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GIUSEPPE BUZZOTTA / GIANNI POLITI. SENT FROM MY CAR/VESPA

conversazione a cura di Daniela Bigi

L’ESPERIENZA CONDIVISA LA SCORSA ESTATE AL #MCCN CASTELLO DI CARINI E LA DOPPIA PERSONALE A PALERMO PRESSO PALAZZO ZIINO OFFRONO L’OCCASIONE PER ALCUNE RIFLESSIONI

Daniela Bigi: La sera in cui si diffuse la notizia sconcertante dell’improvvisa morte di Kounellis, Giuseppe mi ha mandato un messaggio, scrivendomi di quanto, proprio nel momento della dipartita, risultasse gigantesca la sua figura, il portato della sua arte, del suo pensiero. Sottolineava, con commozione, una grandezza. A mia volta, avevo sempre ragionato su Kounellis, il suo lavoro mi era sembrato spesso un’àncora rispetto a certe derive che talvolta ti mettono in crisi, ti inaridiscono, generano spazi di incertezza.
In questi giorni stiamo lavorando con Roberto ad una lunga conversazione in cui si torna ripetutamente sul lavoro e sulle posizioni di Kounellis e tra gli spunti più significativi emerge nuovamente (lo avevamo già pubblicato in un’intervista qualche anno fa) il suo sentirsi fondamentalmente un pittore.
Voi siete pittori. Al momento lo siete nel senso più tradizionale del termine. Come vi relazionate con la pittura, come la vivete, come la pensate negli altri artisti, quando vi sembra di trovarla davvero?

Gianni Politi, The master

Gianni Politi, The master (as hard as I fuck), 2016, 24.5x18 cm, oil on canvas. Courtesy Galleria Lorcan O’Neill, Rome.


Gianni Politi:
Ho sempre pensato alla pittura come una scelta da prendere solo ed esclusivamente con una certa etica politica. Personalmente l’ho sempre affrontata con totalità, cercando di rendere assolutamente aderente la mia idea pittorica con il risultato della ricerca in studio.
Per pensare il mondo come un’infinita sequenza di immagini immobili (questo secondo me significa davvero dipingere), ci vuole una particolare attitudine mentale. Riconoscerla oggi questa qualità e questo approccio non è così ovvio.
Il mercato e le gallerie promuovono continuamente la vendita e l’esposizione di quadri. Confutare la reale attitudine da pittore di colui/colei che ha realizzato il quadro è una storia molto diversa. Perché per me il dipingere non si può concludere nelle due dimensioni della superficie dipinta.
La pittura secondo me è l’unica forma d’arte che pretende totale devozione, soprattutto temporale.
Senza il tempo e la relazione con esso, la pittura perde di significante.
È una pratica lenta, lunga. Deve logorare e solo allora dà risultati.
L’idea intellettuale non si esperisce in una serie di opere o in un’opera e basta, deve lacerarsi intorno agli anni dedicati ad essa.
Sent from my car/vespa

Giuseppe Buzzotta, Dentro gli occhi

Giuseppe Buzzotta, Dentro gli occhi, 2017, oil on canvas, 80x60 cm. Courtesy Prometeogallery, Milan.


Giuseppe Buzzotta:
Da un po’ di tempo, cerco di concentrarmi su un “al di là” delle cose, una sorta di condizione che si trova appena fuori la convenzionalità e le etichette che diamo alle cose nel mondo.
Oltrepassato e perso quasi del tutto un interesse per i temi grandi della vita con gli altri, quali l’Amicizia o l’Amore per esempio, è una fase in cui guardo le cose piccole, tipo il diletto.
Il Pittore vero si diletta, nel senso che si diverte e gioca con i tasselli della pittura.
Aspira ad essere un dilettante, pensa.
Un’altra cosa che ti posso dire di rilevante e che c’entra col tema in questione, è il passaggio dall’apprensibilità verso la propria salute, al mettersi in ascolto del proprio organismo. Il metabolismo lo sento la cosa più vicina alla pittura in questo momento, per esempio al mattino, il risveglio porta con sé una forma di fatica, la immagino sciogliersi lenta tra i residui di sonno e le immagini oniriche ancora in testa.
E questa fatica che si scioglie è come uno sciroppo medicale che nutre le carni e le ossa.
C’è nella pittura un’anima di questo “fratello” del mattino, che vive anch’egli di silenzio e immagini.
Dunque, per risponderti, la trovo nel Diletto, nel Risveglio e negli altri con distacco.

