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COME DENTRO AD UNO SPECCHIO.
ARTE, CULTURA E CIVILTÀ IN ALBERTO BOATTO

Conversazione a cura di Roberto Lambarelli

RIPROPONIAMO QUESTA CONVERSAZIONE PER RICORDARE ALBERTO BOATTO, SCOMPARSO IN QUESTI GIORNI. UN INTELLETTUALE PRESTATO ALLA CRITICA, UNA FIGURA DI RARA STATURA ETICA.

Roberto Lambarelli: Caro Alberto, ti confesso che non è facile per me ridurre ad unità il pregevole sforzo che hai compiuto ne Lo sguardo dal di fuori di rappresentare una condizione dell’umanità, della sua cultura, e soprattutto di produrre per essa una consapevolezza di sé nell’era spaziale o, come hai indicato tu stesso con un’immagine più che suggestiva, nella fase dello specchio, che per te significa – sono le tue parole – che “metaforicamente la terra è giunta a specchiarsi, a vedersi nella sua totalità mediante la collaborazione del nostro occhio o, meglio, mediante l’intervento dell’onniveggenza di quel monocolo meccanico che l’oftalmologia tecnologica è riuscita a innestare all’occhio dell’uomo”. Ecco, però è da questa presa di consapevolezza, anticamera più prossima alla coscienza, che mi pare di poter avanzare una riflessione a proposito di quella fase. Già, perché viene alla mente Lacan, ma chi sa se egli è mai entrato davvero nel tuo orizzonte di interessi... altri sono i nomi che citi e che sicuramente appartengono alla tua visione, mi pare in modo particolare Jünger ed Heidegger, anche se si avverte in sottofondo la funzione che i francesi hanno avuto sulla cultura italiana negli anni precedenti al 1981, data della prima apparizione del tuo saggio.

BILLARANT

È innegabile che la conoscenza degli autori francesi ebbe un particolare incremento nel corso degli anni settanta, dopo il Sessantotto, e che con esso si divulgarono anche le revisioni di Marx ad opera di Althusser e di Freud da parte appunto di Lacan. Riletture alle quali potremmo fare risalire l’inizio del superamento del moderno o l’avvio del postmoderno, che tu motivatamente segni al 1966, da quando per la prima volta l’uomo mise piede sulla Luna, da quando si poté guardare l’immagine complessiva della Terra, da quando, cioè, iniziò la fase dello specchio. Quello specchio che Lacan indica quale strumento con cui il bambino, grazie all’immagine riflessa dell’intero se stesso, ricompone la frammentaria esperienza del proprio corpo, l’unità del proprio io.
Che fine fa l’uomo nella tua visione? La fase dello specchio porta a ricomporre l’umanità?

