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MARCO BASTA. SOME INVARIANTS

Conversazione con Daniela Bigi

Presente recentemente al terzo appuntamento del Progetto Mandrione della Fondazione per l’Arte, a Roma, Marco Basta sta lavorando ad un progetto di mostra personale che si terrà presso la galleria Monica De Cardenas di Milano nel mese di marzo. La conversazione che segue è nata a ridosso della residenza al Mandrione e mette a fuoco alcune invarianti della pratica e della visione che animano il suo lavoro.

Paolo Cotani, Tensioni, 2009

Foresta, felt-tip pen on felt, 250x135x42 cm.

Daniela Bigi: Mi pare, Marco, che ci siano alcune invarianti nel tuo lavoro. Intanto l’uso di un disegno vagamente stilizzante seppur descrittivo, che vira sempre verso una bidimensionalità poetica. Questa bidimensionalità credo si possa riferire ad una sorta di sospensione di realtà, un partire dalla realtà per ampliarla sentimentalmente e temporalmente, liberandola della sua cogenza senza perderne però la fragranza, anzi, lasciando a chi guarda il desiderio di approfondirla, di penetrarla in una direzione che tu stesso sembri evocare, quella della levità, della bellezza. Una parola che spaventa, è vero, ma forse, invece, è rivoluzionaria. C’è chi nel mondo sta ragionando in termini di rivoluzioni silenziose...
Sto pensando ai tuoi feltri in particolare.
In questi anni così intrisi di ricerche permeate di istanze o visioni di matrice politico-sociale, il mondo che tu proponi probabilmente disorienta. Io vi leggo una necessità, che è quella di ragionare su questioni sostanziali per l’uomo, come ad esempio la capacità di ergersi al di sopra della finitezza ordinaria della realtà, per meglio comprenderla e poterla riaffrontare da prospettive rigenerate. Magari è solo una mia lettura sovrabbondante, tu di certo lo fai con naturalezza, senza obiettivi escatologici; di fatto, però, metti in atto uno spostamento di paesaggio, da quello reale a quello immaginato, desiderato, e questa già è una posizione.
Un’altra invariante è il tipo di temporalità che introduci. Remota. Parli spesso di un altrove da cui provengono le tue forme, i tuoi giardini, i tuoi vasi... e questo altrove, che non descrivi, è densissimo, lo si percepisce; è attivatore di memoria, di una memoria lontana, che ci vede riuniti sotto il segno di una civiltà.
Guardare ai tuoi piccoli vasi, che non si sa se affiorino o si proteggano dentro preziose carte inchiostrate, è inizialmente spiazzante. Si prova una scossa se li si pensa stagliati contro la velocità e l’evidenza dei nostri scenari metropolitani. Ma ci leggo la stessa energia che porta alcuni giovani filosofi, oggi, a ragionare sull’ontologia.
Vuoi parlarmi tu di altre invarianti? Per esempio, mi pare molto importante la dimensione del clausum..., del vaso, del giardino (hortus clausus?), ma anche delle delimitazioni. Ma ecco, qui potrei davvero iperinterpretare, visto che sia per la filosofia che per la psicoanalisi questo concetto assume valenze specifiche...
E poi, posso chiederti come collochi il tuo lavoro dentro una possibile catenaria di opere e pensieri sull’arte?
Marco Basta: Quello che dici è assolutamente puntuale. Non aggiungerei altro rispetto alle invarianti che hai individuato nel mio lavoro. 
Alla fine credo che quello che diceva Bruce Nauman – ne parlavamo con Andrea De Stefani l’altra sera – sul fatto che il vero artista debba rivelare al mondo verità mistiche sia vero, seppur visto con un occhio più contemporaneo e attuale. Credo che in fondo quella frase mi sia rimasta profondamente impressa nella mente e abbia guidato sotterraneamente l’impostazione iniziale del mio lavoro. Un’altra cosa che diceva Nauman – non so, ma mi viene in mente lui in questo momento – è che bisognerebbe iniziare a lavorare utilizzando ciò che ci circonda, il materiale che abbiamo a disposizione nella nostra stanza. 

Liliana Moro - All'aperto

Untitled, inkjet print on Bhutan paper, 31x21 cm.

