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NEW AESTHETICS AFTER INTERNET

di Massimiliano Scuderi

Recentemente è stata inaugurata, sul Web, The Widget Art Gallery con l’opera web-specific intitolata Vanishing point. Il titolo del lavoro dell’artista italiano Daniele Puppi descrive lo sforzo di ricreare, tra lo schermo del computer, del tablet o dello smartphone e il cyberspazio, un’installazione monumentale. Il compito di configurare lo spazio è affidato a una mosca che con movimenti rapidi definisce le pareti della galleria virtuale; attraverso il suono Puppi restituisce la fastidiosità “reale” della mosca, oltre al ricordo percettivo della materia dei muri. Possiamo quindi distinguere lo spazio reale da quello altro, del net space? Cosa comporta la proiezione di elementi personali, ricordi, sensazioni e identità all’interno del cyberspazio?

La verifica incerta

Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013, video still. Courtesy the artist, Silex Films and kamel mennour, Paris © ADAGP Camille Henrot.

Riproporre oggi l’idea del monumento è indubbiamente interessante e probabilmente necessario. Ma la formula che rende possibile la reintroduzione nel nostro lessico, e quindi nel nostro immaginario, di una così lontana parola/concetto è l’avvicinamento a quella di momentaneità, l’opposto temporale di ciò che l’idea di monumento porta secolarmente con sé nella tradizione occidentale.
Non essendo più in grado di pensare alla durata, rifuggendo da qualsiasi proiezione di illimitatezza, e persino da qualsiasi ipotesi “a lungo termine”, ci sentiamo protetti dentro quel senso di irriverenza e di libertà che ci ha trasmesso la novecentesca conquista della transitorietà, dell’effimero, che forse potremmo anche chiamare precarietà. Peccato che questa lusinghiera conquista, così legata all’illusione dell’autodeterminazione, così vicina al sogno dell’affrancamento da qualsiasi convenzione istituzionale nella gestione del tempo e dello spazio, e quindi della vita, sia stata poi fatta propria dal pervasivo sistema dominante che l’ha trasformata in un orrorifico strumento di ricatto nei confronti dell’uomo contemporaneo, precario al mondo anche nei diritti minimi, costretto dentro la gabbia dorata di un paesaggio controllato dall’obsolescenza precoce e programmata di tutte le sue componenti.
Fra le maggiori novità degli ultimi decenni c’è sicuramente la nascita e il rapido sviluppo dei visual media. In un famoso saggio, il filosofo Boris Groys denuncia l’impatto delle nuove tecnologie e dei dispositivi innovativi sulle persone, trasformate in oggetti di sorveglianza, attenzione, contemplazione. Questi nuovi media hanno creato spazi di interrelazione, delle vere e proprie agorà che a differenza di quelle della Grecia antica, dove i partecipanti e lo spazio dialettico erano visibili, pongono alcune questioni interessanti sulla necessità di creare degli alter ego, delle identità virtuali che in verità sono vere e proprie personalità che potremmo definire “di nuova fondazione” e che nulla hanno a che vedere con mondi virtuali come Second Life.
Chi accede alle agorà digitali deve necessariamente rendersi persona pubblica, il che non esclude l’individualità, ma la sostituisce nella realtà superando il corpo biologico attraverso la nuova identità pubblica. Il soggetto così diventa “un mero schermo, una semplice superficie che assorbe e riassorbe le reti influenti”. Questo processo che Groys definisce di auto-design pone l’individuo non più frontalmente rispetto alla realtà, che non è più distinguibile da quella virtuale, ma all’interno di essa. Il termine “design”, nell’accezione ampia che ne dà il sociologo francese Bruno Latour, si può collegare con il termine heideggeriano “da-sein” (esser-ci), nella ri-definizione del filosofo Peter Sloterdijk, ovvero di“essere nel mondo”, in cui l’uomo si sente non solo parte del tutto, ma immerso nel “tutto” fluido e continuo del mondo, quindi nella realtà in tutta la sua fenomenologia. Nella contemporaneità della produzione continua di immagini forti dei mass media, l’artista non riesce più a competere efficacemente con immagini potenti. Quindi non essendoci più il primato dell’arte sulle immagini, l’artista si sposta acquisendo modalità di impegno politico e, proiettandosi in una dimensione che pone lui stesso al centro della sua opera, diventa egli stesso opera d’arte. Ma questa autorappresentazione, con lo sforzo e la responsabilità che ne comportano, di contro lo rende totalmente esposto allo sguardo degli altri, producendo uno stato di ansia.
Chiunque si trovi nella condizione di chi usa i media come Facebook è inevitabilmente messo a confronto con l’immagine di se stesso ed è costretto a modificarla, adattarla, riprogettarla anche in modo contradditorio. Questo comporta a monte una riflessione su come il mondo attraverso i media rappresenti l’individuo e come lo condizioni nel suo autorappresentarsi. Questa pratica culturale rappresenta un fenomeno di massa che sta condizionando i comportamenti individuali e sociali, motivo per cui siamo spinti a non distinguere più il mondo reale dal cosidetto mondo virtuale. Le pagine dei social networkrappresentano profili che devono essere sempre adeguati a performance compatibili con altre piattaforme come YouTube o Twitter, ponendo al centro la questione della responsabilità dell’immagine condivisa. La realtà contemporanea inoltre è centrata sulla capacità di seduzione dell’immagine che, seppur faccia piazza pulita della sgradevolezza, al contempo nasconde dubbi, paure e lati oscuri.