Gianni Politi, Vussurìa

Gianni Politi, Vussurìa, installation view, 2017, Moon Contemporary / Castello di Carini (PA). Photo Alessandro Di Giugnos.

Gianni Politi, Vussurìa

Gianni Politi, Vussurìa, installation view, part. 2017, Moon Contemporary / Castello di Carini (PA). Photo Alessandro Di Giugno.

DB: Giuseppe, negli scambi che abbiamo avuto durante la preparazione della mostra e del workshop che con te e Gianni inaugureremo a breve a Palermo, a Palazzo Ziino – nello spazio espositivo che il Comune di Palermo ha affidato all’Accademia di Belle Arti (lavorando anche insieme a Gianna di Piazza e Mario Zito) –, ad un certo punto mi parlavi della pittura come di un dispositivo magico. Questa visione, che trova precedenti significativi nella storia dell’arte sia occidentale che orientale, merita un approfondimento.

Giuseppe Buzzotta, Idea of sand (P1)

Giuseppe Buzzotta, Idea of sand (P1), 2015, oil on canvas, 130x100 cm. Courtesy Prometeogallery, Milan.

GB: Si, questa metafora diventa persino visibile ad una certa ora della notte nel mio studio.
Ho conservato l’abitudine di lavorare con delle candele sul tavolo e questo angolo di lavoro, tavolo-candele-carta-matite etc., circondato dal buio, sembra davvero un oggetto unico, una sorta di piccolo globo, di cellula.
Nella mia pittura, gli elementi visivi provengono da un’archeologia mnemonica della storia del pensiero umano, personale e collettiva, e sono sempre composti da una texture ricercata dentro la tradizione della pittura stessa, perché quella superficie complessa di composti che formano la struttura pittorica di un’immagine deve essere immediatamente prossima alla percezione e deve essere estremamente prossima al sistema nervoso umano, percepita come parte del nostro corpo e delle sostanze che lo compongono.
Un altro aspetto importante è assicurarsi una durabilità di questi composti nel tempo, quella durabilità che accomuna i frammenti e i reperti della storia dell’arte alle nostre sedimentazioni culturali inconsce.
Questi elementi costruiscono un dispositivo – lo immagino come un juke box – che è la mia ricerca; tutta dedita alla costruzione e decostruzione dell’immagine e quindi del pensiero, e al gioco delle parti che intreccia l’essere umano al pianeta Terra, e il pensiero alle potenze dell’universo. 
È un dispositivo, dunque, che esiste anche fisicamente, visibile ad una certa ora in studio.
Si vede come un luogo di luce di fiamma, con dentro vari elementi; come una cellula, è unità morfofunzionale, di forma e di funzione appunto. Questo mi permette di non avere ossessioni per i soggetti della pittura, cercando le vere antitesi alle certezze del mondo fisico. L’arte che si allontana dalla religiosità, che si congeda dal misticismo, è certamente una forma alta di progresso. È la scienza segreta del deserto che torna come in ogni epoca a soccorrere l’umano, la magia che torna con Pitagora, con Paracelso a quantificare e qualificare le parti della realtà, attribuendo a queste un nome, consapevolmente illusorio.
Mi diverte dare dei nomi ai quadri, dei nomi senza senso, tipo Saphium.

Giuseppe Buzzotta, Moon screen, 2016

Giuseppe Buzzotta, Moon screen, 2016, woodcut print, about 310x140 cm. Operativa Arte Contemporanea, Rome, 2016. Courtesy l’artista.

Gianni Politi, Totenmaske des Tutanchamun or the defining moment

Gianni Politi, Totenmaske des Tutanchamun or the defining moment when I realized I was a painter (kunstler), 2015, 250x200 cm, canvas on canvas and contingency of the studio. Photo Giorgio Benni.

