Logo Arte e critica Rivista on line

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player









spacer
articoli

Non-Aligned Modernity. Arte e Archivi dell’Est Europa dalla Collezione Marinko Sudac

intervista a Ješa Denegri a cura di Marco Scotini

FM CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA PROSEGUE IL PROGRAMMA ESPOSITIVO CON UNA GRANDE MOSTRA SULL’ARTE DELL’EST EUROPA. CURATA DA MARCO SCOTINI IN COLLABORAZIONE CON ANDRIS BRINKMANIS E LORENZO PAINI, NON-ALIGNED MODERNITY NON SOLO SI RIVOLGE ALL’ARTE DEI PAESI DEL CENTRO-EST EUROPA (EX-CECOSLOVACCHIA, UNGHERIA, POLONIA) MA CERCA DI INDAGARE UN CAPITOLO ANOMALO E NIENT’AFFATTO MARGINALE DI QUESTA STESSA STORIA, NON INQUADRABILE NÉ NELL’IDEOLOGIA DEL BLOCCO SOVIETICO, NÉ NEL MODELLO LIBERISTA DELLE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI: L’ARTE DELL’EX JUGOSLAVIA, ATTRAVERSO LE OPERE E GLI ARCHIVI DELLA COLLEZIONE MARINKO SUDAC, UNA DELLE PIÙ COMPLETE RACCOLTE DEDICATE ALL’ARTE D’AVANGUARDIA DELL’EST EUROPA. IL DIRETTORE ARTISTICO MARCO SCOTINI PONE ALCUNE DOMANDE A JEŠA DENEGRI, FRA I MAGGIORI STORICI E CRITICI D’ARTE DELL’EX JUGOSLAVIA.

Boris Demur

Boris Demur (Group of Six Authors), There, 1976, colour paper, 3580 x 3030 mm. Marinko Sudac Collection.

Marco Scotini: Ancora oggi l’idea di modernità (tanto politica che artistica) è soltanto quella occidentale. E nella sua affermazione (penso soprattutto all’arte americana della fine degli anni quaranta) si è avvalsa della contrapposizione al Realismo socialista del Blocco sovietico. Se però guardiamo all’arte della Jugoslavia, ci imbattiamo in una sorta di “Modernismo Socialista” (come anche tu l’hai definito) che non è allineato né all’Ovest né all’Est, ma è qualcosa di autonomo. Vogliamo riassumere in modo schematico questa Modernità non-allineata?
Ješa Denegri: Il concetto di “Modernismo Socialista” sottintende i fenomeni artistici nati in Jugoslavia dopo il 1950, dopo che le deliberazioni delle autorità politiche hanno portato alla rottura
con l’Unione Sovietica nel 1948. Con la rinuncia alla – fino a quel momento – prevalente ideologia del Realismo socialista, si è passati alla riabilitazione dei linguaggi artistici modernisti del primo dopoguerra nonché all’affermarsi di quelli del secondo dopoguerra. Questa tendenza porta l’epiteto “socialista” perché è nata nel contesto dell’ordinamento della società socialista, ma dal punto di vista linguistico questo modernismo è fondamentalmente “occidentale” e come tale è simile ai movimenti internazionali di figurazione del dopoguerra, di astrazione associativa, geometrica e lirica, di informale e neocostruttivismo. Caratterizza la completa rottura dello “spazio artistico jugoslavo” d’allora con i concetti ancora attuali nell’Est real-comunista. Con il tempo, la corrente moderata centrale del “Modernismo Socialista”, denominato come “estetismo socialista”, ottiene lo status del nuovo, socialmente privilegiato mainstream, da cui derivano e a cui si contrappongono le molto più radicali posizioni artistiche delle neoavanguardie del dopoguerra per definire le quali sarà
proposto il concetto “seconda linea”.

Ivan Picelj

Ivan Picelj, Untitled, 1952, olio su tela, 64,7 x 80,7 cm. Marinko Sudac Collection.

