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L’EGEMONICA TRASVERSALITÀ DEL COLORE NEGLI SPAZI S/CONFINATI DI KATHARINA GROSSE

di Paolo Mastroianni

IL RECENTE AMBIZIOSO PROGETTO COMMISSIONATO DA CARRIAGEWORKS A SIDNEY, IL ONE-YEAR PROJECT PRESSO LA BIG HALL DELLA NATIONAL GALLERY DI PRAGA, LA DOPPIA PERSONALE, CON TATIANA TROUVÉ, PRESSO VILLA MEDICI A ROMA CONFERMANO IL LAVORO DI KATHARINA GROSSE AL CENTRO DEL DIBATTITO INTERNAZIONALE SUL RAPPORTO COLORE, PITTURA, SPAZIO.

I lasciti interpretativi correlati al lavoro della tedesca Katharina Grosse (1961) riconducono a una soggettività espressiva priva di pregiudiziali programmatiche nei confronti dell’intervento organizzativo, in quanto l’istanza creativa si adopera con decisa convinzione per commisurarsi alle peculiarità configurative del proscenio ambientale, così da catalizzare attraverso il ricorso alla congenialità dell’elemento coloristico la visione contingente dell’habitat locale, mimetizzandone l’aspetto complessivo e le definizioni originarie dei contorni al fine di ricostruirne l’immagine e il profilo formale.

Katharina Grosse

Katharina Grosse, Asphalt Air and Hair, 2017, 1.200 x 5.700 x 10.800 cm. Group show, ARoS Triennial The Garden - End of Times; Beginning of Time. The Garden - The Future, Aarhus, Denmark © Katharina Grosse und VG Bild-Kunst. Photo Nic and VG Bild-Kunst, Bonn, Tenwiggenhorn.

L’energia promanante dai suoi nuclei performativi, incurvati già dagli anni ottanta verso le traiettorie dell’astrazione, sembra scaturire solo in apparenza dall’entropica casualità del ductus pittorico, poiché l’esercizio defatigante fornito dall’artista insiste sui proventi di una graduale maturazione ottenuta tramite l’estrosità non improvvisata del work in progress, benché occorra riportarla verso gli effetti negoziali di un’ispezione ponderata grazie a istantanee suggestioni evocative di particolari associazioni simboliche, che concorrono alle successive implicazioni ingenerate da fattori incidentali imperscrutabilmente trascritti nella loro versione interiorizzata.

Quando si appresta a inoltrarsi nei luoghi adibiti a ospitare le sue installazioni per esplorarne la mappatura, Grosse sembra ingaggiare una sfida “fisiologica” coi parametri delle linee costruttive, per correggerne l’assertività insinuandosi tra porte, scale, architravi e pareti, fino a dissimulare postazioni e limiti prefissati nel copioso distendersi della vernice acrilica mediante strumenti del mestiere quali rulli, pennelli, compressori e pistole a spruzzo. Utensili tecnologici che tuttavia individuano il loro referente nell’atto tramandato del dipingere, orchestrato da Katharina in un gesto totalizzante di natura palingenetica pronto a stravolgere la riconoscibilità delle precedenti coordinate cartografiche, per affermare la forza del colore come medium indispensabile nell’occultamento delle connotazioni iniziali.

Katharina Grosse

Katharina Grosse, Untitled, 2016, acrylic on wall, floor, and various objects, 600 x 1.500 x 3.500 cm. MoMA PS1’s Rockaway! series, New York, USA. Photo Pablo Enriquez.

Dimostrazione dell’enfasi accordata al valore cromatico si evince col progetto del 2016 per la riqualificazione degli edifici abbandonati a Fort Tilden sulla spiaggia di Long Island dopo l’uragano Sandy, che qualche anno prima aveva gravemente danneggiato l’area circostante alla penisola di Rockaway sulla costa newyorchese, nota destinazione del turismo estivo già dall’Ottocento. Il fabbricato inagibile assegnato all’artista di fronte al litorale oceanico assume le parvenze di un dispositivo pittorico, che Grosse tratta pigmentando le superfici interne ed esterne con bianco e tinte cangianti di rosso magenta, per investire anche la prospiciente vegetazione e le distese sabbiose nella distonia visuale con l’ambiente a cielo aperto della zona rivierasca.

