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DE-GENDERINGS. CONVERSAZIONE CON DEREK DI FABIO

di Astrid Korporaal e Guido Santandrea

Derek Maria Francesco Di Fabio (Milano, 1987) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera con Alberto Garutti. Nel 2010 è co-fondatore di Motel Lucie, laboratorio di sperimentazione per lo sviluppo di opere collettive e dal 2010 collabora con Cherimus, associazione che ha lo scopo di integrare arte contemporanea e territorio in Sardegna. Dal 2012, sotto il nome di DW2♡♡8, collabora con la fashion designer Isa Griese. Tra le attività recenti, Let’s Circus, progetto di Marco Colombioni presso la Piccola Scuola di Circo (2011), Milano, una residenza alla Fondazione Spinola Banna per l’Arte (2012), la mostra personale Free Range Winter Banana presso il Pavillon Social, Lucca (2013) e la personale all’Almanac Projects, Londra (2013)

Derek Di Fabio, Ping Pong Zig Zag

Derek Di Fabio, Ping Pong Zig Zag Riff Raff Tic Tac Crick Crock Cip Ciop Din Don Spic Span Ying Yang, 2010. Serie di immagini digitali e gli interventi per le strade di Quadrilatero. Certo Sentimento, Torino, a cura di Frank Bohem. Courtesy l'artista..

AK+GS: La tua pratica include tante attività diverse: scultura, disegno, video, moda, sport, musica, yoga, cucina, orticultura, letteratura… Da dove hai iniziato? Qual è la disciplina che caratterizza maggiormente la tua ricerca?
DMFDF: Ho iniziato a disegnare all’Accademia, ma in realtà il primo lavoro che ho esposto è stata una installazione sonora, un archivio di suoni di uccelli diversi che si diffondevano per tutta la stanza. I suoni sono stati reperiti on line; ho pensato a coloro che li avevano registrati, ipotizzandone le identità allo scopo di raggiungere quei paesaggi in cui gli uccelli fissati in un tempo registrato potevano cantare, volare da qualche altra parte e ritornare nel mio loop. Il secondo lavoro (Before Jumping) consisteva in una raccolta di fiumi: video monocromi aventi per soggetto flussi d’acqua di fiumi diversi filmati dal centro di un ponte. L’idea non era quella di riportare un’immagine del fiume ma di proiettare questi video in uno spazio in modo da creare un immaginario, una location dedita a coltivare immaginari particolari. Un loop nel tempo e nello spazio. Questa idea di loop è un qualcosa che ritorna in più modi nel mio lavoro, ad esempio nel progetto in progress YSLANDS, una raccolta aperta di ricerche (poster, zine e foto) collegate alle isole. Mi interessano le isole come luoghi di ricerca sociale. In queste strisce di terra delimitate da coste, lo spazio può confondersi col tempo, entrambi trasformarsi in un ciclo di microreazioni.

Derek Di Fabio, Worm War World. 2013

Derek Di Fabio, Worm War World. 2013. 5 sculture sovrapposte. Colori del legno, pigmenti grafite, vernice spray, olio e acqua. Visualizzato su scala di metallo ,oggetto trovato (cemento). When the sun is out, his house-shaped face bathes in it, Almanac Projects, Londra. Courtesy l'artista.

AK+GS: Questa idea del coltivare immaginari e modi di abitare lo spazio si collega al lavoro con le piante che hai realizzato per la tua prima personale presso la Room Galleria di Milano (Hoookuurch, 2010)?
DMFDF: Il mio interesse per le isole è nato da una raccolta di webcam che mostravano l’Antartide, e in cui erano visibili le conseguenze del comportamento umano in un’area inabitata. Le piante esposte alla Room Galleria provenivano da cantieri in cui apparivano casualmente e sarebbero scomparse senza preavviso. Le portai in galleria dove divennero parte della struttura espositiva. La galleria mi aveva dato un mese di tempo, il mio obiettivo era esplorare questo lasso di tempo e di spazio. Per fare ciò invitai a partecipare alla mostra, che avrebbe previsto tre opening, Alessandro Agudio, Beatrice Marchi e Michele Gabriele. Tale format faceva sì che la mostra si trasformasse in una serie di episodi privati che generavano nuovi prodotti. Ad esempio, con Gabriele avevamo realizzato una serie di prototipi per una scultura che fungesse da supporto alla sua scultura. Per ciascuna inaugurazione ho presentato un nuovo prototipo. O con Beatrice, che aveva fatto un film utilizzando dei piani appoggio costruiti da me, un tavolo, uno specchio con mensola… la maggior parte di questi hanno cambiato forma e sono stati assorbiti nella mostra. Alessandro aveva realizzato un lavoro documentando lo spostamento di una pianta da appartamento in un campo all’aperto ingrandito su un poster gigante. Lo spazio diventa un organismo vivente che esplora diversi modi di esistere.

