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LARA FAVARETTO. VIA TERRA E VIA MARE. MOMENTARY MONUMENT

di Daniela Bigi

Un monumento momentaneo. Una polarità ossimorica che sembra siglare gli estremi di un secolo, il XX, e sintetizzare magistralmente una parabola, dal monumento al momentaneo.

La verifica incerta

Installation view Good Luck, MAXXI, Rome, 2015. Courtesy Fondazione MAXXI, Rome. Photo Musacchio Ianniello.

Riproporre oggi l’idea del monumento è indubbiamente interessante e probabilmente necessario. Ma la formula che rende possibile la reintroduzione nel nostro lessico, e quindi nel nostro immaginario, di una così lontana parola/concetto è l’avvicinamento a quella di momentaneità, l’opposto temporale di ciò che l’idea di monumento porta secolarmente con sé nella tradizione occidentale.
Non essendo più in grado di pensare alla durata, rifuggendo da qualsiasi proiezione di illimitatezza, e persino da qualsiasi ipotesi “a lungo termine”, ci sentiamo protetti dentro quel senso di irriverenza e di libertà che ci ha trasmesso la novecentesca conquista della transitorietà, dell’effimero, che forse potremmo anche chiamare precarietà. Peccato che questa lusinghiera conquista, così legata all’illusione dell’autodeterminazione, così vicina al sogno dell’affrancamento da qualsiasi convenzione istituzionale nella gestione del tempo e dello spazio, e quindi della vita, sia stata poi fatta propria dal pervasivo sistema dominante che l’ha trasformata in un orrorifico strumento di ricatto nei confronti dell’uomo contemporaneo, precario al mondo anche nei diritti minimi, costretto dentro la gabbia dorata di un paesaggio controllato dall’obsolescenza precoce e programmata di tutte le sue componenti.

Thais o Perfido incanto

Installation view Good Luck, MAXXI, Rome, 2015. Courtesy Fondazione MAXXI, Rome. Photo Musacchio Ianniello.

Ma non è di questo, probabilmente, che intende parlare Lara Favaretto nel suo imponente progetto dedicato ad alcuni noti personaggi scomparsi senza lasciare tracce, nell’anonimato: Jean-Albert Dadas, Percy Fawcett, Amelia Mary Earhart, Arthur Cravan, Robert James “Bobby” Fischer, Donald Crowhurst, Ambrose Gwinnett Bierce, Howard Phillips Lovecraft, Nikola Tesla, Thomas P. “Boston” Corbett, Ettore Majorana, Leslie Conway “Lester” Bangs, Jerome David Salinger, Bruno Manser, Everett Ruess, Bas Jan Ader, László Tóth, Thomas Ruggles Pynchon. Un progetto iniziato nel 2009 con la palude artificiale Momentary Monument (The Swamp) realizzata alla 53. Biennale di Venezia, passato attraverso la pubblicazione nel 2010 del libro I Momentary Monument (Archive Books) e culminante in questi mesi al MAXXI con Good Luck, l’allestimento di 18 dei 20 cenotafi che hanno impegnato l’artista negli ultimi anni.
La sensazione è che queste figure da ricordare, o comunque da omaggiare, da rispettare per la grande dignità della loro scomparsa, abbiano colpito l’artista prima di tutto per la peculiarità e forse anche l’irregolarità delle loro esistenze, per la dimensione inventiva che le ha distinte e che le ha portate a condurre vite sui generis e conseguentemente a scegliere, chissà se proprio involontariamente, dei modi sui generis per sottrarsi a quelle stesse vite.

Mario Schifano, Vietnam

Installation view Good Luck, MAXXI, Rome, 2015. Courtesy Fondazione MAXXI, Rome. Photo Musacchio Ianniello.