Mario Schifano, Vietnam

Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013, video still. Courtesy the artist, Silex Films and kamel mennour, Paris © ADAGP Camille Henrot.

L’uso continuo e la facilità nell’accesso agli strumenti digitali hanno rivoluzionato il rapporto tra produttore e fruitore delle immagini. Il pubblico e l’artista non potrebbero essere più vicini come in questo momento storico. Internet ha portato una serie di paradossi all’interno della nostra quotidianità e di tutti I suoi rituali, che include il gusto del vintage e del fatto a mano, ma anche un ripiegamento su sè stessi simboleggiato dai selfie e da stucchevoli frammenti autobiografici. Qualsiasi espressione al giorno d’oggi è toccata dall’essere in continuazione always on, ciò comporta un sovraccarico cognitivo ma anche la capacità da parte di molti artisti di metabolizzare i new media e i vari stimoli di immagini e narrazioni che Internet offre.
Ma si può parlare di superamento di Internet o meglio della totale assuefazione a Internet tale da poterlo ritenere paradossalmente uno strumento obsoleto, ma utile alla creazione contemporanea? Da un’indagine sui fenomeni dell’arte legati alla comprensione del modo in cui le nuove tecnologie sembrano avvicinarci gli uni agli altri, mentre al contempo riescono ad estraniarci da noi stessi, si può ricostruire un panorama di autori interessanti. Molti artisti, nativi digitali e non, hanno metabolizzato Internet al punto tale da ritenerlo un immenso bacino di dati comeready-made e proprio per questo sono riusciti ad utilizzarlo in un modo “plasticamente” personale, rispetto a quanto fatto dalla cosidetta Net Art. Ovvero la nascita di una nuova sensibilità, figlia di una certa produzione artistica tipica degli anni novanta, legata ai processi di post-produzione e della cultura frammentaria del Web, sembra aver indotto negli ultimi anni molti autori alla costruzione di narrazioni soggettive e critiche, concepite a partire dai suggerimenti tematici orientati e attraverso le possibilità offerte dalle navigazioni oggettive. Con Post-Internet, la new aesthetic coniata da James Bridle, si sostiene che malgrado tutto, attraverso un processo consapevole o meno, siamo indotti a utilizzare questi strumenti nel comporre narrazioni quotidiane come collage mentali, tra una schermata e l’altra, e creare il nostro linguaggio e i nostri ritmi vitali secondo un ordine vicino ai database. Il nostro gusto oltre che da scelte personali è indotto a seguire le indicazioni del marketing aggressivo e invasivo delle multinazionali. Si è passati così dalla costruzione di spazi narrativi autonomi net-specific.
Ryan Trecartin (Webster, 1981), autore principalmente di video, lavora con la logica degli scatti di notti brave, postati dai ragazzi sui social network, come Facebook. La sua estetica splatter è il sublimato dell’aggressività mista a patetica desolazione che si può percepire nel materiale scaricabile da molti di questi siti, in cui la sfera individuale viene celebrata nel rito comunitario della sovrarappresentazione e del consumo di immagini. Il lavoro di Trecartin gioca con il rapporto tra identità e tecnologia e il suo stile narrativo è attraversato da un sentimento misto di libertà e alienazione.
Altro tipo di sensibilità e di progettualità è quella della filmmaker e artista visuale Miranda July. Il suo progetto We Think Alone consiste nell’inviare, a un pubblico di sconosciuti, iscritti al progetto su un sito appositamente dedicato, le e-mail su vari temi intercorsi tra lei e alcuni suoi amici artisti e non, un lavoro sulla qualità del linguaggio della negoziazione e sull’impatto di questi strumenti nella vita quotidiana e sull’innato voyeurismo di alcune persone. Mentre il tema della prima settimana era il Denaro, svelando i dettagli circa l’abilità nel vendere la macchina di Kirsten Dunst, sua amica, e i suggerimenti su come fare soldi di Sheila Heti, la seconda settimana era concentrata sui Consigli, rivelando una marea di cure, gentili parole di saggezza sia dai collaboratori per le persone più vicine a loro sia, nel caso di Kareem Abdul-Jabbar, per l’ammirazione di uno studente.
Mario Schifano, Vietnam