DW2♡♡8, Shooting Hills, 2013

DW2♡♡8, Shooting Hills, 2013. Workshops allo Shooters Hill College, London 2013. parte dell'opera When the sun is out, his house-shaped face bathes in it, Almanac Projects, London. Courtesy http://2008daughters.tumblr.com.

AK+GS: Quella mostra ha comportato l’invito di altri artisti, e nel 2010 hai anche co-fondato Motel Lucie. Come hai lavorato insieme agli altri artisti in quella occasione? Si trattava di un esperimento curatoriale o era un modo per realizzare opere collettivamente?
DMFDF: Trovavo sempre modi per coinvolgere la gente nel mio lavoro; ad esempio nel 2009 mandai i miei genitori a installare delle opere in occasione di una presentazione di accademie in Francia. I lavori erano stati concepiti appositamente perché loro potessero installarli e tale azione divenne parte dell’opera, così come anche le loro fotografie alla fiera che potevano essere viste come documento della loro “vacanza” in Francia. Il concept di Motel Lucie è nato dalla mia tesi di accademia, quando Lucie Fontaine lanciò un open call per proposte di utilizzo del suo spazio milanese per la durata di due mesi. Motel Lucie cominciò con un gruppo di artisti che lavorava collettivamente in anonimato, con l’obbiettivo di organizzare in quello spazio una mostra a settimana. Poi proseguimmo in modo nomade. Fin dall’inizio l’idea era di includere nel progetto le nostre pratiche, ma non attraverso opere esistenti, bensì funzionando come laboratorio o palestra per “giovani artisti”. Alla prima mostra invitammo 36 artisti a inviarci due condizioni per un’opera d’arte. Facemmo una lista di requisiti e li rinviammo agli artisti che ci risposero con un’immagine. Con questa progettammo la nostra prima mostra: una carta da parati.

Ting Cheng, documentazione di Braiding Baked Buns, workshop

Ting Cheng, documentazione di Braiding Baked Buns, workshop in collaborazione tra Derek Di Fabio e Ting Cheng, fa parte della mostra personale di Derek Di Fabio, When the sun is out, his house-shaped face bathes in it, 2013, Almanac Projects, London. Courtesy Ting Cheng.

AK+GS: In molti lavori che si caratterizzano più in quanto“workshop” che come “performance”, coinvolgi anche il tuo pubblico. Puoi affermare che la tua pratica si propone di costruire un pretesto perchè le cose accadano?
DMFDF: Per un periodo sono stato particolarmente interessato alle coincidenze. Un esempio è costituito dalla serie di interventi per le strade di Torino in occasione di Certo Sentimento. In questo caso ho ricreato alcune situazioni casuali che ho trovato e fotografato anni fa in diversi luoghi, come le automobili ricoperte di frutta, e che ho riunito negli spazi del mercato rionale. Ricostituire queste contesti è stata di per sé una performance, un’azione integrata nel posto in cui aveva luogo. Credo che questo interesse per le coincidenze sia collegato al modo in cui affronto i workshop; non una occasione per pervenire a un prodotto stabilito, quanto la creazione di un ambiente in cui ricercare insieme qualcosa di sconosciuto. Per molto tempo ho pensato a una citazione di Olafur Eliasson: “vedo le cose solo quando si muovono”. Ciò costituisce probabilmente il modo in cui sono arrivato all’idea di concepire una mostra come un palcoscenico, integrando i workshop e facendo sì che cose e persone fossero libere di muoversi. È un’idea che ho sviluppato in occasione della mostra all’Almanac. La struttura della mostra si articolava in quattro sculture che fungevano da strati utili a racchiudere volumi, pensando a un possibile luogo in cui vivere. Le opere funzionavano come diorami, ambienti di vita in attesa di essere attivati. Quando guardo oggetti o materiali cerco elementi in grado di innescare azioni o movimenti.

DW2♡♡8, stampa digitale, poster per il workshop

DW2♡♡8, stampa digitale, poster per il workshop LET’START’START. 2013 Invitato da Matteo Rubbi durante Let the stars sit wherever they will. Studio Guenzani, Milano. Courtesy http://2008daughters.tumblr.com/ .

