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ESSERE NOSTALGICI GUARDANDO AVANTI. RAGNAR KJARTANSSON

di Antonella Croci

Oltre a essere un famoso soprano danese, Engel Lund è stata la madrina di Ragnar Kjartansson. La sua fama era tale che numerose personalità in tutta Europa richiesero la sua presenza: da Sigmund Freud – il Professor Complesso che non poteva soffrire la presenza di un pianoforte nella sua casa londinese – ad Adolf Hitler, al cui invito rispose cordialmente “Nein”. Engel Lund smise di cantare con l’avvento della musica registrata: voleva la piena attenzione del suo pubblico e non si risparmiava di ripeterlo quotidianamente al suo figlioccio.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson, Scenes From Western Culture, Rich German Children (Ingibjörg Sigurjónsdóttir), 2015, nine-channel video, 19 minutes to 3 hours and 10 minutes. Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavík.

È una richiesta sorda, implicita, quella di prestare la massima attenzione quando ci si muove in un equilibrio tra artificio e autenticità, tra ripetizione, teatralità e il grande eroismo del quotidiano come nel caso del lavoro di Kjartansson. Pur non trattandosi di installazioni esplicitamente interattive, le sue opere richiedono una considerevole partecipazione da parte del pubblico, quasi un invito a entrare in una dimensione empatica. Lontano da un sentimentalismo banale, Kjartansson ingloba l’ironia, la crudeltà e la difficoltà della quotidianità nei suoi video, performance, dipinti, scenografie. Ogni supporto, in breve, è esplorato: la sua apparente bulimia produttiva si svolge in giochi di stile su diversi supporti visivi.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson, God, 2007, single-channel video, with pink curtains, 30 minutes. Commissioned by Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, Vienna and The Living Art Museum, Reykjavík. Music by Ragnar Kjartansson and Davíð Þór Jónsson. Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavík. Photo Rafael Pinho.

Come spesso accade nel suo lavoro, l’aneddotica si fonde all’ironia: Calvin Tomkins ne parla a lungo nel New Yorker1, in quello che sembra un breve racconto uscito dritto da una di quelle interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace2. Tra stroncature accademiche – Aernout Mik gli contestava la falsità e l’eccessiva teatralità di Me and My Mother (2000, 2005, 2010, 2015) – e inviti a cambiare mestiere – Baldessari gli consigliò di diventare pubblicitario, cosa che fece per alcuni anni –, Ragnar Kjartansson non fa che allontanarsi dal cliché dell’artista riuscito: abbraccia e affonda nella sua malinconia scandinava con risoluta ironia. Mentre molti artisti rifiutano di spiegare l’origine dei propri lavori, lasciando allo spettatore la deliziosa libertà e il pesante compito di interpretarli, Kjartansson non si risparmia certo nei racconti. Lo scorso luglio, in un talk con il curatore della sua personale del Barbican, Leila Hasham, l’artista divaga in dettagli su come sono nati lavori quali God (2007): in piena depressione, sul palco per un concerto – non solo artista, Kjartansson è anche un musicista – si mette a urlare “Sorrow conquers happiness”. Il pubblico, credendolo parte dello spettacolo, inizia allora a urlare la frase accattivante: “Sorrow conquers happiness!”. Di lì a poco, Kjartansson concepisce God, in cui è egli stesso a cantare, con un’orchestra, quest’unica frase per mezz’ora. Senza sosta.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson and The National, A Lot of Sorrow, 2013-14, single-channel video, 6h 9’35’’. Performance at MoMA PS1 as part of Sunday Sessions, 05 May 2013, New York. Courtesy the artists, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavík. Photo Elisabet Davidsdottir.

La musica è spesso presente nei suoi lavori: la performance Take Me Here by the Dishwasher: Memorial for a Marriage (2011-14) prende vita dalla musica di troubadour che, in un interno domestico, cantano, suonano, bevono birra, mentre alle loro spalle un video presenta i genitori di Kjartansson sulla scena di un film girato nel 1975 – aneddoto vuole che concepirono quello stesso giorno Ragnar. La riflessione di Kjartansson sulla fine di una relazione è spesso presente nei suoi lavori: tra il ridicolo e il serio, il teatrale e il banale, la realtà proposta è tanto personale quanto universale. Lo sforzo fisico e psicologico è un altro aspetto fondamentale della sua poetica: presentato dall’artista quando appare nei suoi lavori, viene anche da lui richiesto ai performer. Di nuovo “sorrow”, dolore, ma questa volta cantato dai National. A lot of Sorrow (2013) è diventato un video celebre per aver reso su pellicola sei ore di concerto al MoMA PS1 – o, per meglio dire: il gruppo americano si è “limitato” a suonare la canzone Sorrow per sei ore, in un complesso sistema di delicate variazioni. Quando il batterista è affamato e deve fermarsi, la canzone diventa più melodica. Quando il cantante è stanco, il chitarrista lo supporta con un assolo. Quello che sorprende, se si ha la fortuna di capitare in quei momenti di debolezza in cui la realtà prende il sopravvento sulla preparazione meticolosa, è che lo stesso Kjartansson a salire sul palco per portare di cui mangiare e bere ai musicisti. Il cantante si abbassa, offrendolo ai ragazzi che in prima fila non hanno smesso di intonare la canzone e caricare e supportare il gruppo.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson, exhibition view, Barbican Art Gallery, London, 2016. Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 gallery, Reykjavik © Tristan Fewings/ Getty Images.