Katharina Grosse

Katharina Grosse, Untitled, 2016, acrylic on wall, floor, and various objects, 600 x 1.500 x 3.500 cm. MoMA PS1’s Rockaway! series, New York, USA. Photo Pablo Enriquez.

La fluida prospettiva dell’installazione dislocata in prossimità del paesaggio marino presagisce richiami agli orizzonti territoriali della Land Art e del collaudato graffitismo murale, laddove la matrice cristallizzata della tela trova un valido corrispettivo nel casamento in disuso, che diviene supporto sostitutivo con l’estensione in scala del progetto esecutivo, oltretutto indicatore di una complementarità fra le molteplici articolazioni della prassi estetica capace di traslitterare i tracciati funzionali dell’architettura per affiancarli come trait d’union ai variopinti manufatti della scultura.

Goodbye Old Friend

Katharina Grosse, The horse trotted another couple of metres, then it stopped, 2018, 1.000 x 4.600 x 1.500 cm, installation view, Carriageworks, Sydney, Australia © 2018 Katharina Grosse and VG Bild-Kunst, Bonn. Commissioned by Carriageworks, Sydney, Australia. Courtesy Gagosian. Photo Zan Wimberley.

La versatile ingegnosità nel cimentarsi con le macrostrutture edilizie ha condotto Grosse a concepire la grandiosa installazione The horse trotted another couple of metres, then it stopped per l’edizione 2018 del Sidney Festival al centro d’arte australiano Carriageworks. Nel contributo elargito all’imponente complesso industriale di oltre ottomila metri quadrati, già sottoposto a uno studiato processo di riconversione, spicca l’insopprimibile attitudine a gestire autonomamente la struttura ospitante per riadattarne le soluzioni distributive attraverso enormi drappeggi bianchi affissi con corde al soffitto e integralmente istoriati da cromie caleidoscopiche, che esaltano illusionisticamente la mutevolezza del circuito di percorrenza e la dimensione percettiva fra i volumi artificiosamente intervallati dal tessuto visivo.
Un confronto analogo si era registrato nel 2010 al Mass Moca in Massachusetts con l’allestimento One floor up more highly, posizionato in una vasta area di stabilimenti produttivi già recuperati alla fruibilità collettiva per attività laboratoriali di respiro culturale. La bulimia coloristica dell’artista investiva con impeto pervasivo gli ambienti dell’archeologia industriale, ricoprendo gli eterogenei materiali depositati in loco con tinte sfavillanti di spray acrilico senza alcuna differenziazione fra cumuli di terra, mobili e oggetti di uso quotidiano, a eccezione degli svettanti blocchi in polistirolo distinti per l’algido contrasto del loro biancore, mentre le luci sul pavimento illuminavano con riflessi prismatici gli strati iridati di vernice riversati sull’impiantito, a comporre una costellazione virtuale di edifici scultorei in dinamico collegamento grazie all’accessibilità dei loro frastagliati percorsi.

Presupposti risolutivi che trasparivano anche nelle diciotto masse irregolari in vetroresina di Just two of us, sistemate nel 2013 in una piazza alberata di Brooklyn, ove risaltava il contrasto tra i reperti dalle morfologie irregolari e gli arbusti del parco pubblico innescando un dialogo implicito col paesaggio antistante, in cui la vivacità coloristica degli agglomerati “rocciosi” immessi nell’arredo urbano avrebbe facilmente acclarato sintonie positive con lo spirito abitativo dello storico quartiere multietnico. Esiti formali da cui affiora il costante interesse verso le geometrie architettoniche, che la protagonista germanica non intende incastonare nei consolidati schemi di rigida staticità, bensì convogliare in sinergie compositive vitalizzate da plastica trasversalità.

Luisa Rabbia

Katharina Grosse, Ingres Wood, 2018, Villa Medici, Rome (within the cycle of exhibitions Une, conceived by Muriel Mayette-Holtz and curated by Chiara Parisi). Courtesy the artist, Gagosian and Galerie König. Photo Alessandro Vasari.

