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GIULIO DELVÈ.
SGUARDO STA AD OSSERVAZIONE COME OSSERVAZIONE STA AD ATTESA

A cura di Daniela Bigi

Giulio Delvè porta avanti da anni una pratica scultorea ove la dialettica complessa tra elemento oggettuale e intervento manuale, trasformativo, si fa restitutiva di un lento processo di osservazione, analisi, destrutturazione, elaborazione che parte dal rapporto fisico con i luoghi. Invitato di recente a Brescia per la collettiva Nobody Home da A Palazzo Gallery, tra maggio e settembre ha partecipato alla terza edizione del Progetto Mandrione presso la Fondazione per l’Arte a Roma, curato da Daniela Bigi. Riportiamo uno scambio di riflessioni nato in quel contesto.  

Paolo Cotani, Tensioni, 2009

Shadows, reflections and atmosphere, 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

DB: Giulio, nel corso degli anni hai lavorato spesso a partire dagli habitat in cui ti trovavi, dagli oggetti che ti colpivano, affrontando, a mio avviso, un doppio piano di problematiche: quello dello sguardo e quello della trasformazione. Sempre, direi, dentro una visione che pertiene alla scultura, sia che si trattasse di installazioni, sia che ti muovessi sulla bidimensionalità, come è avvenuto al Mandrione. Mi sembra interessante innanzitutto capire quale è il tuo sguardo e indagare quale sguardo richiedi allo spettatore.
In secondo luogo, mi preme approfondire quale declinazione assume nella tua poetica l’idea della trasformazione, e dove conduce quella trasformazione. Nella serie di opere che hai prodotto al Mandrione si sente l’energia quasi prometeica di chi vuole riplasmare tutto quello che ha intorno, combinando, sottraendo, muovendosi nell’ampiezza del tempo storico dell’arte eppure rimanendo aderente, sul piano dei materiali e degli elementi oggettuali, allo stringente contesto del cantiere e dei suoi dintorni.
A cosa hai lavorato in particolare Giulio? Cosa hai trovato?

GD: Sguardo sta ad Osservazione come Osservazione sta ad Attesa... L’imperativo categorico di mio padre è sempre stato: “Aspetta”, tu penserai, beh non male come approccio, molto Zen, tutt’altro! L’ “Aspetta” di mio padre, con il quale ha forgiato e influenzato le menti – mia e dei miei fratelli – è paragonabile al beckettiano Waiting for Godot, qualunque cosa ti accadesse intorno, dovevi semplicemente aspettare, valutando le infinite possibilità d’azione, semplicemente dovevi aspettare.
Attesa che quindi nel corso degli anni è risultata essere una lunga e costante non-azione, che in realtà azionava un’irrimediabile e lenta assuefazione al peggioramento, giorno dopo giorno, ogni giorno, della proprie condizioni di vita.

Liliana Moro - All'aperto

The conversation allowed them to share their contrasting viewpoints, 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

In mio padre questa sospensione implicava sì una non-azione, ma anche un’ininterrotta attività di osservazione, analisi, studio e organizzazione dettagliata dei dati registrati. Estenuanti operazioni, eseguite con rigore parascientifico, rimanendo una pratica fine a se stessa, non portavano tuttavia ad alcuna conclusione.
L’approccio analitico, la decostruzione dettagliata del fenomeno, si tramuta immediatamente in empirico nel mio processo artistico. L’attesa serve a masticare, digerire, metabolizzare, elaborare elementi, diventando successivamente azione. Un metodo di osservazione partecipante che si traduce in pratica manuale, analogica, fisica, scultorea; che diventa in qualche modo trasformazione e sintesi delle parti, delle constatazioni e valutazioni fatte.
La generazione di cui faccio parte è cresciuta irradiata dai luminosi fasci del tubo catodico, monopolizzato dal boom dell’animazione nipponica.

Liliana Moro - All'aperto

I have to get up at the crack of dawn to get to work on time I, 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

Il concetto di trasformazione ci ha accompagnato per tutta l’infanzia; arrivava sempre nel momento di maggiore difficoltà, portando con sé una sorta d’invincibile condizione di Superuomo o svariati talenti che aiutavano i nostri eroi a superare quell’ostacolo che fino ad un istante prima era parso insormontabile.
Tra la moltitudine dei personaggi, ce n’era uno della Marvel la cui speciale abilità era l’empatia; ho trovato sempre estremamente interessante che una potenzialità della nostra intelligenza emotiva risultasse talmente importante da essere considerata un potere paranormale.
La mia aspirazione è di realizzare sculture empatiche, conduttori capaci di far scorrere al loro interno sentimenti, emozioni, stati d’animo; capaci di sentire e comprendere a pieno. Superpotere che concretamente mi permetta di affrontare con sentimento ma in maniera distaccata, un po’ schizofrenica, i contesti vissuti, gli “habitat” di cui parli.
Grazie al suo essere trasversale, intersecante e sinestetico, il fare scultoreo diventa dispositivo utile ad affrontare la nostra kafkiana condizione esistenziale, inghiottiti da questa società di massa frenetica e disumana.

Liliana Moro - All'aperto

Mascherone, 2015. Courtesy Fondazione per l’Arte, Rome.

Ecco quindi che il mio interesse non va all’esattezza del dato scientifico, ma a prospettive e attitudini riferite all’atto di cambiamento, a punti di vista altri, alla consapevolezza, all’immaginazione, al futuro e alla percezione della potenzialità e possibilità di trasformazione. Una sorta di allenamento del pensiero, di resistenza mentale e fiducia nella sovversiva capacità dell’arte di rivelare lo sviluppo di attitudini critiche verso le evoluzioni dei sistemi di organizzazione della nostra società.

Liliana Moro - All'aperto

From the lips of, 2015. Courtesy A Palazzo Gallery, Brescia.

Liliana Moro - All'aperto

Mimì, 2012. Veduta della mostra Nobody Home, A Palazzo Gallery, Brescia. Courtesy A Palazzo Gallery, Brescia.

La dimensione oggettuale, componente principale della mia ricerca, risiede in quella antropologica: non c’è sviluppo cognitivo, emotivo, senza relazione triadica con l’oggetto, lo conosciamo e poi gli diamo voce.
L’osservare, il manipolare ci permettono di entrare in contatto integralmente e di conoscere sempre un po’ di più la realtà che ci circonda.
Percezione di oggetti buoni o cattivi, relazioni parziali, oggetti ambivalenti carichi di significati che non si annullano ma coesistono nella complessità dell’essere.
La stessa dimensione antropologica, che si riferisce al rituale, ai processi, alla necessità di riscandire il passaggio del tempo, diventa un tentativo di proiettare linee guida, cartesiane di un sistema di riferimento.

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