AK+GS: Così, proseguendo con la metafora teatrale, gli oggetti fungono da testo?
DMFDF: Sì, sia le opere che i workshop sono nati da una rapporto con gli oggetti. Il mio obiettivo è mostrare il loro potenziale nello spazio del palcoscenico. I workshop esploravano i diversi modi di sopravvivere, di provvedere ai bisogni, e ciò ha costituito il punto di partenza della mostra. Come DW2♡♡8 abbiamo tenuto il primo workshop prima dell’inaugurazione, facendo passare un lungo rotolo di tessuto attraverso lo spazio, e fornendo a ogni partecipante un modello utile a ritagliare il suoi indumenti.
Il secondo workshop (Goop Gaps Gulp) esplorava l’architettura attraverso l’esigenza del dormire. Quando dormi all’esterno e affidi la tua sicurezza agli oggetti che ti circondano, che circoscrivono il tuo ambiente.
Il terzo workshop (Braiding Baked Buns, con Ting Cheng) aveva come tema un gesto decorativo applicato al cibo, il rafforzamento della sua struttura e la mimetizzazione e fusione col contesto umano. Il quarto workshop si è svolto in una scuola, lavorando con gli studenti e la fashion designer Isa Griese per creare “sculture indossabili”: progettate per essere attivate da un corpo. Il workshop partiva da un testo poetico che i ragazzi potevano interpretare o sviluppare realizzando oggetti in grado di raccontare una storia. E ancora una volta ritorna il concetto di loop, l’interruzione dell’ordine temporale in modo tale che ogni punto della sequenza abbia un suo rilievo, un suo ruolo. Per me il modo in cui si fanno le cose, questo approccio al potenziale di oggetti e persone è più importante di qualsiasi estetica formale.

AK+GS: Sotto il nome di DW2♡♡8 lavorate con Isa Griese a numerosi progetti collegati alla moda e alla musica. Come vedi queste discipline in rapporto alla tua pratica?
DMFDF: Isa ed io ci siamo incontrati quando lei lavorava con gli abiti e io ero impegnato nella realizzazione una scenografia in tessuto 4 x 5 m, per Let’s Circus, a cura di Marco Colombioni. Credo che lavorare con la moda sia una occasione per giocare con le superfici. È qualcosa che può cambiare le dimensioni, saltando tra la seconda la terza e la quarta. È anche una esigenza umana primaria, una seconda pelle.Il suono e la musica li vedo più come onde che rimbalzano sugli oggetti e cambiano direzione. Ad esempio nel progetto Cream, che ho realizzato a Berlino nel 2009, ho collaborato con altri artisti per costruire isole di suono nascoste in un giardino pubblico; i visitatori potevano seguire il suono per trovare spontaneamente queste performance improvvisate. Presumibilmente il suono non avrebbe trovato resistenza da parte dell’aria e avrebbe continuato a rimbalzare per sempre. Operare con la moda e con la musica è una forma di “intrattenimento”, un modo di lavorare mentre si conosce gente e si costruiscono nuove relazioni. Mi piace lavorare con azioni necessarie, che possono dare piacere, creare più scambi, connessioni, scontri.

AK+GS: In occasione della mostra all’Almanac, hai parlato di processo di degenderizzazione delle opere. Come vedi gli oggetti in quanto caratterizzati da un genere?
DMFDF: Gli oggetti possiedono una funzione, un’identità e un tipo di forza, quindi anche un genere. Non penso si tratti di un genere fisso, ma credo si formi attraverso la nostra esperienza dell’oggetto. Per la mostra all’Almanac, cercavo di mutare questo rapporto che poteva essere caratteristico di una fase iniziale, trasformando il debole in forte, rafforzando il soft e sciogliendo il rigido. Era un modo per neutralizzare gli elementi che catturavano l’attenzione. Questo è ciò che credo sia interessante dei feticismi: tutta la sessualità è concentrata su un elemento e questo muta le gerarchie. Voglio creare un immaginario: un crescendo di cose collegate le une alle altre, provenienti da diverse posizioni.

AK+GS: Sembra che gli oggetti che trovi e che fanno parte del tuo lavoro non siano degli stereotipi bensì degli orfani; cose con cui non abbiamo ancora una relazione, a cui non diamo alcun significato particolare.
DMFDF: Si tratta ancora una volta dell’idea di dare uguale importanza ai dettagli, attribuendo loro una individualità e agendo sul loro potenziale. Per me le opere sono testimoni del processo del fare.

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