Alberto Boatto: Ti ringrazio per la disponibilità al dialogo, condotto sul fondamento della nostra amicizia e reciproca stima. Mi domandi quale fine abbia fatto l’uomo nella fase odierna, che chiamo la “fase dello specchio della Terra”. L’uomo, pure nell’espressione maggiormente consapevole e aperta all’accoglienza, rappresentata per me dalla figura dello psiconauta, si muove in una situazione precaria e opaca, e tuttavia ricca di numerose prospettive e potenzialità. Per altro, lo psiconauta è una figura ancora tutta da inventare attraverso la via della prova e dell’esperienza. Nel mio libro, identifico lo psiconauta nell’uomo che viaggia “allungato su quel tappeto supremamente invisibile che si chiama droga” (qui, la droga racchiude l’immagine sintetica di ogni stato della coscienza potenziato ed estraniato).
Lo riconosco nel poeta Henri Michaux e nella sua ascensione immaginaria, sotto la spinta della mescalina, in una stazione spaziale. Poi in un gruppetto di artisti con nelle prime file Rauschenberg e Walter De Maria. Quest’ultimo, tracciando nel terreno desertico del Mojave alcune linee d’orientamento, mima la condotta del naufrago approdato su una riva sconosciuta. Infine, ha acquistato ai miei occhi il profilo dello psiconauta Ernst Jünger – del resto il nome psiconauta dà il titolo ad un capitolo del suo libro Avvicinamenti. Droghe ed ebrezza.
Mi sembra che lo scrittore tedesco non abbia fatto che reinventare di continuo la propria esistenza, pure in una strettoia equivoca, proprio per i suoi evidenti privilegi, dei tre anni trascorsi a Parigi nel quartiere generale delle truppe d’occupazione.
L’intera cultura occidentale si è impegnata a definire l’uomo, dapprima, nei confronti della trascendenza e, in un secondo tempo, nei confronti della società. Le due ultime definizioni di stampo sociale sono il rivoluzionario e il dandy. È venuto ora il momento, inaugurato dai viaggi spaziali e dalla comunicazione tecnologica, che ci hanno catapultati fuori dal nostro pianeta, di definire l’uomo nei confronti dell’universo, non solo della Terra ma dello stesso cosmo. Gli spazi infiniti che impaurivano Pascal sono il luogo dove transita l’uomo che dimora sul globo terrestre.
Non ho mai approfondito l’opera di Lacan, sebbene conosca un po’ come tutti alcune formule del suo pensiero. In un primo tempo, mi sono formato attorno ad un mazzetto di autori francesi, Malraux e due eretici del surrealismo, Bataille e Artaud. Nella prima maturità, ho incontrato la cultura tedesca, Nietzsche, Jünger e Heidegger, da te già ricordati con esattezza, a cui aggiungo adesso Benni per l’incisiva cattiveria della sua prosa saggistica. Jünger mi ha interessato con le sue riflessioni sulla guerra e la tecnica e poi, con penetrazione assai più coinvolgente, indicandomi un comportamento d’elusione, di scarto rispetto all’assedio massiccio e costrittivo nel quale ci troviamo intrappolati.
Ma su di me ha avuto una notevole importanza l’arte moderna e contemporanea, lungo la linea dello sperimentalismo e dell’avanguardia. Considero fondamentale la tradizione dell’objet trouvé: senza di essa non sarebbe nemmeno concepibile un’arte della modernità. Mi affascinano tuttora i vetusti collage di Picasso e di Braque. Continuo a scontrarmi col ready made di Duchamp e con tutta la riflessione linguistica che si è sviluppata attorno, una specie di ragnatela da cui è urgente uscire fuori. Non prima però d’impadronirsi di qualche concetto utile, come ho fatto io, chiamando la Terra rischiarata per la prima volta nella sua totalità dall’ottica tecnologica, un mega ready made. Infine, c’è una immagine di Rauschenberg, di cui forse ho abusato: mostra il neodadaista americano con un grande paracadute dispiegato sulle spalle, considero questa immagine l’icona esemplare dell’uomo nell’epoca dei voli extraterrestri.
In una condizione d’instabilità personale e pubblica, questa tradizione artistica spoglia e discostante mi ha dato un senso di stabilità e di certezza. Dopo la guerra, ho trascorso gli anni iniziali dell’adolescenza abitato da un sentimento divorante d’angoscia – di morte? – e mi sono aggrappato all’arte oggettuale, un po’ come un naufrago ad un’insperata boa di salvezza.
RL: Quanto il monocolo meccanico ha tolto al mito di Narciso (il riferimento inevitabilmente va al tuo saggio Narciso infranto)?
AB: Mi chiedi di Narciso. Ho letto la storia del giovinetto sdegnoso, mettendo a fuoco, meno ciò che scopre davanti a sé, che è il proprio volto riflesso nello specchio d’acqua, e più ciò a cui volta le spalle. Che è addirittura l’unanime universo vegetale, animale e umano. In tal modo, interpretato questo mito di fondazione maggiormente in chiave di perdita – a partire dai morbidi corpi delle ninfe che pure gli si stringono attorno disponibili – che di acquisto della propria immagine. Ho intitolato il mio libro sull’autoritratto Narciso infranto. Dallo specchio di Narciso, che ne ha sequestrato l’uso dall’epoca ellenistica, attraverso il manierismo, fino ai nostri giorni, cerco di volgere la nostra attenzione verso Dioniso e il suo specchio arcano che comprende, coincide con l’affollata totalità del mondo.
