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MARC CAMILLE CHAIMOWICZ. SPAZIO-TEMPORALITÀ SOSPESA

intervista a Eva Fabbris a cura di Ginevra De Pascalis

Ginevra De Pascalis: Maybe Metafisica. Il titolo evoca una vicinanza alle atmosfere senza tempo della Metafisica. E, in effetti, in Chaimowicz mi sembra affiori una realtà che solo apparentemente assomiglia a quella che conosciamo. In che modo il progetto espositivo si lega alla storia e all’architettura del Palazzo dell’Arte?
Eva Fabbris: Il punto di partenza per questo progetto espositivo è la presenza dei Bagni Misteriosi di Giorgio de Chirico nel giardino del Palazzo dell’Arte. Chaimowicz è un artista che spesso lega la sua produzione artistica ad autori del periodo tra la seconda metà dell’Ottocento e il momento delle Avanguardie, come ad esempio Gustave Flaubert o Jean Cocteau. A de Chirico non aveva mai pensato, ma grazie a questo spunto, ha immaginato un percorso espositivo nel quale sottolineare le affinità tra la sua pratica e i temi e le atmosfere più pregnanti della Metafisica. Inoltre le eco tra le due pratiche si moltiplicano prendendo in considerazione la natura storica ed estetica del Palazzo dell’Arte di Muzio. Gli elementi architettonici che il Modernismo ha ripreso dalle oniriche ambientazioni metafisiche – penso soprattutto, ma non solo, agli arconi a tutto sesto – fanno parte del linguaggio formale di Chaimowicz fin dagli anni settanta.

Chaimowicz

Marc Camille Chaimowicz, Maybe Metafisica, veduta della mostra, La Triennale di Milano, Milano, 2016. Foto Gianluca Di Ioia.

GDP: Il percorso della mostra prende avvio da Il figliuol prodigo, un quadro di de Chirico del 1973 in cui padre e figlio sono all’interno di uno spazio spoglio e immersi in un’atmosfera irreale, caratterizzata da un forte senso di inquietudine. Allo stesso modo, anche gli ambienti di Chaimowicz si contraddistinguono per un forte senso di sospensione, talvolta addirittura inaccessibile. Penso a Chose Our Words with Care That Neon-Moonlit Evening; It Was as if We Were Party to a Wonderful Alchemy, una sorta di tableau vivant rivisitato in cui, dietro ad una tenda, si possono intravedere fiori, specchi, una stola di pelliccia e una varia serie di oggetti. Intravedere perché appunto la visione è bloccata da un sipario dotato di alcuni fori, come un’eco duchampiana. Con riferimento alla parabola evangelica, de Chirico racconta la storia di un pentimento. C’è, nella mostra in Triennale, in qualche modo una volontà di esprimere un ripensamento? Un recupero del passato, un “atto di riconciliazione”?
EF: Non so se per de Chirico l’elemento del pentimento fosse centrale rispetto alla scelta di questo tema evangelico, ma sarei piuttosto certa nel dire che non lo è in generale nell’opera di Chaimowicz. Per de Chirico Il figliuol prodigo è un argomento che si lega alla sua idea di arte come dimensione di attesa, di tempo sospeso, che è qualcosa di comune tra lui e Chaimowicz. Per l’artista franco-britannico, infatti, il tempo si esprime circolarmente, in un gioco di ritorni, di riprese, di accadimenti che si ripetono con variazioni minime, ma emotivamente significative. Questa sua concezione è ben dimostrata dalla sua abitudine di produrre nuove versioni delle sue opere più iconiche (i paraventi, gli archi…) in risposta ai diversi contesti espositivi in cui di volta in volta si trova ad esporre.

Chaimowicz

Marc Camille Chaimowicz, Maybe Metafisica, veduta della mostra, La Triennale di Milano, Milano, 2016. Foto Gianluca Di Ioia.

GDP: Due progetti paralleli. Uno alla Serpentine Gallery di Londra (Autumn Lexicon) e l’altro a Milano. C’è una connessione contenutistica tra i due?
EF: Sono due mostre molto diverse tra loro. Alla Serpentine si assiste ad un rigoroso display di quel lessico che dà il titolo alla mostra, in cui gli elementi più belli e caratterizzanti della sua produzione sono giustapposti a creare un insieme che narra la sua vicenda creativa. Alla Triennale, invece, si assiste ad un progetto unitario, nato per dare corpo alla scoperta della vicinanza contenutistica ed emotiva tra il lavoro di Chaimowicz e la Metafisica.
GDP: Gli ambienti di Chaimowicz rappresentano spesso una fotografia all’interno del mondo di tutti i giorni, in cui ogni oggetto si carica di evocazioni di posti, gesti, affetti, ricordi, come volesse comunicare tracce di una qualche vita interiore. Invertendo l’idea del design tradizionale per cui ogni oggetto rappresenta solo se stesso, gli elementi che popolano lo spazio creato da Chaimowicz sono tesi in bilico tra oggetto e opera, dècor e pittura. Perfino i wallpaper, o le sedute dalle tappezzerie matissiane sembrano farsi veicolo di sollecitazioni sensoriali che restano aperte, facendo riferimento ad una loro funzionalità potenziale che, di fatto, manca.
Trovo che questa “decontestualizzazione” dell’oggetto immerga lo spettatore in un’atmosfera fortemente conturbante. Che tipo di spazio è stato concepito per la Triennale? Emergono anche qui, questi aspetti?
EF: La mostra si articola in uno spazio circolare tripartito: ci sono un’area di ispirazione più domestica, una “hall” architettonica e un largo corridoio-strada, dedicato principalmente a due serie prodotte in occasione della mostra. Si tratta dei Rope Vases for Milan (prodotti alla Bottega Ceramica Gatti di Faenza) e di Venezia (delle mensole in bronzo realizzate alla Fonderia Artistica Battaglia di Milano). È in queste opere in particolare che mi pare emerga l’aspetto di sollecitazione sensoriale di cui parli. Sono oggetti potenzialmente funzionali, di cui in mostra è accentuata la preziosità tattile, aspetto che è messo in luce anche dalla compresenza con una serie di disegni delicati, di appena immaginabile contenuto erotico.

Chaimowicz

Marc Camille Chaimowicz, Maybe Metafisica, veduta della mostra, La Triennale di Milano, Milano, 2016. Foto Gianluca Di Ioia.


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