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articoli

Florian Neufeldt. Provvisoriamente stabili

di Daniela Trincia

Più che degli objet trouvé, gli oggetti scelti e usati da Florian Neufeldt sono intesi nella qualità di materiali e di materia da cui partire. Sono sculture e installazioni con le quali dialettizza con il concetto stesso di scultura. Attraverso le sue opere, infatti, l'artista tedesco travalica il confine di creazione tridimensionale perché, pure lo spazio, quello generato dalle strutture architettoniche, è destrutturato, plasmato e pensato a sua volta come materiale scultoreo da modificare e rielaborare.

Nato a Bonn nel 1976, Florian Neufeldt, dopo gli studi di Fine Art presso la Kunstakademie Düsseldorf con Tony Cragg, segue gli studi di sociologia, filosofia e storia dapprima a Colonia, in seguito a Berlino, dove vive stabilmente. Sin dai primi lavori, risalenti al 2007, spesso accompagnati o completati da video o da neon, ha incentrato la sua ricerca sulla trasformazione degli spazi e degli oggetti quotidiani, per dare forma, in una visione inedita, a qualcosa di nuovo, ma senza stravolgere la fisionomia primigenia degli oggetti, lasciandoli pienamente riconoscibili nella loro funzionalità originaria. Penso a Treppe (2011), ad esempio, nella quale riempie col cemento gli spazi della sommità di una scala portatile a libretto di legno.

Sealed Vessels

Sealed Vessels, 2018, variable size, installation view. Photo Florian Neufeldt.

Operando, a volte, per sovrapposizione, come ad esempio in Cuts Both Ways (2010), altre volte per scarnificazione, vedi Nothing succeeds like success, and nothing survives like survival (2010), Neufeldt da sempre relaziona le sculture allo spazio, cui conferisce l'ulteriore significato e valenza di spazio mentale.
Una relazione, quella tra spazio e opera, che l'artista ogni volta rimarca, come in Soliloqui (2014), la personale romana nella quale, in un gioco di ribaltamento esterno/interno, gli stessi elementi strutturali dello spazio espositivo, vale a dire le grandi vetrate di The Gallery Apart, vennero smontate e rimontate in un altro luogo e con funzioni diverse, ricomposte, cioè, come in una sorta di teca che all'interno custodiva il termosifone, spostato dalla parete e, nello stesso momento, enfatizzava un'apertura del pavimento, anch'essa chiusa con una lastra di vetro, che metteva in comunicazione il basement con il piano terra.

Smentendo l'ottimismo riposto da Adam Smith nelle virtù del mercato, Neufeldt intende evidenziare il fallimento della tesi del raggiungimento di una stabilizzazione della civiltà, mostrando la precarietà dell'uomo, scombinando le comuni convinzioni attraverso la proposta di insolite riletture degli oggetti e degli spazi, per una percezione e una energia nuove e rinnovate. Una precarietà, spesso coniugata con una certa dose di inquietudine, espressa forzando e portando al limite forme e equilibri. Perché non è possibile non provare apprensione attraversando I and it, it and I (2009), dove, in modo casuale, un trapano crivella il soffitto sopra la nostra testa. La stessa tensione che si provava entrando nella grande sala di The Gallery Apart nelle settimane scorse. Disseminata da una selva di contenitori industriali per liquidi e gas, cui sono state asportate le valvole e trasformate in colorati e disomogenei piedistalli sui quali sono collocate ed esposte, come un prezioso gioiello, le uova di diverse specie di vertebrati.

Sealed Vessels

Sealed Vessels, 2018, gas bottle (red), chicken egg, 48x29x29 cm. Photo Giorgio Benni.

Sealed Vessels

Sealed Vessels, detail, 2018, protective gas bottle (grey), chicken egg ,148x23x23 cm. Photo Giorgio Benni.

Sealed Vessels

Sealed Vessels, detail, 2018, protective gas bottle (grey), chicken egg. Photo Giorgio Benni.

In Sealed Vessels, la recente personale allestita per l'appunto nella galleria romana, Neufeldt esaspera il concetto di spazio/contenuto/contenitore. Pone a confronto il naturale (uovo) con l'artificiale (contenitore industriale); il contenitore (struttura architettonica/contenitore industriale) col contenuto (opere/liquidi/tuorlo e albume). Quei gusci, in apparente precario equilibrio, posti alla sommità dei contenitori industriali, trasmettono la sensazione che possano cadere al primo soffio di vento, o balzare via, per lo scoppio o il rilascio del liquido dei contenitori stessi. Raffronta, cioè, quello che per antonomasia, soprattutto per la cultura occidentale cattolica, è percepito come ancestrale simbolo della vita, della perfezione, della Resurrezione, della fertilità e quindi del continuo ritorno alla vita, con la produzione industriale, che spersonalizza e omologa il contenitore, trasformandolo in un oggetto che, di contro, contraddice proprio il concetto di vita. Sottolinea quanto l'uomo mutua dalla natura per la propria sussistenza, nel continuo tentativo di poterne fare a meno, dominandola, in una visione di illusorio e velleitario antropocentrismo. E il famoso dilemma dell'uovo e della gallina sembra trovare formalizzazione nel basement della galleria, dove un ulteriore muro, specificatamente innalzato, crea un inatteso spazio, quindi un nuovo contenitore, e, nello stesso momento, la parete diventa contenitore perché, al suo interno, sono incastonate (come molti muri di palazzi e chiese romane) delle sculture metalliche, probabilmente residui industriali di profili di mobilio.

Sealed Vessels

Sealed Vessels, 2018, variable size, installation view. Photo Florian Neufeldt.

 

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