RL: Ripensando la tua pubblicistica, non si può non fare riferimento ad una straordinaria sequenza di saggi che vede Cerimoniale di messa a morte interrotta apparso nel 1977, questo Lo sguardo dal di fuori del 1981, Della ghigliottina considerata una macchina celibe del 1988 e infine Della guerra e dell’aria del 1992, una sorta di tetralogia che esplicita un inedito metodo di approccio alla realtà, alla cultura e all’arte contemporanea. Nei quattro saggi si ritrova, infatti, un esemplare compendio del moderno, delle sue più estreme avanguardie, oltre ad una chiara esemplificazione dei suoi rituali, ma ci si ritrova anche di fronte a quella che mi pare essere la tua profonda aspirazione, che è sì di dare un fondamento scientifico alle tue osservazioni, che è sì di dare un sostrato letterario alla narrazione, ma che è soprattutto quella di rendere ancor viva la funzione dell’immaginazione. Per questo probabilmente ricorri alle figure di Narciso, di Icaro, di Anteo, insomma, alla mitologia. Mi sbaglio? Questo tenace impegno di tenere in vita la funzione dell’immaginazione, compiuto nel secolo della sua progressiva perdita, trova applicazione ne Lo sguardo dal di fuori, nel racconto inedito di una nuova condizione cosmica in cui l’uomo è entrato senza accorgersene e che tu con puntualità hai avvertito, appuntandovi le tue energie intellettuali, il tuo metodo di indagine.
Quale relazione tiene uniti questi quattro libri? È corretto dire che il primo passo verso questo nuovo territorio critico è rappresentato da Ghenos, Eros, Thanatos? Se questa era, come tu stesso l’hai definita, una mostra-libro, allora i quattro saggi possono essere considerati dei libri-opera?
AB: Come tu sostieni, Ghenos, Eros, Thanatos del 1974, quasi quarant’anni fa, segna veramente l’abbandono dell’esercizio esclusivo della critica d’arte e l’ingresso in una libera saggistica priva di confini determinati. Un capitolo di questa “mostra-libro” contiene già un’anticipazione dei temi che svilupperò più ampiamente nel Cerimoniale di messa a morte interrotta di tre anni dopo.
Sì, faccio ricorso alla mitologia. Mi sono familiari i nomi e le vicende di Narciso, di Anteo, d’Icaro a cui ora aggiungo Dioniso. Nel secolo XX, più che di una progressiva perdita, forse è più giusto parlare di un suo occultamento. La mitologia viene ricondotta nell’oscurità dell’inconscio, da cui alcuni spezzoni vengono tratti fuori da Freud e da Jung. Nella sfera pubblica, al posto della mitologia classica col suo componente di luce, sono succedute pessime ideologie fatte solo d’ombra, che poi sono risultate delle mitologie degradate.
Ma la piena adesione ad una Terra ruotante, al pari di un velivolo, nello spazio, questo sì alla terra che segue l’esempio di Nietzsche, è veramente un sì inaudito nel nostro mondo votato alla distrazione televisiva e consumistica. Un sì di questa portata ha bisogno, per essere pronunciato ed esercitato, del sostegno della figura di Dioniso. Del resto, l’esperienza dionisiaca, in una delle sue innumerevoli manifestazioni, resta un’esperienza accessibile a ciascun uomo.
RL: Ora, mi pare sia possibile individuare un’inedita relazione tra il Boatto storico e critico d’arte e l’arte medesima. La intravedo, per esempio, nella lettera al laboratorio astronomico di Tucson che chiude il capitolo “Su che cosa riflettono gli specchi”, lettera con la quale chiedi di poter accedere al telescopio Martiner IV per svolgere il tuo programma di “assistere ad una rotazione completa del pianeta terra”. Una richiesta di cui non sappiamo l’esito, un programma che non ci dici se è poi andato a buon fine. Ma leggiamo più avanti. Il capitolo “Giornale di Bordo” si apre così: “Mercoledì, 18 gennaio. Mi sono ritirato nella parte più alta della mia abitazione, in un nitido spazio geometrico. Dispongo di un letto, di un tavolo, di un blocco di fogli, di una lampada da tavolo e di un orologio. Ho portato con me anche un binocolo 7x50, ma mi consento di ricorrervi soltanto in casi eccezionali. La regola che mi sono imposto prescrive d’impiegare esclusivamente quello che possiedo, l’apparecchiatura corporea, gli organi dei sensi. Gli occhi in particolare saranno chiamati a sostenere gran parte del lavoro”. Quale sia il tuo obiettivo lo esprimi subito dopo: “Il mio progetto è di trattenermi qui da solo ininterrottamente per la durata di 3 giorni, il tempo occorrente per assistere al passaggio tra due ordini di costellazioni”. Seguono nel testo le osservazioni, ora dopo ora, giorno dopo giorno, comunque al succedere di un qualcosa, come in un giornale di bordo, appunto: “Guardo l’orologio: sono le 6 e 11; fa buio...”, “È il sole che si leva in questo istante...”, “Devo segnalare pure il passaggio degli uccelli? Decido di sì...”, “Solo ora – è il pomeriggio inoltrato, sono le 16 e 38 e il tramonto non deve tardare – mi sono accorto che la Luna è già visibile a nord-est...”.
