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articoli

FRANÇOISE E JEAN-PHILIPPE BILLARANT.
UNA COLLEZIONE

intervista a cura di Veronica Botta

I coniugi billarant raccontano, attraverso un veloce scambio di domande e risposte, il loro modo di concepire l’arte e la vita.
Negli anni hanno affiancato e sostenuto gli artisti in cui credevano, ricercando in loro una nuova visione della realtà. considerando il collezionare come una possibilità di vivere un’avventura al fianco di figure visionarie, hanno dato vita ad una collezione che li rappresenta.
Le Silo, un ex-granaio nei pressi di parigi, è ora il luogo che accoglie le opere della collezione.
françoise e jean-philippe billarant aprono il loro spazio privato su appuntamento: accolgono i visitatori personalmente e, attraverso visite guidate alle esposizioni, raccontano il proprio percorso, offrendo una chiave di lettura delle opere.

BILLARANT

Le Silo, Lawrence Wiener, Two stones..., 1988; François Morellet, Beaming pi 300 AR 1=8°, 2002. Courtesy the artists and Le Silo, Marines. Photo André Morin

Veronica Botta: Chi è l’“amateur d’art”? In che modo la vostra vita e la vostra personalità si riflettono nella collezione?
Françoise e Jean-Philippe Billarant: L’ “amateur d’art” è un appassionato. Nel nostro caso questa passione riguarda l’arte contemporanea, quella che abbiamo visto e quella che è in procinto di nascere. Amiamo le cose rigorose, sobrie, progettate e pensate. Noi siamo esigenti. La collezione è il risultato della nostra ammirazione per alcuni artisti e del nostro impegno al loro fianco.
VB: Le Silo è stato da voi definito “una chiesa, o meglio un tempio” e avete affermato inoltre che chiunque, qualunque sia il suo status, debba e possa avvicinarsi all’arte, purché si inserisca all’interno di questa “élite dello spirito”.
BILLARANT: Le Silo evoca per la sua forma esteriore e il ritmo delle cellule interiori una chiesa,
termine peraltro utilizzato dagli abitanti del paese quando l’edificio era ancora adibito alla conservazione del grano. Le opere sono installate in spazi sufficientemente ampi per dare loro respiro: sono esposte come se fossero “in maestà”. Per elitarismo noi intendiamo che la nostra scelta senza compromessi esige uno sforzo da parte dei non-iniziati, ma noi accogliamo tutto il mondo, iniziati o no, e offriamo le chiavi per rendere ciascuna opera accessibile e comprensibile. Il sistema dell’arte contemporanea oggi è governato dalla velocità.

BILLARANT

Felice Varini, Trois carrés évidés, rouge jaune et bleu, 2011; Joseph Kosuth, ART as IDEA as IDEA (GRAY), 1967; Fred Sandback, Untitled, 1977. Courtesy the artists and Le Silo, Marines. Photo André Morin.

VB: Mi ha colpito la vostra decisione di distaccarvi da questo flusso, per inserire il vostro modo di collezionare in una nuova dimensione di tempo. Vorrei mi parlaste di questa scelta.
BILLARANT: Il tempo è indispensabile per conoscere e comprendere il lavoro degli artisti, valutarlo e decidere di farlo entrare a far parte della nostra collezione. Diffidiamo degli acquisti impulsivi quando si tratta di un nuovo artista. Noi abbiamo bisogno di tempo.
VB: Su Le Silo avete affermato: “Questa è la nostra libertà. Qui siamo interamente presso di noi”.
Che cosa rappresenta per voi questo spazio? Le Silo è stato inoltre definito dai vostri artisti “un’altra opera della vostra collezione”. Quanto c’è di voi in quel luogo?
BILLARANT: Questo luogo è un po’ il punto di arrivo dei nostri quarant’anni di collezione e abbiamo davvero organizzato lo spazio come lo desideravamo con l’aiuto di architetti, prima Dominique Perrault e poi Xavier Prédine. Il nostro privilegio è questa libertà totale che abbiamo di poter decidere su tutto: scelta delle opere, presentazione, installazione, ritmo delle esposizioni e delle visite.

