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MAURIZIO NANNUCCI. PERCORSI DI UN LINGUAGGIO INTERMEDIALE, DECLINAZIONI DEL SEGNO-LUCE*

intervista a cura di Hou Hanru

*estratto dell'intervista a cura di Hou Hanru pubblicata sul catalogo della mostra Maurizio Nannucci. Where to start from, MAXXI, Roma, 26 giugno - 18 ottobre 2015

La verifica incerta

There is another way of looking at things, 2012, Musee d’Art Moderne, Saint’Etienne.

HH: In che relazione ti trovavi con l’eredità delle avanguardie novecentesche, con la vicenda modernista, e con i tuoi contemporanei in particolare?
MN: La mia attenzione, il mio sguardo sono completamente rivolti al presente, alla sua urgenza e alla sua contingenza. Non ho mai avuto un atteggiamento retrospettivo e ho sempre eluso problematiche di taglio storico; privilegiando l’esperienza diretta, il confronto sul campo a qualsiasi approccio di tipo istituzionale o accademico... Guardandomi intorno, in Italia mi sentivo in sintonia con il lavoro di Francesco Lo Savio, Gianni Colombo e dei gruppi cinetici, oltre che con Luciano Fabro e Giulio Paolini, con i quali mi sono trovato a esporre una serie di Dattilogrammi al Premio San Fedele nel 1966, e Alighiero Boetti – tutti e tre non ancora poveristi. Ad ogni modo, la mia pratica e i miei orizzonti erano più legati a una matrice europea, collegati com'erano alla circolazione di proposte multimediali, di poesia concreta e di musica elettronica; tutto ciò mi dava l’opportunità di viaggiare e di fare nuovi incontri. Così mi trovai velocemente coinvolto in un network di contatti internazionali. I miei interlocutori erano artisti, musicisti, poeti, architetti delle più disparate tendenze che operavano in Germania, Francia, Giappone, Brasile e negli Stati Uniti. Ciò mi ha dato la possibilità di allargare ulteriormente i miei orizzonti: guardare all’esterno, per mandare segnali sì, ma anche per riceverli. La riflessione che andavo maturando trovava riferimenti nel pensiero strutturalista, soprattutto di ambito fenomenologico, e nelle proposte situazioniste: di queste mi affascinavano le tematiche del superamento dell’arte e i concetti di costruzione di situazioni e nuovi urbanismi, collettivi ed unitari.

Thais o Perfido incanto

Different languages same places..., 2005, Bury Art Gallery, Bury

Thais o Perfido incanto

More than meets the eyes, 1987-2000, Museion, Bolzano.