DB: Gianni, volevo tornare al sent from my car/vespa che vuoi inserire in questo nostro scambio. Vuoi creare un piccolo cortocircuito tra il tempo di cui parli, quello del lavoro, della pittura, e quello della vita reale? Tra un quotidiano metropolitano su due ruote, veloce, e uno studio dove, come è stato per secoli, si indaga un tempo differente, dove si esperisce un mondo a sé?
Un tema, quello del mondo a sé, intorno al quale i pittori si sono spesso confrontati… Di recente vi fa riferimento anche Luca Bertolo su “ATP Diary” parlando di Merlin James e della sua posizione espressa nella lecture Painting per se (Alex Katz, Chair in Painting, Cooper Union Great Hall, New York, 28th February 2002).
Come si intrecciano questi due tempi/modi per un artista della tua/vostra generazione?
Fuori da qualsiasi facile retorica sul presente, che senso assume questa voluta aporia? Il secolo scorso ha creduto, in buona parte, che l’artista potesse divenire parte integrante di un processo di trasformazione sociale, di una sorta di “modernizzazione” delle coscienze, dapprima sostenendo, poi interrogando le conquiste incalzanti e le conseguenze che ne derivavano sul piano delle esistenze, individuali e collettive.
Dalla prospettiva attuale, così diversa, gli obiettivi cambiano…

Gianni Politi, As Young As Phleba (Painter)

Gianni Politi, As Young As Phleba (Painter), 2016, 56,5x45x2 cm, unique bronze with marble elements. Courtesy Galleria Lorcan O’Neill, Rome.


GP:
Sì, ti ho chiesto di tenere la firma standard della mia mail per raccontare come oramai certi argomenti e tentativi di indagare più a fondo il lavoro di un artista sono sempre più rari e spesso vissuti, per paura, con falso disinteresse.
Era una forma di autocritica alla totale immersione di un artista all’interno di una temporalità condivisa con il resto del mondo basata sulla frugalità e velocità.
Questa condizione a cui gli artisti si sono abituati è completamente dannosa per la costituzione di un’opera totale, una vita dedicata all’arte.
Il tempo dell’opera è un tempo dilatato e molto più complesso del tempo condiviso nel mondo.
Joseph Konrad, sconsolato, scrive ad un amico che non sa spiegare alla moglie, che si lamentava della sua “pigrizia”, che quando si soffermava a guardare fuori da una finestra lui stesse comunque lavorando.
Un artista dovrebbe in qualche modo adagiarsi ad una sorta di pigrizia riflessiva, ma oggi tra fiere, mostre, committenze, residenze, talk, opening e la necessità di immergersi nella societas dell’arte contemporanea questo approccio è impossibile.

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.


DB:
Quest’estate, preparando la tua mostra per Moon Contemporary al Castello di Carini, nelle sale affrescate dell’appartamento al piano nobile, hai lavorato immaginandoti nei panni di un artista/artigiano che si relaziona ad una committenza principesca. Da qui il titolo, Vussurìa, ossia vossignorìa, una tipica allocuzione di ossequio che evoca una condizione. Hai realizzato delle “tende” monumentali – grandi tele dipinte di 3,5 x 2 m circa – giocando tra l’altro sulla questione della funzione, un altro di quei nodi novecenteschi che oggi torna nel dibattito artistico, con un design che avanza ruggente sui territori un po’ affaticati dell’arte.
Mi piacerebbe esplorare con te questa macchina ideativa.
Ti dico come l’ho letta io. Mi è sembrato un riflettere sulla pittura a partire dalle condizioni contestuali in cui prende forma, trova origine. E poi mi è parso che attraverso lo scarto temporale quasi provocatorio di questa tua immaginaria immedesimazione nel pittore di corte – con l’aggiunta dello smaccatamente classico tema delle quattro stagioni – spostassi radicalmente non solo le condizioni ideative ma anche, e forse soprattutto, quelle riflessive intorno all’opera. Quasi come se servisse uno scossone per uscire dalla routine con la quale ci relazioniamo all’arte, e ancor più al tempo, non solo dell’arte, ma esistenziale; quasi una messa in scena necessaria per poter pensare con disposizione differente la condizione del fare arte oggi, le ragioni di un pensiero che prende forma dentro un deserto, il nostro ora.
O forse, proprio, un pensare l’oggi, con gli occhi remoti di un artigiano di corte.

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.


