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THE HABIT OF A FOREIGN SKY: FLESSIONI SULL’ABITARE AL FUTURDOME LIBERTY PALACE

di Giovanna Manzotti

The Habit of A Foreign Sky è un progetto espositivo che si snoda all’interno degli spazi del FuturDome-Liberty Palace, edificio progettato nel 1909 dall’architetto Giulio Rezia e completato nel 1913. Se a quel tempo lo storico palazzo milanese (situato in Via Paisiello 6) fu un importante punto di ritrovo e di scambio per artisti e poeti che intorno agli anni Quaranta aderirono al movimento futurista, a breve l’immobile - oggi in fase di riqualificazione (il progetto creativo di recupero è realizzato da Isisuf - Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo) - diventerà una residenza privata dotata di spazi comuni e diverse tipologie di appartamenti. Ma pensato e voluto sin dalle origini per andare oltre al suo essere un semplice complesso residenziale, FuturDome sarà un luogo attento a una domesticità consapevole e rispettosa, ma anche uno spazio di servizi strettamente legati alla produzione artistica e culturale tout court, a partire dalla prossima apertura della nuova sede - nonché vetrina su strada - di Le Dictateur, “ecosistema” attivo a Milano dal 2006, e tripartito nel tempo in progetto editoriale, realtà espositiva e casa editrice.

FuturDome

FuturDome, Milano. Foto: Atto Belloli Ardessi. ©Isisuf Milano.

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FuturDome, Milano. Foto: Atto Belloli Ardessi. ©Isisuf Milano.

Ricca e complessa, ma anche ambiziosa per il fatto stesso di prendere forma in un momento nel quale il suo contenitore è in piena fase di riedificazione e assestamento, la mostra raccoglie opere di artisti italiani nati tra il 1982 e il 1988: Enrico Boccioletti (Pesaro, 1984), Guglielmo Castelli (Torino, 1987), Alessandro di Pietro (Messina, 1987), Michele Gabriele (Fondi, 1983), Diego Miguel Mirabella (Enna, 1988), Giovanni Oberti (Bergamo, 1982), Ornaghi & Prestinari (Valentina Ornaghi, Milano 1986 e Claudio Prestinari, Milano, 1984), Valentina Perazzini (Rimini, 1987) e Jonathan Vivacqua (Erba, 1986).
Insieme a loro, Ginevra Bria e Atto Belloli Ardessi - curatori del progetto - che da tempo seguono con passione la vita in divenire di FutureDome.

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FuturDome, Milano. Foto: Atto Belloli Ardessi. ©Isisuf Milano.

Traendo nutrimento da un terreno semi-urbanizzato nel quale gli artisti invitati hanno cercato di “riformulare un’architettura multidimensionale che struttura le relazioni umane in un tentativo di risituare forme di sopravvivenza autonoma della pratica artistica” (da comunicato stampa), The Habit of A Foreign Sky si comporta comeun organismo vivo, una struttura in cerca del giusto equilibrio per poter inglobare al suo interno diversi modelli di pensiero, azione e produzione. Le unità abitative che lo compongono - spazi quasi semi-intimi, interstizi attivi tra la sfera pubblica e quella privata (già vissuta o che verrà) - ospitano interventi che, filtrati da un tessuto e un immaginario personali, si dispiegano su vari livelli, in set composti da sculture, disegni, fotografie, video, dipinti e installazioni a più ampio respiro. È il caso quest’ultimo di Phantasmagoria di Enrico Boccioletti, habitat nel quale dispositivi di varia natura attivano nel seminterrato dell’edificio una scrittura dimenticata fatta di immagini “vive e attraenti”, a testimonianza del proseguimento di From Settlement to Nomadism (2015-2016). Tra le riflessioni principali: “Il surriscaldamento globale, il collasso delle economie di matrice neoliberista, la disoccupazione di massa, la fine del lavoro, le masse migratorie, i meta-dati di miliardi di individui, il fallimento dei miglioramenti della modernità”. (Enrico Boccioletti)
Anche Alessandro di Pietro impregna gli spazi dell’attico con una narrazione immersiva e totale, fatta di tracce, codici e indizi ricorrenti: simboli e residui di gesti e situazioni compiuti e vissuti fino a qualche attimo prima. Una profanazione di un luogo privato (forse una tomba) - appartenente ad un personaggio del quale non ci è dato sapere -  che ci catapulta immediatamente in un futuro anteriore. Downgrade Vampire, asettico e ricercatissimo nei materiali, è autonomo e in grado di inglobare energia che si autogenera, tanto da permettersi una chiusura nei confronti dell’esterno-estraneo, per dispiegarsi poi al suo interno in una stratificazione di reperti e impronte di un’obsolescenza programmata. “La zona di demarcazione appare come un tutto, in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, poiché esso gode di tutto quello di cui tu non godi. A te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento”. (estratto da Appendix, contributo testuale di Lucrezia Galeotti apparso in ofluxo.net)