HH: Le esperienze iniziali con la poesia concreta e la musica elettronica sono state parti integranti del tuo percorso. La tua indagine si è orientata da subito verso una ricerca sul testo, sul segno, ma anche sul suono; in contemporanea con le esperienze concettuali e minimaliste, ma anche in anticipo rispetto ad alcune loro premesse.
MN: Nel 1964 realizzai i primi Dattilogrammi, un ciclo che sarebbe durato un paio di anni, con una piccola Olivetti Lettera 22 che era la mia mind machine, il mio medium, il mio strumento creativo; assieme al foglio di carta bianca o colorata, supporto privilegiato su cui una parola o un segno dovevano essere strutturati quali pure forme geometriche, nella loro specificità lineare e minimale. Non avevo necessità di uno studio; mi bastava un tavolo, ovunque mi trovassi! Nel 1967 alcuni Dattilogrammi vennero pubblicati in An Anthology of Concrete Poetry di Emmett Williams e nello stesso anno realizzai alcune opere centrali allo sviluppo del mio lavoro: una di queste è M40, un mapping della tastiera della macchina da scrivere, i cui segni ripetuti generavano una serie infinita di combinazioni e textures. Faber Castell Polychromos è un altro esempio: presi una scatola di sessanta tonalità differenti di pastelli colorati per poi consumarne ognuno singolarmente, su un foglio di carta differente. Usavo ciascun pastello fino ad esaurirlo completamente, dando così vita ad un campionario-catalogo a carattere cromatico. Questo è anche il periodo dei miei primi lavori fotografici, come le foto in bianco e nero con inserimenti di testi – penso a Moving Stars –e altri che indagavano il rapporto tra naturale e culturale, tra artificiale e ambientale... Un esempio ne è la serie ancora in progress dei Giardini Botanici e la sequenza dei Sessanta verdi naturali... Questi ultimi indagavano la specificità e la declinazione di un medesimo colore, nelle sue eterogenee possibilità, nel suo universo di appartenenza... La natura appunto. Un'altra passione è stata quella per la musica sperimentale e per i sistemi di notazione musicale. Per cinque anni, dal 1965 al 1969, ho fatto parte dell’équipe dello Studio di Fonologia Musicale S2FM del Conservatorio di Firenze, realizzando composizioni elettroniche legate alla elaborazione della voce. Nel 1968, presso il CNUCE - Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico dell’Università di Pisa, ebbi la possibilità di fare esperienze con il computer, con il quale, elaborando parametri basati su algoritmi di calcolo delle probabilità, random, o schemi di strutture matematiche elementari, ho realizzato lavori sia a carattere visivo che sonoro. Trovavo molto stimolante far parte di un team in cui le singole identità confluissero nella realizzazione di un progetto di gruppo condiviso. Era un’esperienza, lontana dalla concezione tradizionale dell'artista attore e autore unico dell'opera, che sarebbe divenuta per me un’attitudine, un riferimento fondamentale per la mia idea di arte. Infatti da allora ho investito molte energie nel promuovere esperienze collettive, creare spazi non profit, curare mostre e intraprendere attività editoriali. Tutte iniziative che si facevano tramite per la circolazione di nuove idee e di nuovi modelli, sia estetici che comportamentali. Parallelamente raccoglievo materiali e documenti legati alle mie pratiche operative, dando avvio al progetto di un archivio che mi sta impegnando ancora adesso. Devo dire che anche in questo caso le esperienze multimediali legate alla poesia concreta e alla musica elettronica sono state per me molto importanti; una porta, un passaggio attraverso il quale ho sviluppato e sperimentato concetti, attitudini e pratiche operative che avrebbero connotato il mio lavoro futuro.

Mario Schifano, Vietnam

Puro rosso puro giallo puro blu, 1990, Wiener Secession, Vienna.

HH: Quali sono le mostre a cui hai partecipato e che hanno segnato il tuo percorso di quegli anni?
MN: Direi tutte quelle di forte impatto innovativo e multimediale: da Cybernetic Serendipity all'Institute of Contemporary Arts a Londra (1968) a Nove Tendencije al Museum of Art and Work di Zagabria (1969) fino ad Amore mio a Palazzo Ricci a Montepulciano (1970). E anche quelle tematiche, in cui varie esperienze visive interdisciplinari si intrecciavano con quelle linguistiche, come la Mostra di Poesia Concreta alla Biennale di Venezia del 1969 o Konkrete Poesie allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1970. Oltre a queste mostre istituzionali, devo dire che per me sono state molto importanti anche le piccole ma numerose iniziative promosse da noi artisti. Personalmente ne avevo curate alcune, abbinandovi anche audizioni di poesia sonora e musica elettronica, come quelle del 1967, al Teatro Donizetti di Bergamo e al Conservatorio Cherubini di Firenze. Furono occasioni per instaurare importanti contatti e favorire incontri con artisti quali Ian Hamilton Finlay, Eugen Gomringer, Franz Mon, Dieter Roth, ma anche Robert Filliou, Lawrence Weiner, Sol LeWitt e Carl Andre... A tal proposito, riprendendo alcuni riferimenti che in quel periodo erano fonte di un acceso dibattito e polemica, tengo a ricordare che in molti enunciati concettuali si trovano spesso analogie e assonanze con le pratiche di poesia concreta, dove esperienze basate sull’uso di figure retoriche ed elementi tautologici erano state elaborate in anticipo rispetto ad altri contesti.

