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Da UnDo.Net a Premiata Ditta

di Rossella Moratto

Nel 2010 Marcella Anglani ha pubblicato su “Arte e Critica” (n.62, marzo-maggio, anno XVI) una conversazione con Vincenzo Chiarandà e Anna Stuart Tovini intitolata Da Premiata Ditta a UnDo.Net.

Il dialogo ripercorreva la storia del duo artistico formalizzato in società nel 1984 che, con una scelta coraggiosa e radicale per quei tempi, sceglieva il linguaggio e il metodo della produzione aziendale piegato a fini non utilitaristici riuscendo a evidenziare precocemente i meccanismi che avrebbero determinato lo spostamento del sistema dell’arte verso un assetto speculativo e finanziario.

Dieci anni dopo nasce UnDo.Net, tra i progetti pionieri dell’uso artistico del web. Qui la tecnologia viene utilizzata come modalità di scambio orizzontale e la rete come spazio di sperimentazione di grande portata innovativa. UnDo.Net, il progetto più conosciuto di Premiata Ditta, nel 2015 è diventato un archivio, aprendo nuovi sviluppi. Vorrei intitolare questa conversazione Da UnDo.Net a Premiata Ditta, come un’ideale “seconda puntata” del percorso artistico del duo.

Rossella Moratto: ...oggi potremmo dire “Da UnDo.Net a Premiata Ditta”, continuando idealmente la conversazione fatta quasi dieci anni fa con Marcella Anglani per descrivere il corso della vostra attività. Un percorso che state raccontando in prima persona in una serie di conferenze performate che hanno avuto luogo in diverse città e sono culminate lo scorso marzo al MAMbo di Bologna.

Anna Stuart Tovini: Dal 2015 stiamo formalizzando la narrazione del nostro percorso e di quello delle persone con cui lo abbiamo condiviso, quindi facciamo il punto sul passato e sul presente. Abbiamo iniziato al Museo del 900 di Milano.
Quando abbiamo deciso di concludere il ciclo di UnDo.Net abbiamo voluto “capacitare” tutti coloro che l'hanno sempre usato del fatto che si trattasse di un'opera. Un'operazione d'arte condivisa, perché per realizzarla Premiata Ditta ha messo insieme tanti gruppi di lavoro che si sono avvicendati negli anni, contribuendo ognuno a determinare la crescita del network. E soprattutto per quel principio di inclusività massima e partecipazione rivolto all'utente su cui UnDo.Net è nato e si è sviluppato nel corso degli anni.
Per tutto il mese di dicembre 2015, tutti i visitatori hanno potuto scaricare gratuitamente dalla home page del sito l'Autentica dell'opera UnDo.Net, numerata e con il proprio nome.
La lecture al Museo del 900 di Milano è stata anche la prima occasione pubblica in cui abbiamo cominciato a firmare le Autentiche che le persone avevano portato con sé.
A questo evento sono succedute altre conferenze in cui abbiamo sviluppato un display sempre un po' diverso, perché raccontare una storia significa organizzare i dati in funzione di chi ascolta, nel rispetto del nostro lavoro che muove da un intento partecipativo prioritario. La conferenza al Museo del 900 si è svolta il 20 aprile 2015 e, in quell’occasione, abbiamo fatto una ricognizione sugli eventi artistici che erano accaduti intorno a quella data attraverso gli anni e che ci vedevano coinvolti. Nelle successive conferenze, a Varese e a Bergamo, abbiamo sviluppato un’altra versione, assolutamente low technology, per sottolineare la diversità delle nostre scelte dopo UnDo.Net, che ora è in rete solo come archivio.
La dimensione performativa delle conferenze è importante per noi: significa innescare uno scambio interattivo e non semplicemente tenere una lecture frontale.
Anche la lunghezza fa parte di questa scelta: a Bologna la conferenza è durata 1’45” e la sala è rimasta piena. Andiamo in direzione contraria a quella imposta dalla tecnologia, che spinge a velocizzare e a sintetizzare le informazioni. Noi scegliamo di prenderci tempo.
Visto che nel parlare della nostra storia ci piace raccontare anche quella di tutti coloro che l’hanno vissuta con noi, nel caso di Bologna abbiamo voluto fare un lavoro di ricostruzione di un periodo molto denso. Qui, all'interno della nostra narrazione, si sono succedute voci e immagini di molti “compagni di viaggio”.

