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CONSTRUCTED CULTURES SOUNDS LIKE CONCULTURE.
CONDIVIDERE ESPERIENZE PER UNA CULTURA ALTERNATIVA

di Andrea Ruggieri

La verifica incerta

Sul fondo: Adrien Missika, Ultimate Thrill 2, 2015; in primo piano: Mia Marfurt, No Time Like The Present (B), 2015, veduta della mostra. Ellis King, Dublino.

Quando il reale si innesta sul virtuale si connette ad una realtà alternativa fatta di regole proprie e indicazioni autonome, tratte da citazioni della cultura bassa, popolare, dal computer gaming e dai social network, ma anche dalla storia dell’arte e dalla cultura mistica, individuando la porta per una realtà alternativa, mai del tutto sganciata da quella quotidiana, ma neanche completamente coerente.

Thais o Perfido incanto

Adrien Missika, Jardin d'Hiver (version synthétique), 2013, veduta della mostra. Ellis King, Dublino.

Si arriva così alla determinazione di una “cultura costruita” – “constructed culture” – che non è esattamente una costruzione culturale, poiché non si limita a quel processo che fa della condivisione di significati la definizione dei fenomeni della vita quotidiana, si tratta piuttosto di una narrazione alternativa che si sostituisce a quella reale. 

Mario Schifano, Vietnam

Adrien Missika, El Efecto Lunar 3, 2015, veduta della mostra. Ellis King, Dublino.

Samuel Leuenberger parte da queste riflessioni per curare, negli spazi della galleria Ellis King di Dublino, la mostra Constructed Cultures Sounds Like Conculture, esplorando la pratica di cinque giovani artisti internazionali, il loro personale approccio ad una cultura condivisa che si fa narrazione, che attraverso media differenti e differenti citazioni fanno emergere esperienze diverse, diverse culture costruite da parametri e regole soggettivi.
Darren Bader, Mia Marfurt, Adrien Missika, Lydia Ourahmane e Tabor Robak spaziano dall’impegno politico alla destrutturazione formale degli elementi architettonici, dalla fuga romantica in un mondo tropicale e selvaggio all’interesse per i codici sociali. Adrien Missika in particolare sembra attraversare il mondo con gli occhi di un turista professionista, in costante ricerca di un punto di contatto tra l’esperienza del viaggio e la rappresentazione di un mondo esotico, puntando al limite tra la realtà e l’immaginazione.

Francesco Di Cocco, Il ventre della città

Darren Bader, veduta della mostra. Ellis King, Dublino.

Allo stesso modo Mia Marfurt lavora sull’appropriazione delle immagini, sovrapponendole per creare rappresentazioni a cavallo tra figurazione e concetto, mentre Lydia Ourahmane attinge alle complesse relazioni sociali per descrivere un mondo nel quale è posto in evidenza il contrasto tra ricchezza e difficoltà della vita relazionale. I segni si sovrappongono, si confondono e il quadro che ne viene fuori è un’esperienza soggettiva e difficilmente condivisibile se non attraverso gli strumenti messi a disposizione dalla comunicazione artistica.

Carmelo Bene, Nostra Signora dei Turchi

Lydia Ourahmane, The Land of The Sun, 2014, veduta della mostra. Ellis King, Dublino.

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