Nella fraseologia lessicale di Katharina si rilevano nessi continuativi che cadenzano opere site specific preparate con fantasiose strategie di assemblaggio: dal tronco disseccato di Sticks in a shop alla Biennale brasiliana di Curitiba del 2013, giacente sul pavimento della galleria con le radici in vista per simulare una repentina espiantazione dal terreno, al pino secolare di Ingres wood nella recente rassegna romana a Villa Medici Le numerose irregolarità. Dove il legno dell’albero all’epoca fatto interrare dall’omonimo direttore accademico d’oltralpe è opportunamente ricollocato all’interno della sede estera, in un contesto che ne ricombina le attribuzioni linguistiche prefigurando il recupero di una difforme narrazione semantica.
Lucidi distillati sperimentali decantavano nella mostra a Modena del 2008 dal titolo esplicativo Un altro uomo che ha fatto sgocciolare il suo pennello, briosa allusione all’utilizzo del dripping inaugurato da Pollock, ma concretamente riferibile al racconto visivo introdotto dalla pittrice attraverso gli svolgimenti intrusivi che erompevano nello spazio circostante destrutturandone le coordinate primigenie. Cosicché la sinfonia degli oggetti risuonava di tinte squillanti dilagando in scala monumentale su fronti murari, rivestimenti pavimentali o stipiti di porte, per raccogliersi nel contrappunto minimalista di pietre, palloncini e terriccio in un immediato rapporto d’interazione tra segmenti proporzionali antitetici.

Katharina Grosse

Katharina Grosse, Wunderbild, 2018, Prague National Gallery

Nella poetica enunciativa di Grosse prevale dunque un’inclinazione a coniugare le eterogenee esperienze del campo artistico, che sollecitano l’ecletticità del principio attivo giungendo a con/fondere e sovrapporre i diversi ambiti espressivi. Infatti, se nell’esordiente rassegna italiana del 2004 a Milano If music no good I no dance, l’autrice teutonica induce modifiche parziali nella sala espositiva con oggetti multicolori quali divani disfatti e indumenti a terra, che recano i segni identificativi di una circolarità gravitante intorno alle orbite della sfera intima, in Sistemi emotivi tenuta a Firenze nel 2008 presso il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina s’impadronisce dello spazio a lei affidato. E demanda al movente cromatico il compito di neutralizzare i confini della topografia ambientale grazie alle sottili campiture multistrato applicate sui pannelli alle pareti con l’abituale tecnica dello spray: immersione magmatica nei flussi coinvolgenti della materia in trasformazione con la seducente attesa di un’alchimia rigenerativa.

Katharina Grosse

Katharina Grosse, Untitled Trumpet, 2015, acrylic on wall, floor, and various objects, 660 x 2.100 x 1.300 cm. All the World’s Futures, 56th Art Biennale, La Biennale di Venezia © Katharina Grosse und VG Bild-Kunst. Photo Nic and VG Bild-Kunst, Bonn, Tenwiggenhorn.

Memore della gestualità interiorizzata dalle aritmie perturbanti dell’action painting e sensibilmente animata da un’ottica di genere, l’esponente tedesca concede credito fiduciario alle proprietà mimetiche del colore in nome della sua incontrollabile tensione espansiva, vagheggiando un’associazione “essenzialista” col femminile in quanto consentirebbe al nomadismo dell’immaginazione d’intercettare possibilità inespresse della realtà, in antinomia con l’approccio “maschile” referenziato dalla triade intellettiva concetto, linea e disegno, invece egemonizzata dall’impostazione asseverativa del pensiero logico.
Uno sguardo sul mondo guidato da prospettive multifocali, che spinge Grosse a s/confinare oltre la soglia liminare fra soggetto e oggetto grazie alla verve trasfigurante del cromatismo pittorico, annullandone la separatezza in un desiderio di azzeramento forse presago di vibrazioni percettive eccedenti il dato conoscitivo dell’apparenza.

 

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