“Durante l’ultima ora, ho cominciato a pensare a mia figlia e mi è venuto un grande nodo alla gola. Gli altri hanno cantato al mio posto, e poi il pubblico ha incominciato – l’intera sala stava cantando. Eravamo tutti nella stessa, esausta galassia”.
(Matt Berninger, cantante dei The National)

Si può pertanto dire che la tensione fisica, nell’opera di Kjartansson, è richiesta a tre figure: l’artista, il performer, il pubblico. Quest’ultimo non è tenuto ad assistere a una performance per sei ore, non deve necessariamente guardare per ore due donne vittoriane baciarsi nel canale del Barbican (Second Movement, 2016), tantomeno deve certo sedersi tra i troubadours per dieci ore. Non c’è nessuna grande verità nascosta a richiedere una prolungata visione, eppure non è raro rivisitare le mostre di Kjartansson – si dice che la sua prima da Luhring Augustine a New York nel 2008 sia stata la mostra più visitata della galleria – o, ancora, stare per lunghi periodi davanti a un video.

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Ragnar Kjartansson, installation view, Barbican Art Gallery, London, 2016. Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 gallery, Reykjavik © Tristan Fewings/ Getty Images.

La più parte delle sue performance, come Take Me Here by the Dishwasher: Memorial for a Marriage, richiede una considerabile resistenza fisica: da dieci ore come in questo caso, alle sei ore di S.S. Hangover (Biennale di Venezia, 2013-14), fino ai sei mesi di The End (Biennale di Venezia, Padiglione Islandese, 2009). In quest’ultimo caso è proprio Kjartansson a giocare sul concetto dell’artista: come a dire che, se la Biennale è nata per presentare quanto di meglio c’è stato negli ultimi due anni, allora tanto vale presentare un’opera in trasformazione, mostrando il quotidiano processo di produzione per sei mesi – e perché allora non permettere al pubblico il voyeuristico lusso di osservare un artista dipingere un amico in speedo mentre beve birra. The End è ormai un’opera composta da 144 dipinti – oltre alle fotografia, è l’unica documentazione, traccia fisica della performance.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson, installation view, Barbican Art Gallery, London, 2016. Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 gallery, Reykjavik © Tristan Fewings/ Getty Images.

Al di là della ripetitività evidente – come per gli acquerelli di Die Nacht der Hochzeit [The Night of the Wedding] (2015-2016), variazioni sul tema della notte stellata, o per lo sputo della madre di Me and My Mother, performance ricreata ogni cinque anni – la mostra di Ragnar Kjartansson a Londra è una dichiarazione di intenti: a pochi mesi da un’altra importante mostra, quella al Palais de Tokyo di Parigi (2015), è Kjartansson stesso ad ammettere che la ritualità, la ripetitività, il ritorno come chiave di lettura estetica e concettuale sono ormai diventati un punto imprescindibile del suo lavoro. Debitrice alla tradizione delle saghe letterarie islandesi, la sua arte ripropone un eroismo quotidiano: basti pensare a The Great Unrest (2005), una delle sue prime performance, presentata in un edificio isolato della campagna islandese – solo 150 persone ne sono testimoni, e la sua memoria viene tramandata grazie alla loro testimonianza.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson, Scandinavian Pain, 2006-12, neon sculpture. Performed and commissioned for Momentum, Nordic Biennial for Contemporary Art, 02-10 September 2006, Moss, Norway. Music by Ólafur Björn Ólafsson. Courtesy of the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavík.

Erede, per sua stessa ammissione, di pionieri della performance quali Marina Abramović, Ulay e Chris Burden, Kjartansson estende l’atto effimero della performance a un pubblico più vasto: Anne Marsh3 sottolinea come nel lavoro di numerosi artisti contemporanei si ritrovi una sorta di negoziazione tra l’unicità del momento della performance e la sua diffusione attraverso un supporto video – che diventa allora opera indipendente, ormai autonoma dal precario e fugace atto della performance.
Se l’artista stesso non rinuncia all’aneddotica, sarà forse concesso a me ammettere che l’essere fan dei The National e l’apprezzare la delicata estetica nostalgica del video mi hanno portato a rivedere tre volte A lot of Sorrow – e casualmente a capitare in tre momenti del video diversi – o a visitare tre diverse presentazioni dell’ormai storico The Visitors, all’Hangar Bicocca (2013), al Brewer Street Car Park a Londra (2015) e infine al Barbican. Ogni volta, i nove canali venivano presentati diversamente (in cerchio, in figura semi-ellittica e infine adattandosi a una sala più quadrata), dando così una diversa sensibilità alla visione del lavoro. Se nel primo caso l’impressione era quella di essere al centro della Rokeby Farm (una dimora storica, ormai quasi abbandonata, sul fiume Hudson), negli altri casi lo spostamento da uno schermo all’altro rendeva un’intimità più ricercata. Lo spettatore è rapito dalla gestualità dei nove musicisti che intonano “Once again, I fell into my feminine ways”, poesia su musica originariamente scritta dalla ex moglie di Kjartansson. Nel suo lavoro, la nostalgia – quella malinconia propria agli scrittori, musicisti e artisti nordici – raggiunge l’apice in The Visitors, fantastica e autentica serenata sulla fine di un amore.

KJARTANSSON

Ragnar Kjartansson, The Visitors, 2012, nine-channel video, 64’.
Commissioned by the Migros Museum für Gegenwartskunst, Zurich. Courtesy the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavík. Photo Elisabet Davidsdottir.

 

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