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IN DIFESA DELLO SCARTO. JORDI MITJÀ TRA MONUMENTO E ANTI-MONUMENTO

di Massimiliano Scuderi

Nella musica barocca i preludi e le toccate rappresentavano le modalità attraverso le quali gli artisti davano forma ad opere basate sull’improvvisazione, così come secoli dopo avvenne con la musica jazz e con la musica concreta o dodecafonica. Anche se l’improvvisazione ha sempre avuto alla base un progetto e nasce dalla stratificazione di riferimenti, immagini, oggetti, situazioni e idee presenti nella mente dell’autore che ri-compone – qualcuno potrebbe dire post-produce – prodotti culturali combinandoli in oggetti o immagini altre, stilisticamente non più riferibili agli autori di origine.

L’artista catalano Jordi Mitjà, classe 1970, pone al centro della sua produzione artistica l’improvvisazione come processo che apre a spazialità e paesaggi plastici inaspettati, con qualità che variano da quelle infraordinarie, a quelle legate all’estetica del frammento, object trouvé o paesaggi esausti dei quali, accortamente combinati, si possono apprezzare ancora energie potenziali che, sebbene flebili, possono sempre esprimere un nuovo destino formale.

Coltivatori

L’ordre feréstec, exhibition view at Galeria Maserre, Barcelona, 2015. Photo Luis M. Esteban / Mario Carpio.

Gli spazi di Jordi Mitjà, e gli oggetti che li compongono, intervengono direttamente sulle qualità dei luoghi in cui egli viene chiamato ad intervenire; descrivono un carattere anti-monumentale in cui il tempo ed il contesto giocano un peso rilevante. La sua ricerca si fonda sul considerare tutti i materiali, compresi i prodotti culturali, come mai conclusi formalmente, ma aperti, dinamici e plusvaloriali. Le sue sculture – Pistoletto negli anni settanta aveva fatto lo stesso realizzando lavori come elaborazione e condensazione di oggetti trovati nella memoria della tradizione scultorea – introducono una dimensione potremmo dire “ecologica” dell’arte attraverso il recupero di forme e concetti già percorsi da altri autori nel passato. Una produzione di oggetti e immagini che si stratificano gli uni sugli altri. Mitjà pensa che tutto possa mutare dal punto di vista iconografico e concettuale, che tutto possa essere ricontestualizzato e risignificato, ma in un modo molto fluido e antimonumentale.
Il progetto Els mots esquerps (2013) nasce a Cadaques in un non-luogo, un Club Med costruito negli anni sessanta e successivamente abbandonato, in cui le scritte poste sulle pareti bianche delle quattrocentosessanta unità residenziali, piccoli ed austeri bungalow immersi in una natura debordante, rappresentano gli haiku di un attraversamento situazionista in un paesaggio entropico.
Il processo di accumulazione è talmente presente nel suo lavoro da determinare la forma stessa dell’opera indistintamente dagli aspetti espositivi, essendo l’opera un vero e proprio processo plastico in cui il tempo, il contesto e la metodologia di elaborazione delle immagini e degli oggetti informano tutto lo spazio e la durata di costruzione/percezione. In Esquelets, pells mudades i deposicions del capital (2013), l’artista, per otto mesi, ogni mercoledì, attraverso una performance o una conferenza informa lo spazio espositivo con componenti che formalizzano alcuni aspetti della modernità architettonica. È evidente che il progetto, intriso di assunti sulla postmodernità, fa del pensiero debole un’arma fenomenale, in cui lo stile è fluidamente mutevole e complesso, l’identità è un habitus – come direbbe Bauman – che si indossa in base al mutare delle situazioni e di fronte ad opportunità contingenti.

Coltivatori

Jordi Mitjà, Els mots esquerps, image from Zona Zero Edition, in the magazine “Quadern de les idees, les arts i les lletres”, October 2013.

Per questo motivo in un suo recente soggiorno a Pescara, Jordi Mitjà inzia un’indagine che segue un percorso a spirale dal centro dello spazio ospitante verso l’esterno. Questo processo lo porta ad accumulare segni e oggetti raccolti ovunque e ad accumulare materiali che poi vengono selezionati
e plasticamente posti in relazione con il contesto, come frammentarie testimonianze al limite della narrazione. Ad esempio Perla (2015), una colonna tortile posta al di sotto di una lampada per esterni in cui una piccola molla arrugginita congiunge la fonte di luce con la struttura a spirale composta da mattoni forati. Il titolo, elemento anche questo fondamentale nel lavoro di questo autore, si ispira all’origine etimologica del termine “Barocco”, dallo spagnolo barrueco che significa appunto “perla irregolare”.
In Dispersione della prima pietra (2015) pone un megalite all’interno di una corte vetrata, lavorando su opera e contesto, mettendo in atto la dialettica tra forze centripete e forze centrifughe, tra compressione e dilatazione della massa scultorea. Il lavoro, pensato originariamente per il Canodromo di Barcellona, consiste in una scultura gonfiabile, modellata con una serie di tiranti interni e riempita di gas elio. La pietra rimane fluttuante “magrittianamente” in aria, tra finzione e realtà, tra tradizione iconografica e gioco postmoderno, tra il monumentale e l’antimonumentale.
Jordi Mitjà è un artista a 360 gradi che dimostra quanto la maestria prescinda dall’anagrafe e quanto
l’arte sia un pensiero in continua mutazione che prescinde dalle mode del momento.

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