MS: Nonostante sia nota l’avversità di Tito per l’arte astratta, il gruppo EXAT-51 è stato il primo e dirompente rappresentante dell’astrazione in un paese socialista fuori dei confini nazionali e in molte manifestazioni internazionali degli anni cinquanta. Pensi che il fatto che il gruppo si muovesse ai confini del design e dell’architettura abbia giovato ad una sua accettazione e poi inclusione da parte delle politiche culturali ufficiali jugoslave?
JD: Il gruppo EXAT-51 (Atelier sperimentale 1951) è stato fondato a Zagabria nel 1951. Si presenta con un Manifesto nel quale, per la prima volta nella Jugoslavia socialista, viene esplicitamente sostenuto il diritto al riconoscimento dell’arte astratta e allo stesso tempo viene proposta la “sintesi” di pittura, architettura e design. Era composto da architetti, pittori e designer che conoscevano il patrimonio dell’avanguardia storica, dal costruttivismo russo, al Bauhaus, a De Stijl. La sua idea e la sua lingua sono simili a quelle dei gruppi nati nel dopoguerra quali Espace in Francia, MAC e Forma Uno in Italia. Le attività dell’EXAT hanno avuto il sostegno della società nell’ambito dell’architettura e del design, è stato però molto più difficile trovare l’affermazione della pittura astratta presentata alle mostre dell’EXAT a Zagabria e a Belgrado nel 1953, la quale era tollerata, ma anche marginalizzata rispetto alle correnti prevalenti all’interno del “Modernismo Socialista”. Un decennio più tardi, tra il 1961 e il 1963, alcuni membri dell’EXAT si ritroveranno fra gli iniziatori e i partecipanti alle mostre del movimento internazionale “Nuove tendenze”, con sede organizzativa nella Galleria d’arte contemporanea a Zagabria.

Gorgona Group

Gorgona Group, Gorgona is Looking at the Sky, 1961. Marinko Sudac Collection.

MS: Nonostante l’arte modernista sia stata assunta come arte di stato in Jugoslavia, hai introdotto il termine “seconda linea” per affrontare il tema della coesistenza tra un modernismo moderato o un estetismo socialista mainstream e una consistente tendenza radicale che avrebbe visto prima Gorgona poi tutta l’arte concettuale. Puoi specificare il senso del termine “seconda linea”?
JD: Il concetto di seconda linea sottintende una corrente particolare nello “spazio artistico jugoslavo” che originava dal retaggio delle avanguardie storiche degli anni venti e trenta del Novecento, quali Zenitismo, Costruttivismo, Dadaismo e Surrealismo. Nel periodo del dopoguerra si ricollega ai gruppi di neoavanguardia EXAT-51 e Gorgona, alla nostra sezione del movimento internazionale Nuove tendenze e alle “nuove pratiche artistiche” degli anni settanta. A causa dei suoi radicali atteggiamenti artistici, la seconda linea differisce fondamentalmente dalla corrente del
moderato Modernismo Socialista e dall’”estetismo socialista” basati sul patrimonio della pittura borghese – le “nostre” versioni della scuola di Parigi del primo dopoguerra. Oggi i fenomeni artistici identificabili con il concetto di seconda linea vengono riconosciuti come il più vitale contributo dello “spazio artistico jugoslavo” alle tendenze internazionali, e proprio questo tipo di
arte è quello a cui è stata maggiormente dedicata la collezione di Marinko Sudac.

Gorgona Group

Gábor Attalai, Negative Star, 1970. Marinko Sudac Collection.

Stano Filko

Stano Filko, Freedom, 1965-68. Marinko Sudac Collection.