Mario Schifano, Vietnam

Colours Red, Blue, Yellow, White, Green, 1969, Wiener Secession, Vienna.

HH: È in questo contesto che nasce il tuo interesse per l’uso del neon?
NN: Il neon è una presenza che connota spesso il mio lavoro… ma non è la sola! La prima volta che l’ho utilizzato in funzione testuale è sempre nel 1967 con Alfabetofonetico, un’opera che costituisce anche l’inizio della Anthology, una raccolta in progress dei miei testi in neon, che vengono uniformati nelle dimensioni e nel colore blu del vetro e della luce e che è stata presentata al MAXXI a Roma in una versione inedita. Avevo usato il neon anche precedentemente: come segno-luce... in alcune strutture geometriche. Il neon mi dà la possibilità di formare e trasformare lo spazio in sensazioni e concetti che arrivano molto vicino al grado zero di rappresentazione, aprendo al contempo nuove prospettive e orizzonti di percezione ed interazione con la realtà. Credo che questa sia una delle ragioni per la quale si è creata una relazione stretta tra il mio lavoro e l’architettura, o meglio con i suoi elementi primari: la linea e l’angolo. Infatti sono i margini tra parete e soffitto, tra parete e pavimento, i punti di tensione, su cui preferisco intervenire... Che voglio sollecitare e far interagire con lo strumento del linguaggio. La parola, sempre sospesa tra possibilità di significazione e una realtà segnica, fisica e cromatica, si offre così alla dialettica e all'interazione con lo spazio circostante. Se la parola, nella sua linearità, apre la porta all'immagine, al contempo, quale raw material, materiale da plasmare, si fa espediente per un confronto attivo e interattivo col contesto. Attraverso l'uso del colore e della luce come elementi di compenetrazione e demarcazione tra parola e architettura, giungo a configurare l'opera come una nuova realtà: di segno e di senso.

Mario Schifano, Vietnam

Portrait of Maurizio Nannucci in front of Not all at once, 1993, Galerie Brownstone, Paris.

HH: Il tuo lavoro dunque si è presto evoluto in una relazione con l’architettura, con lo spazio urbano e con la dimensione pubblica.
MN: Lavorare con la luce, con il colore e sui contenuti significanti mi ha dato la possibilità di penetrare la geometria dello spazio; non solo fisicamente, ma anche dilatandolo e aprendolo a percezioni sensoriali e virtuali. Avvertivo allora la necessità di ridefinire spazialmente il mio operare passando da quello emblematico della pagina bianca, a quello architettonico, intendendolo come medium da connettere dialetticamente alla parola. Occupare lo spazio con la parola, che oltre ad esprimere un concetto è anche rappresentazione di una forma fisica, fa sì che il testo, abbandonata la dimensione della pagina, diventi ambiente, invada l’architettura, per poi conquistare ed espandersi nel paesaggio urbano. La mia riflessione da quel momento si è spostata da problemi di comunicazione e di visibilità linguistica, ovvero di analisi della relazione tra significante e significato o tra segno e immagine, verso soluzioni più articolate, che offrissero al fruitore differenti livelli di lettura e interpretazione dell’opera, tanto da un punto di vista mentale che estetico. Proprio dal rapporto dialettico che si è stabilito tra il mio lavoro e la dimensione architettonica nascono una serie di opere legate alle collaborazioni con Renzo Piano, all'Auditorium Parco della Musica di Roma, e con Massimiliano Fuksas e Mario Botta... Sono convinto che la riflessione sul linguaggio, anche se secondo differenti declinazioni, debba essere ancor'oggi una parte essenziale, dalla quale non si può prescindere, del fare arte: l’arte senza comprensione finisce per essere solo un esercizio formale.

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