Premiata Ditta, Labirinto #2

Premiata Ditta, Labirinto #2, 2017. (particolare) Scritte raccolte in via Paolo Sarpi e strade limitrofe di Milano nei mesi di giugno, luglio e agosto. Pasta acrilica bianca su tela cm. 100 x 175 x 7. Foto Alessandro Allegrini. Courtesy collezione privata.

RM: Infatti l'interesse di queste conferenze sta appunto nella esplicitazione della dimensione corale e collettiva del vostro lavoro che si amplia fino a ricostruire la cronaca di un periodo, nel caso di Bologna la seconda metà degli anni '80 e poi gli anni '90, quando la città – dopo la morte di Francesca Alinovi – è uscita dai riflettori che l'avevano illuminata come luogo di forte sperimentazione. Invece la vitalità di Bologna non si è mai spenta…

AST: La maggioranza degli artisti della nostra generazione è passata da Bologna, città che è rimasta nel cuore di tutti e punto di riferimento, come si può vedere anche nella serie di documenti cartacei che abbiamo mostrato durante la conferenza. Tra questi, quelli riguardanti la performance calcistica collettiva durante ArteFiera, nel 1994, che ancora ci fa ridere ricordando… Era stata organizzata da due artisti (Yannis Kopsinis e Michele Mariano che gestivano il Depot, locale allora frequentatissimo) all'interno di un padiglione a lato della fiera dove c'era un campo di calcetto. Fu una partita memorabile cui parteciparono, tra gli altri, Giacinto Di Pietrantonio, Giancarlo Politi, Lino Baldini, Roberto Pinto e tantissimi artisti, insomma una gran parte del "mondo dell'arte" di allora che si trovava ad ArteFiera... Cose impensabili a Milano, a Torino o negli anni 2000... Abbiamo poi ovviamente citato la Neon di Gino Gianuizzi, uno dei primi spazi indipendenti in Italia, vero luogo di innovazione che è stato sempre un riferimento per le giovani generazioni di artisti, fino alla sua chiusura definitiva, nel 2011. Abbiamo raccontato delle iniziative al Link, delle grandi collettive, anche del progetto condiviso con Radio Città del Capo insieme a diversi artisti per tanti anni...

RM: La dimensione partecipativa del vostro intervento a Bologna culmina nell'affidamento in comodato d'uso al MAMbo dell'opera "You are here", un esempio di proprietà comune e condivisa tra 48 proprietari. Mi parlate di questo progetto?

AST: You are here è un'opera il cui statuto mette in discussione il concetto di proprietà esclusiva e rimette il museo al centro, sottolineando la sua dimensione di spazio pubblico. La proprietà collettiva di un'opera data in comodato d'uso era una condizione di fatto inedita. L'avvocato Francesca Benatti, esperta in Diritto dell'Arte, ha curato tutti gli aspetti giuridici dell'operazione, in cui abbiamo dovuto incrociare diverse tipologie di contratti. Vogliamo anche sottolineare il ruolo di Fabiola Naldi nella mediazione con il Museo, oltre che nei diversi aspetti "curatoriali" dell'evento.
Vincenzo Chiarandà: È una triangolazione innovativa che ha creato un precedente giuridico.

Premiata Ditta, You are here

Premiata Ditta, You are here, 2018. Proiezione permanente nell'atrio d'ingresso del MAMbo. Proiettore di gobo a led, logo di colore bianco su fondo rosso e didascalia con i nomi dei 48 donatari comproprietari dell'opera. Courtesy MAMbo – Museo d'Arte Moderna di Bologna e collezioni private.

