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ANDREA DE STEFANI. Partecipo attivamente al solito vecchio match, Caos vs Ordine

Conversazione con Daniela Bigi

Impegnato ad Almanac Inn con Nocturama e vincitore dell’ultima edizione del Premio Menabrea, nei mesi scorsi Andrea De Stefani ha preso parte a Roma al terzo appuntamento del Progetto Mandrione presso la Fondazione per l’Arte, curato da Daniela Bigi. Riportiamo uno scambio di riflessioni nate in seno a quell’esperienza.

Paolo Cotani, Tensioni, 2009

Andrea De Stefani, in the foreground: Dry Landscape Chillaxin’ Jackson, 2015; behind: Smash-Up Silverstone, 2015; in the background: Dry Landscape T2B, 2015. Wholetrain, exhibition view at Fondazione per l’Arte, Rome, 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

Daniela Bigi: Mi interessa approfondire la dialettica tra l’incontro e il controllo che interviene nel tuo processo di formazione dell’immagine. Parli spesso del paesaggio, quello in cui ti muovi abitualmente o quello che attraversi accidentalmente, come del più autentico ritratto di una società, o comunque di una collettività (non usi proprio la parola ritratto, ma il senso è un po’ quello). Parli delle forme residuali che il paesaggio incamera, ingloba, come di ineccepibili indicatori di una condizione umana. Incontri un paesaggio fisico, ne leggi in filigrana la dimensione antropica analizzandone i dati oggettuali, interagisci con quella dimensione fisica e antropica introiettandovi un tuo scenario, intervenendo con dei processi di ibridazione che generano un nuovo paesaggio, in cui natura e artificio umano trovano ulteriori terreni per misurarsi e cercare una – vorrei dire – pacificazione. Un paesaggio perfettamente controllato, millimetricamente posseduto, more geometrico. Nasce una nuova immagine. Cosa accade in quel passaggio, direi abbastanza sofferto, tra incontro e controllo? Quale seme può germinare nel terreno che mette insieme questi due volti dell’agire?
Andrea De Stefani: Probabilmente è un certo rigore nelle forme a dare la sensazione che io esiga il totale controllo sulle immagini che genero o sui paesaggi che progetto. Eppure questo mio veicolare o bilanciare forme e materiali esprime un’idea di controllo che è solo illusoria.
Il fattore controllo è il proposito fallimentare che conferisce una forma alla mia ricerca. Partecipo attivamente al solito vecchio match, Caos vs Ordine. Alle volte nelle mie opere tento di esasperare l’attitudine umana ad organizzare gli spazi, le forme, il pensiero, il tempo... D’altra parte la mia ricerca è strettamente legata alla raccolta, il remixaggio, l’alterazione di dati sensibili, tutto ruota attorno agli incontri di varia naturache faccio lì fuori durante le mie perlustrazioni. E, sempre lì fuori, non c’è nulla di più evidente che il conflitto irrisolvibile tra caos dilagante e un disperato tentativo umano di metterlo in riga. È quasi commovente la nostra perseveranza in questo senso. Nelle mie opere amplifico questa macro-componente così come altri elementi tangibili più o meno lampanti.
Cosa accade nei miei paesaggi dipende molto da chi li esperisce. Ti confesso che mi piacerebbe fossero propedeutici a un training dello sguardo. Vorrei che le conseguenze si potessero notare soprattutto a posteriori, una volta abbandonata la bolla dello spazio espositivo, una volta ritornati a contatto con i luoghi della quotidianità; vorrei che qualche fantasma si mostrasse agli occhi di chi si è allenato in questa palestra, perché – ne sono convinto – è un gran vedere e pure un gran raccontarsi, lì fuori.

