uomo, il bisogno del suo consenso”5.
Dunque solitudine, soggettività singola, il partire da sé…
I segni del dolore dell’anima culminano nel breve Vai pure, dialogo antifonale dell’ ‘80, voluto da lei per un’iniziativa reattiva, un mese dopo l’uscita di Vita mia di Consagra, e due anni dopo quella del proprio diario Taci anzi parla. Consagra non avrebbe forse elaborato Vita mia senza il lungo dialogo tra loro due per anni. Lei ne è infastidita, e lo dice!
Il testo è la trascrizione di quattro giornate di “duello”, il verbale di un fallimento spaventoso, la fine del percorso relazionale, ed è unserbatoio di dolore.Dalla tragedia in quattro atti emerge una Lonzi struggente.
Da una parte, le sue esigenze intellettuali sono senza compromesso possibile, implacabili: al proprio compagno non solo viene contestato il piacere della fase “celebrativa” della creazione artistica, le lusinghe e gratificazioni, amici e ammiratori allo studio, soprattutto “ammiratrici” e altre graziosità… ma gli viene contestato persino il momento creativo, misterioso, la messa a fuoco dell’intuizione per conto proprio (“da solo, al lavoro” come rivendica lui, frainteso). Lei ribadisce: “la donna è dialogo, l’uomo è singolo perché sempre in competizione con altri!”.
Dall’altra, la fragilità di Carla è evidente: le ultime pagine sono di smarrimento affettivo totale. Eppure se la valenza relazionale non è in grado di annullare l’individualità dell’artista, per lei è un fallimento, dunque meglio separarsi, come implicano le ultime due parole, pietra tombale dell’amore. Eppure quel “vai pure” non è aggressivo, tanto meno trionfante: piuttosto un lamento epico, un’agonia.
In alcune delle testimonianze da me raccolte nel ‘93, mi è stata confermata questa sofferenza di Carla Lonzi, che nessuno poteva alleviare: nella mia lunga conversazione con Consagra (ho ancora in mente il suo volto, aspro e pudico, nel riparlare di lei); con Fabro (che mi confidò: “Carla ha vissuto da martire, ma l’ha voluto lei, quel martirio”); e ancora di recente con Carla Accardi, l’unica artista donna presa in considerazione da Lonzi, la grande amica, l’altra Carla, cofondatrice di Rivolta Femminile, la quale oggi ripete “ho patito molto di essere rigettata da lei. Il perché? Perché io volevo far l’artista, non la femminista”.
A questo punto faccio una serie di ipotesi.
1. Credo che il grande dolore di Carla Lonzi riguardasse una strettoia senza sbocco nel suo progetto intellettuale e esistenziale, uno scacco spietatamente cercato, e vissuto nella disperazione, in una voragine negativa; con i “suoi” artisti, aveva immaginato una specie di falanstero intellettuale, creativo, e assolutamente reciproco, ma un anno appena dopo la pubblicazione di Autoritratto, si sentiva già tradita perché loro, gli artisti, volevano andar avanti ognuno nella sua singolarità.
2. Forse, la creatività artistica femminile – a parte quella soglia minimale, “inferiore”, dell’espressività esistenziale nel quotidiano e nell’autocoscienza – non la interessava: anzi, il voler “far l’artista” in una donna le era insopportabile!
3. Addirittura, le arti visive forse non erano la sua vera passione, semmai era la scrittura (e la letteratura: amava Mansfield e Cvetaeva, era attratta ma reticente sulla Woolf).
Facendomi coraggio, arrischierei a questo punto un’altra lettura del (troppo breve) percorso di Carla Lonzi.
Dopo le poesie di giovinezza ‘58-’63 (ma pubblicate postume), è nella critica d’arte che Carla aveva cercato – e trovato – un linguaggio, una scrittura tutta sua, una “linguaspeciale, polifonica, semiotica, corporea, musicale, con gli artisti amici, in simbiosi. Altro che semplice trascrizione dal registratore! Il suo libro così innovativo è piuttosto un sapiente montaggio, alla Godard, alla Chris Marker, o alla Céline per la sofisticata restituzione del linguaggio fiorito, sgrammaticato e tanto espressivo di Kounellis o Pascali. E quando diceva di aspettare da tutti loro “reciprocità” e “riconoscimento”… riconoscimento di che? Della sua capacità maieutica circa la presa di coscienza della creatività altrui? O piuttosto riconoscimento di una sua personale creatività?
Secondo me, Carla Lonzi non si è permessa di diventare scrittrice (come invece hanno fatto la Banti, o Marisa Volpi, la sua grande amica), si è auto-castigata6 e in seguito si è costretta a scrivere – a più mani, femminili – testi ideologici. Una scrittura sacerdotale e militante7.
Si è autorizzata l’unica libertà del “diario8 come lascito alle altre donne, testimonianza e invito a continuare il racconto di sé. Ed è forse questa dimensione sacrificale che le vale ancora oggi quel culto, quella forma di venerazione da parte di un certo femminismo.
Ma di fronte ad un narcisismo così conflittuale e disturbato, si può parlare di “martirio, come ha osato pronunciare Luciano Fabro? Direi martirio per modo di dire, il suo percorso manca di quella valenza ascetica che connota l’esperienza delle mistiche (Suor Teresa di Lisieux, o una laica come Simone Weil). Certo, la vita di clausura l’attraeva (“avventura invisibile e non sindacabile”), un misto di comunità partecipativa e di esperienza solitaria, ma nel suo caso mi pare un miraggio assai equivoco, una tendenza ad una santità… negativa.
Per concludere, cito un’ultima frase dal testo dell’ ‘81 per Identité Italienne, per via del risvolto progettuale che sembra affiorarvi, e che mi tiene a cuore:
“…Questa uscita mi ha permesso di arrivare ad un distacco che mi permetterà di tornare: al punto in causa, non all’istituzione. Questa mostra rappresenta solo le mie premesse”…
Cosa sarà quel “punto in causa”? La creatività? È difficile ipotizzare il seguito: quando Lonzi scriveva questo, avvertiva già i dolori strani del male che l’avrebbe portata via nel giro di appena un anno – con Consagra al suo fianco fino alla fine – mentre lei era ancora giovane e, chissà, forse pronta ad una nuova svolta, vitale e più felice?

1. “Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria” e “Nulla o male è stato tramandato della presenza della donna: sta a noi riscoprirla per sapere la verità”.
2. Il grassetto in questo testo è mio.
3. Maria Luisa Boccia, L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La Tartaruga, Milano, 1990, p. 214.
4. Era stata strumentale a «negare l’evidenza del mito, negando l’uomo e la sua presenza nella vita femminile», Maria Luisa Boccia, op. cit., p. 214.
5. Carla Lonzi, Taci anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano, 1978, p. 1293
6. Dopo Sputiamo su Hegel.
7. Nel diario a p. 829 scrive: “La parità nel mondo femminile non la trovo, non la trovo, sono tutte troppo più silenziose di me e io finisco per essere ‘modesta’ con loro, altra falsità…».
8. Il punto di partenza della scrittura femminile, il grado primo che può farsi sublime, nel caso delle Sante o delle sorelle Brontë…

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