Miranda July, Somebody, 2014, still. Cinematography Sebastian Winterø. Courtesy the artist and Miu Miu © 2014.

Un altro suo recente lavoro concepito come servizio e-mail è Somebody, scaricabile dal sito apposito e dall’iTunes Store, per cui se qualcuno invia un messaggio tramite questo servizio a un amico, il messaggio verrà recapitato non al destinatario, ma ad una persona a lui vicina (probabilmente un estraneo) che riporterà il contenuto verosimilmente in modo verbale.
Un altro modo di autorappresentarsi nel mondo dei nuovi media è quello del “suicidio simbolico” da parte degli autori, una sofisticata strategia elusiva attraverso la quale si dichiarano morti per accedere a forme collaborative e democratiche di condivisione della creazione dell’opera. Inoltre questa democratizzazione permette all’artista di assumere responsabilità pubbliche facendosi portavoce di comunità temporanee, se legate a un evento artistico specifico, o persino di tutta la società. L’artista intende, attraverso questo processo culturale, ottenere il primato della credibilità e della fiducia, rivendicando la propria autonomia rispetto al sistema.

Mario Schifano, Vietnam

Miranda July, Somebody, 2014, still. Cinematography Sebastian Winterø. Courtesy the artist and Miu Miu © 2014.

Mario Schifano, Vietnam

Heath Bunting, The Status Project - Portrait of Terry Smith. Courtesy dispari&dispari project, Reggio Emilia.

Heath Bunting, figura emblematica nel mondo dell’arte contemporanea considerato uno dei padri fondatori del movimento artistico della Net Art, tra sentimento anarchico e offerta di servizi, lavora in pieno stile hacker per produrre percorsi alternativi alle limitazioni della mobilità dovute ai confini nazionali, servizio che viene proposto sulla rete esclusivamente agli iscritti di un sito concepito ad hoc. Cosa succede quando entriamo in una lista per ricevere sussidi sociali, quando chiediamo una carta di credito o più semplicemente quando chiediamo una patente temporanea? The Status Project è un progetto in continua espansione, iniziato da Bunting nel 2004, con lo scopo di creare e registrare una mappatura del sistema globale che ci permetta di penetrare le complesse strutture istituzionali, per capire come muoversi più facilmente nelle pratiche infinite che sono dietro ogni più piccola azione. Le sue mostre sono costituite da mappe, grafici, diagrammi e fotografie, che sono la forma più immediata e offrono una possibilità di scelta impersonale da parte di Bunting, per stabilire un dialogo diretto con il pubblico, coinvolgendolo in questa capillare analisi organica del sistema in cui ognuno di noi vive. Inoltre l’autore mostra una serie di ritratti di artisti, amici e colleghi, realizzati attraverso le risposte fornite a un questionario on line con più di 600 domande. Il risultato è un’immagine unica che ci dà un ritratto esatto della persona intervistata. Una piattaforma digitale interattiva permette al pubblico di creare e visualizzare il loro ritratto, che l’artista include nel suo archivio. In questo senso è una pratica comune nella cultura contemporanea che l’immagine individuale passi da un medium a un altro, mischiando la visione privata a quella pubblica, da un salotto riservato a un’installazione in un museo, a un database accessibile on line.