L'opera "You are here" è costituita dalla proiezione dell'omonima scritta/logo circolare, di colore bianco su fondo rosso, collocata sul pavimento nell'atrio d'ingresso del MAMbo. La scritta è proiettata da un lettore di gobo a led e ha un diametro di circa un metro. I visitatori che entrano nel museo sono ora accolti dal messaggio "You are here" che quindi è indirizzato a un bacino ben più ampio dei 48 proprietari che possiedono l'opera. I proprietari sono tutte persone con cui abbiamo condiviso negli anni progetti e avventure legate a Bologna: sono amici, artisti, curatori, i loro nomi sono elencati nella didascalia dell'opera esposta.
You are here è un'opera che "obbedisce" ai principi della co-cura e della share economy. E come sempre abbiamo lavorato in modo sistematico sul tema dell'economia, sulla nostra storia e su quella delle persone che abbiamo incrociato.
Anche le conferenze performate, ora in progress, diventeranno un'opera in forma di archivio o forse saranno l'origine di altri progetti.

RM: Nella vostra ricerca possiamo includere il progetto di Studi Festival, a Milano, 2014-2017, di cui siete stati parte attiva?

AST: Oltre alla vera e propria ideazione e organizzazione del festival (realizzato per tre anni in collaborazione con Rebecca Moccia e Claudio Corfone), nel 2017 abbiamo presentato un'opera su carta di Premiata Ditta in una delle 100 mostre della terza edizione. Si tratta degli esiti di una ricerca un po' ironica e un po' dissonante che potrebbe far riflettere sul ruolo degli artisti nel "sistema dell'arte" di oggi.
Sono le visualizzazioni delle risposte a una breve serie di domande sulla relazione tra tempo e lavoro che abbiamo sottoposto agli artisti che partecipavano al festival. Dando vita e stando immersi nel progetto Studi Festival, abbiamo notato che da una parte c'è un grande movimento anche autogestito e il desiderio di sperimentare, ma dall'altra ci sembra che questo fare sia spesso solo una forma di autopromozione che sottende un certo conformismo da parte di molti giovani artisti indirizzati solo all'affermazione sul mercato. È quindi uno sforzo di adeguamento che rende uniformi le proposte e ne annulla l'innovazione. Naturalmente in questa gestione della propria immagine c'è sicuramente un sapere e la consapevolezza di un'attitudine che potrebbero diventare motori di cambiamento.

Premiata Ditta, Potere

Premiata Ditta, Potere, 1994. Lavagna d'acciao e simboli magnetici, cm. 100X150. Courtesy collezione privata.

MR: Anche "Profiles", il nuovo progetto a cui state lavorando, implica dinamiche partecipative ma adotta metodologie diverse, e soprattutto il ritorno alla manualità e al disegno.