GP:
Ho sempre pensato che la pittura, in particolare il mio modo di intenderla quotidianamente in studio, sia una, se non l’unica, forma artistica che non necessita di contesto o di occasione per esistere autonomamente. L’arte in un’opera pittorica esiste in quanto arte, sia che venga mostrata in un museo sia che rimanga chiusa in una cantina. Per questa ragione ho sempre considerato impossibile la costituzione intellettuale di un progetto di mostra sul mio lavoro perché la costituzione intellettuale dei miei lavori viene da più lontano dell’occasione mostra.
A Carini ovviamente è avvenuto un cortocircuito intorno a questa mia ideologia. Ed è avvenuta per il mio amore assoluto per la Sicilia.
In quel luogo ho dovuto e voluto lasciar fluire in me tutta una serie di emozioni e ricordi legati alle mie origini e sono entrato in quelle sale con un’altra prospettiva.
È vero che le opere esposte sono in realtà un momento di passaggio della mia pratica di studio, ma è vero anche che fissandole nel tempo della mostra fanno opera a sé.
L’idea dell’artista artigiano in una persona che fa pittura è una costante assoluta.
Il pittore è tenuto imprescindibilmente a conoscere e a saper usare i materiali stessi che compongono la sua opera.
Deve essere erudito e colto in fatto di tecniche e spesso proprio questa ricerca tecnica porta poi ad esiti culturali giganteschi.
Diciamo che per Vussurìa ho voluto mostrare il fianco debole delle mie ideologie sulla pittura: mostrare lavori concettualmente finiti ma tecnicamente (secondo la mia solita pratica) incompleti e immaginarmi come un artigiano la cui unica capacità tecnica richiesta per ultimare i decori di quelle sale fosse quella di tappezziere.

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Gianni Politi, installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.


GB:
Aggiungo che quando sei arrivato a Carini, Gianni, ci conoscevamo appena, di vista diciamo o attraverso i lavori, e comunque sempre con un filtro che quella societas dell’arte di cui parlavi prima tende ad apporre sugli autori, meglio se giovani. Lo spazio di Carini, dunque, presentava un ulteriore livello di difficoltà, essendo a sua volta uno spazio ideale per noi che lo abbiamo scelto come luogo di ricerca sul contemporaneo.
Questo, almeno per me, è un punto fondamentale quando si va a lavorare in modalità site specific; lo spazio non lo puoi cambiare e per il pittore, stavolta come lo intendeva Kounellis, tutto ciò che circonda l’opera al momento in cui viene lavorata è fondamentale. Quello spazio è proprio parte dell’opera, lo studio intendo, quella cellula.
Avendo visto le grandi tende che compongono Vussurìa prima in studio (quello provvisorio in residenza), ho percepito questo legame diretto con le stanze affrescate delle stanze del Castello e, viceversa, una volta allestite, ho sentito lo spazio dello studio (di Roma, che per assurdo non conosco ancora).
L’opera dovrebbe sempre riuscire nei suoi spostamenti e trasporti a portare con sé una parte del luogo in cui viene realizzata, così come porta con sé i pensieri che l’hanno ideata.
È ancora una volta un livello in cui subentra l’arte magica, le energie sottili che lavorano sul reale.
L’opera è un essere vivente, senza alcun dubbio.

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Gianni Politi, installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.

DB: Rimanendo su Carini: mi pare che si siano mostrati con evidenza due aspetti spesso presenti nel tuo lavoro, Gianni. Intanto una certa idea di ripetizione, di serialità. Quale tempo attraversa questa “ambigua” serialità?
E poi, quelle grandi sottrazioni, quelle “mancanze” nel cuore nelle grandi tele. Lacerti che magari torneranno presto in qualche altro quadro. (Dentro la storia recente della pittura, senza voler citare i soliti giganti legati all’idea di lacerazione, di strappo, mi vengono in mente degli esempi condotti da qualche francese di  Support/Surfaces…)
Dunque, struttura, funzione, sottrazione, riutilizzo, ricomposizione…

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.

