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JOHN ARMLEDER, STOCKAGE. IL SOGNO MODERNO IN FORMATO DOMESTICO

di Daniela Cotimbo

Quando ci si accosta ad artisti del calibro di John Armleder, si resta stupefatti dalla capacità, costante in oltre quarant’anni di carriera, di rinnovarsi e di dialogare con i processi, le tecniche e le aspettative del contemporaneo.
Non a caso l’artista in questione è uno di quelli che difficilmente possono essere inquadrati in un contesto univoco; sicuramente Armleder è debitore dell’esperienza Fluxus e di quella New Dada per quell’attitudine a sovvertire le leggi degli oggetti in un continuo avvicendarsi di arte e vita. L’artista ha sviluppato una ricerca personale che lo contraddistingue e che fonde design, pittura, classicismo, pop e kitsch.

Armleder

John Armleder, Stockage, veduta della mostra, Istituto Svizzero di Roma, 2017. Courtesy Istituto Svizzero di Roma. Foto Marco Buemi.

Lo conferma la mostra Stockage, che lo vede protagonista presso l’Istituto Svizzero di Roma. Nella meravigliosa cornice neo-rinascimentale di Villa Mariani, l’artista colloca una serie di opere prodotte tra il 1998 e il 2015, riadattate per integrarsi agli arredi delle sale espositive. Si tratta di opere anche molto diverse tra loro, che presentano un costante rimando alla tradizione pittorica, in particolare quella barocca, di cui riprendono motivi e sensazionalismi.
Entrando nella prima sala, si viene subito attratti da Mother (2015), opera principe della mostra, che si compone di due elementi: una scatola ricoperta da una superficie pittorica con colori fluidi e sgargianti e una pianta grassa collocata sulla sua estremità superiore. Sebbene l’effetto pittorico sia di grande impatto, si nota l’assenza di intenzionalità da parte dell’artista, uno sguardo distaccato sull’oggetto che riporta alla memoria i Combine paintings di Robert Rauschenberg.

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John Armleder, Stockage, veduta della mostra, Istituto Svizzero di Roma, 2017. Courtesy Istituto Svizzero di Roma. Foto Marco Buemi.

Le opere si mimetizzano tra gli arredi della sala, di cui recuperano la preziosità e la luce ma ad uno sguardo attento si rivelano come elementi ambigui. È il caso di ovca! (2015), dove una mirabile rappresentazione di un memento mori posta sopra al camino a simulare la grande pittura della tradizione presenta inserti materici, pennellate rapide e glitter che ne alterano la solennità. In Mind Breath, anch’essa del 2015, una serie di specchi lucenti e incorniciati da motivi geometrici sono collocati decisamente in alto rispetto all’osservatore, al quale viene impedito qualsiasi tentativo di riflettersi. Il gioco appare ancora più eloquente inUntitled (1998), dove sulla stessa superficie riflettente campeggia un beffardo smile.
Armleder, figlio di importanti albergatori di Ginevra, ha a che fare con il decoro e la sontuosità da sempre. Il visitatore diventa dunque il centro del suo lavoro, sempre più concentrato nell’offrire un’esperienza piuttosto che nel proiettare una visione personale. L’attitudine alla teatralità si ritrova anche in Untitled (2001), la grande installazione luminosa presente nella seconda sala: una serie di venticinque lampade in vetro-resina ricordano ora costellazioni, ora elementi organici e si distaccano completamente dal resto delle opere per la loro vicinanza al design contemporaneo.

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John Armleder, Stockage, veduta della mostra, Istituto Svizzero di Roma, 2017. Courtesy Istituto Svizzero di Roma. Foto Marco Buemi.

Di altra natura è infatti l’opera fronte stante, M & G H del 2015, un omaggio alla musica da camera concepito per la sala normalmente adibita ad ospitare concerti. Come in un’area di stoccaggio, Armleder accumula elementi significanti, tutto ruota intorno ad un’esperienza, quella di chi, entrando nel suo mondo, pur riconoscendo un ambiente godibile e familiare, resta di volta in volta stupefatto dal moltiplicarsi di rimandi allo spazio, agli oggetti, alla luce e, in ultima analisi, all’arte stessa.

21 aprile 2017 (maggio - giugno) / Numero doppio 88/89

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