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Enrico Boccioletti, Installation view Phantasmagoria, FuturDome, Milano, 2016. Foto: Enrico Boccioletti.

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Alessandro di Pietro, Installation view Downgrade Vampire, FuturDome, Milano, 2016. Foto: Marco Cappelletti.

Se da un lato si rivelano nella luce bianca i dipinti ad olio di Guglielmo Castelli, dalle cui campiture di colore emergono tratti di volti umani, quasi maschere, che si nascondono nelle nicchie del seminterrato, tra spessori di lana di roccia, tubi in PVC e pareti color céladon (tonalità di verde sbiancato che indica il rivestimento di lastre anti-umidità), dall’altro si aprono i piani aperti dei disegni e dei costrutti pittorici a parete di Diego Miguel Mirabella, una sorta di insieme di palchi domestici sui quali le ombre e i riflessi provenienti dalla natura esterna intercettano timidamente l’occhio dell’artista, retaggio di un’esperienza nel suo studio londinese. Anche Valentina Perazzini, seguendo l’idea di sintesi di habitat, interviene nelle stanze con opere legate alla crescita e allo sviluppo di piante e di elementi naturali. Collage delicatissimi da sembrare fotografie, modelli matematici di componenti vegetali che si diramano sulle pareti sotto forma di carta da parati e omaggi alle decorazioni fittili preesistenti sono solo alcune delle “griglie” per rilevare e rimappare la convivenza del naturale all’interno delle mura domestiche.

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Guglielmo Castelli, Installation view, FuturDome Milano, 2016. Foto: Atto Belloli Ardessi.

Sfruttando invece l’attività del cantiere in corso, Jonathan Vivacqua riporta alla vista ciò che normalmente è inglobato nei vari strati dei muri e dei materiali edili. L’artista maneggia ciò che è reperibile in loco, studia il potenziale della materia, trattandola alla stregua di “protesi” che sembrano fuoriuscire dalla sezione a loro assegnata, per delinearsi ed espandersi in linee perimetrali che demarcano gesti, posizioni e confini spaziali. Lasciare tracce del proprio passaggio nello spazio. Tracce che si fanno portavoce di ricordi passati. È un po’ quello che accade anche a Michele Gabriele il quale, scegliendo di disseminare vari interventi scultorei su una piattaforma libera, scandisce il ritmo temporale di eventi legati ad un periodo specifico della sua adolescenza. Escrescenze cristalline, ad esempio, bloccano una serie di ritratti, estrapolandoli dal tempo poiché realizzati a posteriori, dopo l’accaduto.  
Nell’appartamento assegnato al duo Ornaghi & Prestinari trovano spazio alcune stampe fotografiche di una caffettiera acquistata dagli artisti a Cuba, destinata alla diffusione di massa e realizzata a mano con materiali di fortuna, sulla scia dei modelli di design industriale italiano della moka. Profondamente interessati al rapporto tra manufatto artigianale e produzione industriale, la loro riflessione prosegue con una serie di bassorilievi in legno (Barattoli) di oggetti scultorei ispirati agli stampi industriali di oggetti in plastica. Come afferma Ginevra Bria, “un omaggio al percorso e al significato puntuale di alcuni processi del design industriale italiano. […] una compresenza di limiti della linea, feticci intrinsechi di una casa che recupera, sezionandoli, frammenti di tempo”.
Il legame al ricordo e alla reminiscenza di uno spazio alleggia anche nelle stanze di Giovanni Oberti, dove una poeticità e una simbologia altamente enfatizzate demarcano l’habitat casalingo più come dimensione reale che come rappresentazione. È così che una “coppia immaginaria”, vivendo le stanze dell’appartamento, “incastra” situazioni di convivenza che si rincorrono negli ambienti domestici, sempre alla ricerca di un punto di contatto, quasi di riconciliazione, in una sfera fatta di dualità opposte.