Da qui nasce, come dici tu, una certa essenzialità che circonda il mio lavoro. Una semplicità alla quale tengo molto, che si lega appunto a una memoria lontana ma collettiva. Un po’ come l’intreccio narrativo e strutturale del mito che rimane sempre universale e puntualmente comprensibile seppur senza alcun riferimento temporale. Cercare delle verità nella quotidianità, nel mondo là fuori, nei discorsi che faccio all’interno del taxi con gente comune che vive nel mondo reale e non in quello falsato dell’arte e condividerle è forse quello che cerco di fare, che mi sforzo di fare. 
Ovviamente la bellezza, la forma sono metodi che portano il discorso ad un livello più alto forse, ma i grandi templi, le grandi dottrine, le grandi religioni sono sempre accompagnate da un apparato estetico complesso e appagante. Delle opere ti posso dire che le vedo un po’ come delle oscillazioni, un movimento dell’animo quasi e mi piace che non siano definibili e definite. Sia a livello di immagini sia a livello di materiali e tecnica. Come ti dicevo assomigliano a quella sensazione che a volte si prova di voler essere altro e altrove. Per questo vorrei che fossero lì, fruibili, ma sempre da un’altra parte, quindi indefinite e ambigue. 
Questo credo arrivi anche dalla contemporaneità che stiamo/che sto vivendo. Un tempo inquieto. Un tempo di inquieti, e l’inquietudine porta a desiderare continuamente e al non essere mai soddisfatti. 

Liliana Moro - All'aperto

Funerary, inkjet print on Bhutan paper, 31x21 cm.

I social network e Internet per esempio ci inducono a volere sempre qualcosa di diverso rispetto a ciò che abbiamo, a ricercare senza sosta. 
Ed è una spinta che appunto non arriva dall’interno ma che arriva da fuori, guardando le vite degli altri forse. 
Le mie opere a volte sono un momento di sosta, un bivacco dove fermarsi e cercare, come ad esempio nei feltri, una strana quiete dove poter definire per un attimo quello che appunto non lo è. 
O un’occasione per guardare l’interno e dargli una forma come nei vasi, dare una forma ad un pensiero, l’interno che determina l’esterno. Oppure guardare come fanno gli animali, cioè senza alcuna coscienza dello scorrere del tempo. In un racconto di Tabucchi, contenuto nella raccolta Donna di porto Pim, l’uomo è descritto dalla prospettiva di una balena per esempio. Questo è quello che intendo. L’immaginario arriva, è vero, da un passato che sembra sempre più simbolico del presente. Forse perché mi interessa molto l’idea di immaginario collettivo, condivisibile e che ha lasciato delle tracce, delle rovine. Recentemente mi sono appassionato alla vita di Robert Johnson, leggendario bluesman del Mississippi, che si diceva avesse fatto un patto col diavolo.
Lui ai suoi concerti suonava di spalle, come Miles Davis. Questa cosa, improponibile in realtà in un concerto, la trovo fantastica, assistervi è idealmente come guardare tutti insieme, appunto, qualcosa che ascolti ma che sta da un’altra parte, nemmeno chi la suona sa bene dove. 

Liliana Moro - All'aperto

Twice, polyurethane and synthetic resin, 72x130x15 cm.

DB: Al Mandrione, in mezzo ad un contesto che passava dalla frenetica operosità artigianale alla sospesa atmosfera del vuoto notturno, che spazio hai costruito? Cosa lo delimitava? E quali erano invece i suoi contenuti poetici?
MB: Al Mandrione ho semplicemente portato tutto questo, che già esisteva, e l’ho adattato al meglio a quel contesto. L’atmosfera del Mandrione può avermi influenzato non tanto a livello di suggestione ma più a livello di spazio e di possibilità tecniche, vedi il vaso in poliuretano o le cornici in plexi e poi come le ho disposte coralmente nello spazio.
La sospesa atmosfera del vuoto notturno non l’ho sentita, quella la vivo, se devo essere sincero, quando di notte aspetto i clienti in Stazione Centrale e alle mie spalle ci sono nel parco della stazione i migranti che dormono, accampati, invisibili ma visibilissimi, silenziosi. La realtà che ti salta addosso, sospesa appunto. 
Questo è il limite che mi interessa davvero, più che quello ideale del giardino. Poi certo io lo trasformo; le delimitazioni che ci costruiamo vengono costantemente spostate, ma a fatica valicate, perché la paura è tanta, soprattutto verso ciò che è indefinito. 
Nei miei disegni noto che seppur indefiniti sono, in maniera un po’ inquietante, rassicuranti. Cioè nella loro indefinitezza e ambiguità sono rassicuranti. Quindi c’è una speranza. Per quanto riguarda invece il dialogo con Andrea e Giulio direi che è stato ottimo, fin dall’inizio ci siamo trovati in accordo sulla direzione di tipo corale da dare alla mostra e poi per il resto una bella sintonia e tanta concentrazione. 

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