BILLARANT

Donald Judd, Untitled, 1989; Véronique Joumard, Solarium, 2006; Peter Downsbrough, AND/AND,1993; François Morellet, Lunatique neonly n°9, 2001; Ceal Floyer, Variation of door, 1995-2010; Carl Andre, Silence, 2005; Richard Serra, Basic source, 1987. Courtesy the artists and Le Silo, Marines. Photo André Morin.

VB: In riferimento ai progetti portati avanti insieme all’artista Jean Claude Rutault avete affermato che “con lui è sempre un processo lungo: si parla per ore, prima di fare il lavoro, per esplorare tutte le possibilità”. Qual è il vostro coinvolgimento all’interno dei progetti che commissionate?
BILLARANT: Bisogna fare una distinzione tra diversi casi. Nei progetti commissionati noi interveniamo talvolta per proporre uno spazio all’artista, ma il più delle volte lo lasciamo libero di scegliere il luogo dove realizzerà la sua opera.
Nella realizzazione di alcune opere come quelle di Sol LeWitt (i Wall Drawings) o di Claude Rutault, noi abbiamo il ruolo dell’interprete che, secondo il progetto dell’artista, può “agire” sull’opera e in ciò dispone di una certa libertà, un po’ come un musicista davanti ad uno spartito.
VB: Ogni due anni l’installazione si rinnova, come vengono scelte le opere?
BILLARANT: Presentiamo ogni volta per la maggior parte opere che non erano mai state mostrate
prima. Giochiamo molto sulle corrispondenze formali (il quadrato, la verticale, l’obliquo...), i ritmi, e i rapporti tra gli artisti (la loro appartenenza a uno stesso movimento, le loro relazioni amicali, i rapporti da maestro ad allievo...) per preparare l’allestimento.

BILLARANT

Donald Judd, Untitled, 1989; Véronique Joumard, Solarium, 2006; Peter Downsbrough, AND/AND,1993; François Morellet, Lunatique neonly n°9, 2001; Ceal Floyer, Variation of door, 1995-2010; Carl Andre, Silence, 2005; Richard Serra, Basic source, 1987. Courtesy the artists and Le Silo, Marines. Photo André Morin.

VB: “Amiamo piuttosto le cose che resistono. Leggete Mallarmé per esempio, apprenderete cose diverse a ciascuna lettura. È esattamente la stessa cosa per la nostra collezione”. Le opere che amate sono quelle che “oppongono resistenza” e che si offrono sempre a nuove interpretazioni.
BILLARANT: Le lastre di Carl Andre, un filo di lana di Fred Sandback o un monocromo di Günter Umberg non “parlano” immediatamente e resistono alla comprensione. Bisogna apprendere il vocabolario dell’artista, lasciar trascorrere del tempo prima di capire l’opera e i suoi diversi aspetti.
VB: “È quello che amiamo. Essere attivi davanti ad un’opera”. Ritenete che le opere pur mantenendo la propria autonomia, si arricchiscano di un nuovo valore attraverso il vostro modo di leggerle e nel dialogo con le altre opere?
BILLARANT: Duchamp diceva che è lo spettatore che fa l’opera. L’architettura del luogo, la luce e la vicinanza ad altre opere permettono di scoprire nuovi aspetti di un lavoro e di arricchirne la lettura.

BILLARANT

Claude Rutault, d/m réplique aux trois monochromes de Rodchenko, 1985. Courtesy the artists and Le Silo, Marines. Photo André Morin.

VB: Come operate per mantenere viva la collezione?
BILLARANT: Continuiamo ad acquistare e facciamo vivere la collezione condividendo la sua visione con i visitatori.
VB: Cosa significa per voi “possedere” un’opera d’arte ed esserne dunque fruitori unici? Siete mossi da una necessità di possesso nel collezionare?
BILLARANT: Non abbiamo alcuna volontà o desiderio di possedere per accumulare, ma l’acquisizione è l’espressione della nostra ammirazione per l’artista e il possesso ci permette di difendere il suo lavoro nel mostrarlo. Nessuna ossessione nel nostro approccio!
VB: Qual è la vostra posizione in merito alla vendita di un’opera della collezione?
BILLARANT: Non vendiamo più da molto tempo.

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