MS: Dato il carattere policentrico e decentralizzato della Federazione balcanica, tu preferisci parlare di “spazio artistico jugoslavo” piuttosto che di Arte Jugoslava come ci si aspetterebbe. Quali sono i motivi principali per tale connotazione e quali le sue manifestazioni concrete in ambito artistico?
JD: Il concetto di “spazio artistico jugoslavo”, usato al posto delconcetto unico di Arte Jugoslava, dovrebbe indicare il fatto chela vita artistica al comune territorio della Ex Jugoslavia sia statadecentralizzata. In effetti, ciascuna delle sue unità costitutivepossedeva le proprie tradizioni e autonome caratteristiche deiprocessi artistici contemporanei, il che ci permette di individuarein modo legittimo la parallela esistenza di scene artistiche diSerbia, Croazia, Slovenia e delle altre repubbliche all’interno delcomune “spazio artistico”. All’estero (per esempio alla Biennaledi Venezia) tutte queste scene e i loro rappresentanti più importantivenivano presentate ed esibite sotto il comune nomedi Jugoslavia. Il concetto di “spazio artistico jugoslavo” quindirisulta essere adatto a contrassegnare la complessità culturalee linguistica, diversità, parità e pluralismo dei “sistemi artistici”esistenti nella federazione della Ex Jugoslavia.

Aleksandar Srnec

Aleksandar Srnec, cover design per “Svijet”, Fashion Magazine, n.11, 1959. Marinko Sudac Collection.

MS: Credo che l’eccezione jugoslava abbia giocato un grande ruolo di irradiazione dell’arte radicale nel contesto non-ufficiale dell’Europa Centrale dell’Est e penso ai centri Subotica e Novi Sad per il loro ruolo di confine con gruppi come Bosch+Bosch o Kod. Ma mi interesserebbe anche conoscere il rapporto con le culture del cosiddetto “terzo mondo” vista la posizione nazionale all’interno del movimento dei paesi non allineati. A parte la Biennale di Lubiana, c’è qualche altra relazione?
JD: I gruppi Kod di Novi Sad e Bosch+Bosch di Subotica, natisul territorio di Vojvodina, sono infatti parte integrale delle nuovepratiche artistiche degli anni settanta nello “spazio artistico jugoslavo”,insieme con il gruppo OHO di Lubiana, e con gli artistidi orientamento simile di Zagabria e di Belgrado. Per quanto riguardai rapporti del sistema politico-culturale di istituzioni qualimusei e gallerie della Ex Jugoslavia con i paesi del cosiddetto“terzo mondo”, in questo contesto un ruolo particolarmente importanteè stato quello della Biennale di grafica, fondata a Lubiananel 1955. Infatti, a quella Biennale, come da quasi nessunaparte, in una manifestazione artistica d’allora, hanno partecipatocontemporaneamente e alla pari gli artisti di molti paesi dell’Europadell’Ovest e dell’Est, degli Stati Uniti, dell’Unione Sovieticae dei cosiddetti “paesi non allineati”. E l’allestimento di una mostracosì era concepibile solo nel territorio della Ex Jugoslavianon allineata che fungeva da ponte tra i due conflittuali blocchipolitici – quello occidentale e quello orientale – durante la GuerraFredda.

László Szalma

László Szalma (BOSCH+BOSCH), Hommage to Dada, 1972. Marinko Sudac Collection.

Marko Pogačnik

Marko Pogačnik, OHO group, The Beatles Matchboxes, 1968. Marinko Sudac Collection.

MS: Mi pare che l’arte contemporanea post-jugoslava e postsocialista sia quella che ha voluto mantenere un forte rapporto con il retaggio modernista. Penso a molte riletture come quelle di Grubic rispetto al Red Peristyle, quelle di Maljković rispetto a EXAT e Bakić, oppure a Marko Tadić in relazione al cinema d’animazione di Srnec o Kristl. Come vedi ora, retrospettivamente,
questo retaggio modernista?
JD: È comprensibile, e trovo che sia piuttosto positivo il fatto che alcuni giovani artisti provenienti dai territori che tu chiami “post-jugoslavi” e “post-socialisti” si richiamino al ricchissimo retaggio artistico della Ex Jugoslavia. Ancora meglio se proprio in questo retaggio cercano e riescono a trovare motivi incitanti e fondamentali basi delle proprie realizzazioni contemporanee originali.
È un’altra prova che il patrimonio del “modernismo socialista” e particolarmente quello delle avanguardie della “seconda linea” proveniente dall’ex spazio artistico jugoslavo sopravvive non solo come parte di cultura storica commemorativa, ma è anche oggigiorno in grado di fertilizzare ancora le nuove e attuali produzioni artistiche.

 

TOP





Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player