Esplorazione, studio, viaggio, invenzione, scrittura, nomadismo fisico o intellettuale, anticonformismo, isolamento. Questo il terreno che accomuna i dedicatari dei cenotafi. E sembra quasi che questi personaggi rappresentino una sorta di personale costellazione ideale, un po’ come negli studioli quattrocenteschi, dove il ciclo degli uomini illustri accoglieva le proiezioni identitarie dei committenti.
Perché, altrimenti, conservare e archiviare per anni oggetti, memorie, pensieri che sono appartenuti o che ricordino questi uomini e queste donne? Bisogna infatti sottolineare che ogni cenotafio conserva al suo interno, immersa nella terra, una scatola sigillata contenente un piccolo corredo memoriale.
Perché dedicare tanto tempo alla progettazione dei loro cenotafi/ritratti?
Perché legare il proprio quotidiano in studio (luogo fisico o mentale che sia) alla loro presenza invisibile, con la quale condividere immagini, dettagli, piccoli o grandi misteri?
C’è un elemento liquido che accomuna molte delle loro “dipartite”. Molti sono scomparsi mentre viaggiavano per mare, o sopra il mare. L’acqua, il mare. Lasciare la vita tornando in qualche modo alla sua stessa origine, liquida, in una circolarità che sembra togliere qualsiasi soluzione di continuità, sottraendo al tempo le sue scansioni ordinarie, la sua tirannia sulla vita, per attribuirgli nuove e inesplorate possibilità di essere pensato e vissuto.
Mi vengono in mente le grandi spazzole da autolavaggio di Simple men, che con un’energia vorticosa, sia meccanica che cromatica, si consumavano nell’atto vitalistico e strenuo di sottrarsi al destino programmato della loro funzione, e mentre si consumavano, scrivevano, ossia lasciavano la traccia della loro esistenza graffiando la lastra di metallo contro la quale ruotavano, depositandovi pure dei pigmenti. Una risposta interessante al problema della consunzione, e più in generale dell’entropia, così come lo poneva De Dominicis.
Ma non si parla di morte in questo lavoro presentato al MAXXI, si parla di scomparsa, non si ricordano dei morti ma degli scomparsi. Cambia la temporalità. Questi personaggi non vengono letti secondo i parametri naturali, quelli del ciclo della vita, ma dentro una sorta di dimensione letteraria e misteriosa che li sottrae al tempo della finitezza fisica per affidarli ad un’altra tipologia di tempo, più impalpabile, più indeterminata, al fine più libera.
Si esorcizza qualcosa di intollerabile che in realtà è così presente, così solenne. Per esempio in quei cumuli geometrici di terra...

Mario Schifano, Vietnam

Installation view Good Luck, MAXXI, Rome, 2015. Courtesy Fondazione MAXXI, Rome. Photo Musacchio Ianniello.

Eppure in Momentary Monument la terra assume un altro valore, sta lì come uno dei tre elementi, insieme al legno e all’ottone, con i quali comporre i ritratti degli scomparsi. In ciascuno dei cenotafi, la terra, come momento caldo dell’esistenza, generatrice di vita, viene messa in precario equilibrio con la compatta solidità del legno e la specchiante elasticità dell’ottone.
C’è una dimensione simbolica potente che aleggia in tutto il progetto e che si condensa soprattutto in questi tre materiali scelti per evocare, “ritrarre”, i protagonisti, gli scomparsi.
Favaretto concepisce a mio avviso un lavoro che sembra farsi cerniera tra due epoche.
I materiali sono tra quelli che il secondo ’900 ha prediletto per la specificità della loro fisicità, sprezzando qualsiasi possibile rimando, concentrato, il secondo ’900, piegato forse è più giusto dire, sui valori del presente.
L’artista usa lo stesso linguaggio e gli stessi materiali di quel secondo ’900, finanche le stesse immagini. Dietro ciascuna di queste sculture/monumento potremmo quasi riconoscere un noto artista, tanto è forte e preciso il riferimento. Ma l’aver soprapposto i due piani, quello fisico, dell’ “astanza” avrebbe detto Brandi, e quello simbolico – il monumento, il cenotafio, il potere restitutivo dei materiali – crea a questo punto un cortocircuito di cui prendere atto.
Questo progetto, così come il suo titolo, Momentary Monument, nella bipolarità che lo struttura, legge il passato ma marca il presente, ponendo quelle questioni radicali alle quali il secolo scorso ha dato una risposta che oggi non ci è più sufficiente.
Il prepotente “realismo” che ha improntato buona parte delle poetiche degli ultimi cinque o sei decenni segna il passo e anela al ricongiungimento con una dimensione più vasta, imprendibile per la sua vastità, per la sua profondità, un ricongiungimento che restituisca all’uomo gli strumenti per ripensare la libertà. La cui via non è più quella che il ’900 pensava di aver conquistato. In quella via si è radicato un potente e subdolo avversario, sordido appagatore di quel “fascio di desideri” che è diventato l’uomo.
Si tratta di riprendere il discorso da molto lontano, risalendo lungo il tempo.
Credo che il ritmo che l’allestimento dei 18 cenotafi impone allo spazio e al tempo sia l’indicazione più precisa ed esplicita che ci possa arrivare.

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