Liliana Moro - All'aperto

Andrea De Stefani, Smash-Up Silverstone (detail), 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

DB: Tra le innumerevoli definizioni di paesaggio che gli ultimi decenni hanno fornito in seno alle tante discipline che se ne sono occupate, c’è quella che lo vede come il luogo in cui si proiettano le forme simboliche di una civiltà.
Quella geometria che tu introduci nei tuoi paesaggi, quel pensiero ordinatore che tutto rilegge e tutto può accogliere, che probabilmente tutto può trasfigurare, a quale ruolo ultimo assolve? Mi viene in mente quell’ “orizzonte di aspettativa” di cui parla Reinhart Koselleck...
ADS: Credo che la mia pratica sia comparabile a una specie di ostinato esercizio calligrafico rivolto all’apprendimento, dove l’imparare a scrivere va di pari passo con l’imparare a leggere. Per me il paesaggio è un libro aperto che esprime le peculiarità di una cultura o di una società che opera in funzione di una cultura, con le proprie necessità e perversioni e i propri specifici rapporti ambientali. Pertanto vorrei riuscire a interpretare meglio i dati che ogni giorno mi si parano davanti, in quante più lingue possibili poiché – hai detto bene – negli ultimi decenni il paesaggio è stato analizzato, decostruito, setacciato da molte affascinanti discipline. In ogni caso non è una mia priorità emettere giudizi etici e di qualità rispetto le mie “letture”. Non è questo il punto. Non voglio e forse non mi riesce di immaginare o strutturare un mondo né migliore né peggiore di come è, dico solo che sarebbe già una conquista riuscire a vedere quello che mi sta sotto il naso, e probabilmente questo atteggiamento sottende l’unico giudizio che per ora mi sento di esprimere. Lavoro con questo obiettivo, comunque ambizioso. Considero le mie opere come un mash-up di vari aspetti del reale, o, se vuoi, di un presente costante.

Liliana Moro - All'aperto

Andrea De Stefani, Dry Landscape Chillaxin’ Jackson (part.), 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

DB: Tra le innumerevoli definizioni di paesaggio che gli ultimi decenni hanno fornito in seno alle tante discipline che se ne sono occupate, c’è quella che lo vede come il luogo in cui si proiettano le forme simboliche di una civiltà.
Quella geometria che tu introduci nei tuoi paesaggi, quel pensiero ordinatore che tutto rilegge e tutto può accogliere, che probabilmente tutto può trasfigurare, a quale ruolo ultimo assolve? Mi viene in mente quell’ “orizzonte di aspettativa” di cui parla Reinhart Koselleck...
ADS: Credo che la mia pratica sia comparabile a una specie di ostinato esercizio calligrafico rivolto all’apprendimento, dove l’imparare a scrivere va di pari passo con l’imparare a leggere. Per me il paesaggio è un libro aperto che esprime le peculiarità di una cultura o di una società che opera in funzione di una cultura, con le proprie necessità e perversioni e i propri specifici rapporti ambientali. Pertanto vorrei riuscire a interpretare meglio i dati che ogni giorno mi si parano davanti, in quante più lingue possibili poiché – hai detto bene – negli ultimi decenni il paesaggio è stato analizzato, decostruito, setacciato da molte affascinanti discipline. In ogni caso non è una mia priorità emettere giudizi etici e di qualità rispetto le mie “letture”. Non è questo il punto. Non voglio e forse non mi riesce di immaginare o strutturare un mondo né migliore né peggiore di come è, dico solo che sarebbe già una conquista riuscire a vedere quello che mi sta sotto il naso, e probabilmente questo atteggiamento sottende l’unico giudizio che per ora mi sento di esprimere. Lavoro con questo obiettivo, comunque ambizioso. Considero le mie opere come un mash-up di vari aspetti del reale, o, se vuoi, di un presente costante.

Liliana Moro - All'aperto

Andrea De Stefani, Dry Landscape Chillaxin’ Jackson, 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome

DB: Puoi raccontare il lavoro che hai realizzato al Mandrione?
ADS: Al Mandrione ho progettato un nuovo Dry Landscape, un paesaggio secco costituito dalla mescolanza tra elementi formali e materiali provenienti da un’ambientazione suburbana.
Dry Landscape T2B non è altro che una variazione del concetto orientale di Karesansui (o giardino Zen), luogo rivolto alla contemplazione all’interno del cui perimetro l’uomo organizza gli elementi naturali secondo rigidi schemi matematici e tradizionali. A partire da questo modello ho voluto operare un adattamento di forma e sostanza secondo la mia esperienza culturale e visiva. In questo caso specifico ho raccolto/utilizzato/elaborato materiali provenienti dal quartiere in cui la residenza ha avuto luogo. Ho cercato di distillare il carattere fondamentale della zona in cui per un mese ho lavorato e vissuto, zona in cui nascono forme ibride in maniera violenta e armonica allo stesso tempo.

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