Mario Schifano, Vietnam

Heath Bunting, The Status Project - Map of Television license. Courtesy dispari&dispari project, Reggio Emilia.

Una delle esperienze che si possono definire un caso studio interessante sul rapporto tra nuovi media e identità, soprattutto per un’analisi delle ricadute del Web sulla produzione culturale e in particolare visuale degli ultimi anni è sicuramente il progetto No Ghost Just A Shell. Nel 1999 gli artisti francesi Pierre Huyghe e Philippe Parreno acquisiscono i diritti d’autore di un personaggio dei manga, Annlee, un’immagine originale dell’agenzia giapponese Kworks. L’agenzia è famosa per sviluppare personaggi per fumetti, pubblicità, cartoni animati, videogiochi. Annlee rappresenta un personaggio debole, incapace di adattarsi al progredire di una storyline e quindi a basso costo, in quanto il prezzo dei personaggi è determinato dalla complessità dei tratti caratteriali e dalla capacità di sopravvivere sulla scena. Parreno parla di Annlee in questi termini: “i veri eroi sono rari ed estremamente costosi...”.
Annlee quindi diventa un progetto pluriautoriale, in cui ogni artista – da Philippe Parreno a Pierre Huyghe, da Rirkrit Tiravanija a Dominique Gonzalez-Foerster, a Tino Sehgal, tra gli altri – utilizza il personaggio per realizzare le sue storie. Internet e il mondo delle produzioni musicali, ad esempio, ci pongono al giorno d’oggi alcune domande sull’identità dell’autore. Annlee rappresenta un vero e proprio “guscio” ad uso e consumo degli autori, ma pone noi stessi di fronte allo specchio, nel considerare le nostre stesse scelte e i nostri gusti indotti dalle reti dei social network, dalle multinazionali e dal marketing. Il progetto affronta, più di altri, il problema dell’identità e della differenza nella produzione culturale contemporanea e come, sotto forma di metafora, sempre più i meccanismi economici condizionino i nostri gusti, le nostre scelte. No Ghost Just A Shell crea connessioni e reti tra gli artisti e le sedi coinvolte nelle manifestazioni. Qui l’immagine stessa s’infiltra come un virus all’interno di luoghi e contesti, come parte della pratica artistica individuale. Ciò determina una moltiplicazione degli effetti della produzione artistica, della presentazione e della ricezione, una moltiplicazione dell’identità di Annlee come forma della differenza.

Bibliografia
Baudrillard Jean, Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano 1984
Bourriaud Nicolas, Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, postmedia books, Milano 2004
Groys Boris, Going Public. Scrivere d’arte in chiave non estetica, postmedia books, Milano 2013
Kholeif Omar (a cura di), You Are Here. Art After the Internet, Cornerhouse & SPACE, Londra 2014
Latour Bruno, A Cautious Prometheus? A Few Steps Towards a Philosophy of Design (with Special Attention to Peter Sloterdijk), www.bruno-latour.fr/sites/default/files/112-DESIGN-CORNWALL-GB.pdf, on lineTribe Mark, Jana Reena, New Media Art, Taschen, Colonia 2006
Vettese Angela, L’arte è entrata nel Post internet, “Il Sole 24 Ore”, 27 luglio 2014, www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-07-27/l-arte-e-entrata-post-internet-081421.shtml?uuid=AbpKRneB, on line

Sitografia
The Widget Art Gallery, the-widget-art-gallery.blogspot.it
Camille Henrot, www.camillehenrot.fr/en/work
James Bridle, new-aesthetic.tumblr.com
Sito Vimeo con video caricati dall’artista Ryan Trecartin, vimeo.com/trecartin
Miranda July, mirandajuly.com
Heath Bunting, www.irational.org
Pierre Huyghe e Philippe Parreno, No Ghost Just A Shell, www.noghostjustashell.com

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