Le osservazioni procedono una dopo l’altra, ma da un certo punto in poi interviene un cambiamento: “Giovedì, 19 gennaio. Non è la sveglia a destarmi, bensì il rumore della pioggia. Mi porgo in ascolto...”, più avanti: “la temperatura è diminuita notevolmente; è freddo e ho preso freddo...”, “Il rumore della pioggia riempie tutto lo spazio...”. Qualcosa di inaspettato è avvenuto, la tua è diventata anche una prova sensoriale, ne diventi consapevole: “Sono entrato in questa esperienza accordando l’intero credito alla vista, e ne esco avendo aperto un credito inaspettato all’udito”.
Anche qui non sappiamo se quanto raccontato sia realmente accaduto o sia frutto dell’immaginazione, ma ecco che la relazione alla quale accennavo prima si chiarisce. Non più una traslitterazione tra scrittura e opera; se ciò che è osservato è realmente accaduto, potremmo e dovremmo considerarla all’interno della tradizione dell’arte concettuale, della performance o  dell’arte comportamentale, se quello che racconti è invece il frutto della tua immaginazione, allora dovremmo considerarla una sceneggiatura originale. Cos’è in realtà?
AB: Riferendoti in particolare alle pagine del mio “Diario di Bordo”, tu parli di prova, d’esperienza sensoriale. È proprio questo experire fisicamente e corporalmente che occupa il centro della mia pratica e della mia ricerca. Forse dispongo di un granello d’immaginazione, ma questo granello si trova innestato concretamente nella sensibilità, nella vita del corpo. Quel Giornale  registra un mio esperimento, condotto magari con minore radicalismo rispetto al modo con cui l’ho riportato nello scritto, ma pur sempre vissuto in prima persona. Già altre volte queste pagine hanno destato meraviglia, mentre io non ci trovo nulla di straordinario.
Prima di scrivere il mio libro sulla Pop Art – che apre le mie attività – un libro che viene ristampato di continuo, ho avvertito spontaneamente la necessità di andare a New York e d’immergermi nell’ambiente degli artisti e delle gallerie, d’entrare a far parte di quello smisurato assemblage che è la metropoli americana.
Il viaggio si colloca nel fulcro vivo della mia esperienza. Ho visitato successivamente due luoghi antichissimi, nei qua“li ho finito per ravvisare i due lati opposti del viaggio d’esplorazione dell’uomo della Terra. Prima il polo di partenza, che ho riconosciuto in una sede mitica del corpo della Grande Madre e, poi, il luogo della dislocazione dall’orizzonte terrestre e del definitivo distacco. Il primo polo è per me rappresentato dalle rovine del tempio megalitico di Gozo, un’isoletta nel mare di Malta. Il secondo dalle figurazioni precolombiane della pianura di Nazca, nel Perù meridionale, da questa grandiosa ed arcaica opera di land art offerta e visibile solo dagli dei mostruosi della ragione. Conto tra non molto tempo di riunire queste pagine già apparse in disparate riviste e che rispecchiano due esperienze per me capitali e anche, ma sì, esaltanti.
Questo mio sforzo d’ancorare l’immaginazione nello spessore del corpo, viene ricondotta, nella tua domanda, alla poetica dell’arte del comportamento e alla performance. Penso che sia un’indicazione produttiva, seppure in parte mi sorprenda. Dopo avere costeggiato queste opere e queste azioni in forma critica, l’ho dunque esercite. Evviva!
RL: In ogni caso, mi pare di scorgere le tue intenzioni nella premessa a questa edizione de Lo sguardo, quando, riconosciuta la grandezza della visione della Terra dentro l’Universo infinito, indichi la possibilità di aggiungervi soltanto dei frammenti, e scegli di apporre a quella grandiosa visione “il verso di Hölderlin ‘poeticamente abita l’uomo su questa terra’, liberato pure dai lacci che gli ha stretto attorno il commento di Heidegger”. E seppure ti domandi Che cosa vuol dire concretamente questo verso, che invita l’uomo ad abitare poeticamente”, in cuor tuo sai di avere già risposto concretamente.
AB: Tu citi Hölderlin. Su questo punto io mi tiro indietro e l’unica cosa che mi sento di poter fare è di citarlo a mia volta. Così spero che rimarrà più a lungo tanto in me che in te e, forse, se ci sarà, anche in qualche futuro lettore. Il verso è composto di pochissime parole: “poeticamente abita l’uomo su questa terra”.

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