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Jonathan Vivacqua, Profilo sperimentale L25/25 Alu Serie KS38 Elle, FuturDome, Milano, 2016. Foto: Andrea Rossetti.

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Giovanni Oberti, Installation view, FuturDome Milano, 2016. Foto: Floriana Giacinti.

The Habit of A Foreign Sky ha due anime: osservata dal suo involucro è un corpus in fieri che si propone e cerca di inquadrare un angolo di osservazione trasversale e a più piani, nel quale il concetto del “vivere o far rivivere degli spazi” nelle loro forme più stratificate - da insieme di “stadi residenziali, dimore e confini” che travalicano il tempo lineare e lo spazio fisico- è solo una delle possibili riflessioni comuni che scaturiscono da un impianto curatoriale preciso, che si confronta però con degli spazi di natura difficilmente inquadrabile per poter essere attraversati secondo una mappatura abbastanza rigida che dal seminterrato corre fino ai due appartamenti di nuovissima costruzione, situati nell’attico al quarto piano. Nel suo “scheletro”, la mostra trova invece un valido sostegno: in essa convivono in maniera quasi autonoma nove entità progettuali fortemente soggettive che condividono con il cantiere in corso - secondo diverse temperature di coinvolgimento - una serie di stimoli fatti di sguardi tattili, percezioni, ritmi, tentativi e sperimentazioni, tanto materici e pratici, quanto estetici e di pensiero. Ma è difficile, a mio avviso, trovare al suo interno una dimensione capace di evocare una certa coralità condivisa. La forza e la difficoltà del progetto risiedono al contempo nel suo insediarsi in un luogo aperto e in fase di transizione e di ricerca strutturale, pronto ad accogliere qualsiasi tipo di reazione/disposizione allo spazio (e relazione con esso) e alle sue possibili dinamiche vitali e funzionali: siano esse immaginate e collocate in un passato non definito, in un presente già vissuto, o in un futuro anteriore o ancora troppo lontano per essere afferrato. Ma derivano anche da tutta quella serie di contraddizioni intrinseche al concetto di domesticità e di casa (e il taglio generazionale degli artisti in mostra è sintomatico di una certa inclinazione, nonché attitudine, a intendere e abbracciare il termine “dimora”) e legate alla dimensione dello stare e sostare in un luogo - del risiedere - , in merito alla quale ognuno assume la propria, personalissima postura. Affiancare in un piano dopo l’altro (o in due appartamenti sullo stesso piano) artisti che non sempre riescono a guardarsi in modo talmente diverso da completarsi a vicenda (o in modo talmente simile da creare quello scarto nel quale perdersi e poi ritrovarsi) è compito assai arduo, qui attivato però con forte determinazione e con il giusto grado di contrasto/contraddizione che deve trovare il suo naturale canale di espressione quando ci si confronta con differenti sensibilità umane, prima ancora che artistiche.
Per il finissage, previsto il 17 dicembre, Enrico Boccioletti riconfigurerà lo spazio del seminterrato che ospita Phantasmagoria, dando vita alla performance live U+29DC presents an appearance by Death In Plains.

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Michele Gabriele, Posey-Purply-L, FuturDome, Milano, 2016. Foto: Monia Ben Hamouda.

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Diego Miguel Mirabella, Installation view, FuturDome Milano, 2016. Foto: Floriana Giacinti.

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Ornaghi&Prestinari, Installation view, FuturDome Milano, 2016. Foto: Floriana Giacinti.

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Valentina Perazzini, Installation view, FuturDome Milano, 2016. Foto: Atto Belloli Ardessi.

 

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