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STANO FILKO E KIKI KOGELNIK. DUE DIFFERENTI MODI D’ESSERE DELL’AVANGUARDIA

di Daniela Cotimbo

Giunta al suo secondo appuntamento, la Lira Gallery, sede romana della galleria viennese Emanuel Layr presso GATE, presenta il lavoro di due artisti dai profili storici articolati e apparentemente distanti tra loro: Stano Filko (1938-2015) e Kiki Kogelnik (1935-1997).

Kiki Kogelnik

Kiki Kogelnik, Woman lib, 1971. Courtesy Lira Gallery, Rome. Photo Federico Ridolfi.

Dico apparentemente, perché in realtà, al di là della distanza geografica, stilistica e, non meno importante, di genere, emergono due personalità dalla forte carica eversiva che hanno saputo attingere al contesto culturale del proprio tempo, sfuggendo a facili definizioni, tanto che “forse – sostiene il critico austriaco Maximilian Geymüller in un testo di accompagnamento alla mostra – potremmo riferirci a questi due artisti, solo un’ultima volta, con il termine abusato di Avanguardia.”
Stano Filko nasce a Bratislava per ben tre volte, come racconta la sua originale biografia, e per due volte viene dichiarato clinicamente morto. Affascinato da questi episodi biografici, l’artista li trasforma in una mitologia personale fatta di elementi come scale, bombe o specchi. Per Filko ogni aspetto della realtà può divenire centrale all’interno dell’opera d’arte; nel 1965, assieme a Alex Mlynárčik, arriva a dichiarare con un manifesto intitolato Happsoc (unione di happening e society) l’intero stato cecoslovacco come happening. Il suo lavoro si inserisce nella cornice contestuale dell’Arte concettuale ma contrariamente a quanto avveniva per i suoi colleghi, Filko ha sempre operato in funzione di una “soggettivazione forzata” della pratica artistica.

Stano Filko

Stano Filko, White Circle, 1984. Courtesy Lira Gallery, Rome. Photo Federico Ridolfi.

Proprio questo aspetto è il primo degli elementi che lo mettono in relazione con Kiki Kogelnik, artista austriaca, formatasi a Vienna nel solco della tradizione dell’espressionismo astratto, che nel 1961 parte alla volta di New York dove viene rapita dal fervente clima della Pop Art e dove incontra i suoi protagonisti, in particolare Roy Lichtenstein e Claes Oldenburg. Cominciano ad apparire nel suo linguaggio pittorico elementi che mostrano l’entusiasmo nei confronti del progresso tecnologico ma anche una certa preoccupazione sul modo in cui esso sia in grado di influire su pensieri ed emozioni umane; è in particolare lo spazio ad attrarre l’universo iconografico di Kogelnik (il cui lavoro non a caso veniva definito “Space Art”), oltre ad elementi riconducibili al linguaggio bellico quali bombe o missili che l’artista “neutralizza” attraverso l’utilizzo di colori sgargianti, stencil e slogan pacifisti.

Stano Filko

Stano Filko, 5. Dimenzia = Ontologicka-Metodyrika- Aberolubu Nadiaraz/ Biela Akra + Biela Ontologica Transcendencia-Biela Fenomenologia, 1980ies, 94 x 69.5 cm. Courtesy Lira Gallery, Rome.

Gli anni settanta rappresentano un momento determinante nella vita e nella carriera di entrambi gli artisti. Filko è testimone degli eventi legati alla primavera di Praga, il suo linguaggio abbandona l’indagine materiale per dedicarsi alla metafisica, alle teorie cosmologiche e numerologiche. Nel 1973 inaugura, con gli artisti Ján Zavarský e Miloš Laky, White Space in a White Space, un progetto di rinuncia radicale all’estetica, che si pone in maniera critica nei confronti della filosofia marxista allora dominante. L’operazione consiste nell’intervenire pittoricamente con il colore bianco su superfici neutre, quali carta millimetrata (spesso scelta dall’artista in funzione della sua rigorosa organizzazione), specchi, plastica o addirittura attraverso la materia impalpabile del sonoro.

Kiki Kogelnik

Kiki Kogelnik, Ghost or Reality?, 1963. Courtesy Lira Gallery, Rome. Photo Federico Ridolfi.

Per Kiki Kogelnik, i ’70 coincidono con un amplificarsi della propria coscienza femminista e con l’incremento di un linguaggio espressivo che tenga conto della portata rivoluzionaria degli studi di genere. Nell’opera Woman’s Lib del 1971 (presente in mostra) l’artista si autoritrae in posa come nelle copertine dei rotocalchi femminili, esibendo delle forbici di dimensioni spropositate di cui si serve per ritagliare silhouette colorate. In un’epoca in cui la pittura sembra prestarsi meno che altre forme a comunicare la ventata radicale che attraversa ogni aspetto socio-culturale, Kogelnik la riabilita a potente mezzo comunicativo, fondendo l’estetica del monocromo con quella del pattern e anticipando le forme caratteristiche della postmodernità.

Kiki Kogelnik

Kiki Kogelnik, Untitled, 1964. Courtesy Lira Gallery, Rome. Photo Federico Ridolfi.

I due artisti si avvicendano per l’occasione nelle due sale di Lira Gallery. Le grandi opere bianche di Filko, il cui intervento più significativo consiste in Ante Ago Big Bang, una monumentale installazione costituita da tubi in cartone successivamente dipinti di bianco, fronteggiano i dipinti di piccolo o medio formato dai colori sgargianti di Kogelnik; al linguaggio sottile e meditativo del primo, si contrappone quello prorompente e assertivo della seconda, e tuttavia entrambi dimostrano l’efficacia di un percorso votato alla sperimentazione e al varcare costantemente il confine della certezza in favore della riscoperta del soggetto, ad ogni costo.

Kiki Kogelnik

Exhibition view at Lira Gallery Rome, 2015: on the left: Stano Filko, Untitled, around 2000; in the middle: Stano Filko, Ante Ago Big Bang, SF1937-45-52-57, 1995. Courtesy Lira Gallery, Rome. Photo Federico Ridolfi.

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