GP: Il lavoro di Vussurìa dal punto di vista cromatico racconta le quattro stagioni, per cui da quel punto di vista le opere sono velocemente e facilmente leggibili e il rimando al trascorrere del tempo, soprattutto perché immerse in un contesto così ricco di storia, è facile. È stata la prima volta che mi sono messo a lavorare seguendo un certo obiettivo cromatico. Ciò che non è cambiato intorno a questo lavoro è stato il mio modo di approcciarmi alle immagini.
Dal momento che ho permesso alla pittura di generarsi quasi spontaneamente (se spiegassi meglio questa frase svelerei troppo della mia tecnica pittorica iniziale) me ne sono dovuto riappropriare eliminandone porzioni.
Questo modo di procedere mi permette di fare mio il gesto iniziale e spontaneo con cui genero certe immagini astratte e soprattutto di riusare certi materiali per dare vita a nuove opere.
Non è la prima volta che mostro opere con dei grandi o a volte piccoli vuoti. Da varie decisioni avvenute in studio, sono nate alcune serie caratterizzate proprio dall’incompletezza dell’immagine.
Per Carini era fondamentale per me lasciare un buco in quelle tele, sia per permettere che le stanze diventassero effettivamente parte dell’immagine ma anche per limitare l’impatto che ha una premessa cromatica del genere su un lavoro che secondo me è molto più profondo.

GB: è un valore il vuoto. Quei buchi sulle tele di Gianni io li vivo attraverso questa esperienza. Devo dire, c’è un passo del grande grande filosofo cinese Zhuabg –zi  che dice che benché i piedi dell’uomo non occupino che un piccolo spazio sulla terra, è grazie a tutto lo spazio che non occupano che possiamo camminare sulla terra immensa. Questo è il vuoto necessario di Vussurìa.

GP: Nel caso del lavoro di Carini realizzato interamente in Sicilia grazie a Moon Contemporary, le parti mancanti delle tele fanno parte del nucleo di lavori che abbiamo esposto in questi mesi sempre in Sicilia, a Palermo, insieme a Giuseppe Buzzotta, nella doppia personale a Palazzo Ziino.

Giuseppe Buzzotta, installation view, Scalza

Gianni Politi, installation view, Scalza. Giuseppe Buzzotta / Gianni Politi, 6 dicembre 2017- 7 febbraio 2018, a cura di Daniela Bigi e Gianna Di Piazza, Palazzo Ziino, Palermo. Foto Nicola Di Giorgio.

DB: Si, giusto, arriviamo a Palazzo Ziino, e a Scalza, la mostra che abbiamo inaugurato i primi di dicembre. Il titolo è nato da un sogno di Giuseppe di quest’estate, nei giorni in cui la progettavamo. Le sale di Palazzo Ziino si trasformavano in un prato, verde, morbido,  tutti camminavano scalzi e si muovevano tra le sale con leggerezza e libertà. Contemporaneamente, scalza, appariva una donna, la foggia delle vesti antica, l’energia potente; misteriosa e silenziosa si muoveva tra le stanze (la pittura?)…

GB: Per Scalza ho pensato delle opere che hanno un forte rapporto con le condizioni fisiche del corpo, sono riconducibili all’anatomia, alcune addirittura alla fisiologia (Spleen, 2017, olio su tela, 165 x 210 cm).
è una riflessione forte sul ritmo della quotidianità, quando qualcuno si sacrifica nella propria occupazione in un modo che la società riconosce come “eroico” quasi, togliendo tutto il tempo e le energie al resto, come mai questo bene “eroico” non conserva anche il fisico della persona? È come se il massimo impegno etico rischi di essere vanificato se non viene costruito e messo in atto in armonia con un benessere fisico.
Combattere ed applicarsi per un equilibrio sociale o ideale è davvero possibile senza compromettere il proprio equilibrio fisico? E non è forse un fallimento in partenza non salvaguardare le proprie energie? Voglio dire, minacciare il proprio equilibrio provoca tensioni e instabilità che annodano qualsiasi possibile raggiungimento del vuoto e qualsiasi realizzazione etica. è un tema molto controverso nel sistema in cui viviamo, per questo ci siamo affezionati all’idea di camminare scalzi entro la pittura e, viceversa, di permettere ad una pratica di muoversi libera dentro il nostro vivere, rispettando dei ritmi vitali sacri.
Forse è il mio lavoro più politico, più marxista e mi piacerebbe che venisse letto sotto questa luce.

 

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