AST. I nostri progetti sono sempre stati partecipativi. Non è una scelta facile. Attuare progetti partecipativi richiede una certa integrità etica e onestà intellettuale, altrimenti si rischia di creare consenso anziché consapevolezza. Spero che la nostra ricerca evidenzi chiaramente queste idee. Compreso l'essere consapevoli della forza di quei meccanismi uniformanti che rischiano di depotenziare la cultura e l'arte.
VC: Nel tornare a lavorare con il disegno e la carta ci stupiamo del risultato, anche se come sempre partiamo da un concetto molto definito e strutturato. Dopo UnDo.Net – progetto che è stato normalizzato e copiato molte volte –  in cui abbiamo lavorato sul funzionamento della comunicazione digitale e sulla dimensione mimetica tra opera e servizio, ora, analogamente ma diversamente, operiamo innescando dispositivi e processi aperti. Utilizziamo altri materiali perché vogliamo proporre un rallentamento, una riflessione sul tempo e una dimensione personale più diretta.
Per oltre 10 anni abbiamo frequentato ripetutamente le isole dell'arcipelago delle Azzorre, tutte così particolari e diverse l'una dall'altra. Abbiamo quindi proposto alle istituzioni locali un nostro progetto artistico dedicato proprio agli abitanti di queste isole e alla loro storia, cominciando da Graciosa, un luogo che amiamo particolarmente. A partire da alcuni amici graciosensi e con il loro aiuto, abbiamo coinvolto un certo numero di persone che ci hanno fatto entrare nelle loro case per scegliere soggetti da cui realizzare i nostri disegni: angoli domestici caratterizzati dalla presenza di oggetti personali, strumenti di lavoro, ricordi, disordine e ordine quotidiano. Nel corso di queste visite gli abitanti ci hanno raccontato momenti della loro vita e di quella dell'isola. Profiles è un'indagine sulla realtà della piccola isola di Graciosa e della sua comunità ristretta e coesa che cerchiamo di rappresentare attraverso disegni e racconti. L'abbiamo chiamata "arte privata" perché per realizzarla abbiamo chiesto la collaborazione attiva degli abitanti, siamo andati a casa loro scegliendo insieme paesaggi domestici non particolarmente belli, anzi!
È un'idea all'apparenza semplice, che però incontra non poche difficoltà perché varca la soglia del privato e smaschera la spersonalizzazione a cui siamo tutti assoggettati proprio in una fase storica che ci spinge in ogni modo ad evidenziare la nostra unicità.

 

Premiata Ditta, Profiles

Premiata Ditta, Profiles, 2018. N. 10 disegni, pennarello indelebile nero su carta fotografica lucida, cm. 214 x 107 ciascuno. Veduta dell'installazione. Biblioteca Municipale di Santa Cruz di Graciosa, Azzorre. Foto Pedro Vasconcelos. Courtesy degli artisti.

RM: È un progetto che richiama anche la tradizione del ritratto sociale … ma in chiave orizzontale, collaborativa...

VC: Sì, qui le persone in qualche modo accettano di farsi descrivere attraverso gli oggetti e sono coscienti dell'idea alla base del lavoro. In questo caso specifico, ci interessa considerare anche come si modifichino le tradizioni in tempi di capitalismo globale, in tempi guidati dalla logica totalitaria dell'accelerazione e dell'alienazione delle persone da quegli oggetti ("prodotti") che in parte delineano le nostra identità e danno forma ai nostri paesaggi mentali influendo sui territori in cui tutti viviamo.
Il titolo Profiles ha diversi significati, ma il più chiaro è quello riferito al profilo digitale, quello che ci definisce come consumatori e viene rilevato dalle nostre abitudini d'acquisto piuttosto che dal tipo di ricerche che facciamo in Internet (semplificando).
AST: Profiles nasce e si sviluppa attraverso legami personali di conoscenza e di fiducia. La scorsa estate abbiamo presentato i disegni in una mostra allestita nella biblioteca a Santa Cruz, a Graciosa, durante una ricorrenza importante per la vita dell'isola. Successivamente daremo al lavoro delle formalizzazioni diverse, tra queste un libro che sarà una via di mezzo tra il catalogo e il libro d'artista, proponendo disegni e racconti nati dalla nostra esperienza sull'isola.

RM: Come è cambiato il vostro rapporto con il sistema dell'arte dopo UnDo.Net?

VC:  Moltissimo, dal momento che abbiamo cessato di fornire un servizio che era così utile per molte persone... UnDo.Net era una galassia autonoma, uno spazio indipendente dalle dinamiche economiche delle gallerie, che ora invece ci riguardano molto più da vicino.
Premiata Ditta è stata ed è ancora un'identità multipla con un ruolo sfaccettato e questa nostra mobilità ha per noi un valore fondamentale che però ci penalizza rispetto a un sistema che deve inquadrarti in modo chiaro. La posizione interstiziale è la nostra salvezza, ma non ci esime dal confronto con il sistema, con il mercato... La partita si riapre costantemente, e per fortuna!

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