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* Testo tratto da "Arteecritica" n.45, gennaio-marzo 2006

CHARLEMAGNE PALESTINE

CHARLEMAGNE PALESTINE... MAXIMALIST

Intervista di Roberto Lambarelli

Questa conversazione si è svolta a Firenze in occasione della partecipazione di Charlemagne Palestine all’esibizione Donne donne curata da Adelina von Fürstenberg a Palazzo Strozzi

RL: Quando hai cominciato a fare installazioni con i burattini, le bambole e i peluches?
CP: Tutto è cominciato, come si dice, nella notte dei tempi, migliaia di anni fa, prima dell’Inquisizione. Tutto si riflette nei diversi aspetti del mio lavoro, negli Arlecchini, nei Pulcinella.
RL: I pupazzi e gli altri materiali che usi li trovi o li acquisti?
CP: Il percorso è sempre differente. A volte li cerco, altre volte essi arrivano da soli. Li aspetto, come se fossi uno sciamano, e loro arrivano. Faccio queste frivolezze da molto tempo, le persone mi portano i giocattoli dei loro bambini che poi diventano personaggi veri e propri del mio lavoro, per le installazioni, le sculture, le performance, i video. Li uso come spugne di spiriti che assorbono memorie ed esperienze dell’infanzia che contengono. I miei assemblaggi sono sempre legati alla storia e alle tradizioni degli oggetti che sono sempre stati importanti per me.
RL: Il lavoro in mostra intitolato A Temple of Schmattes for Shirley è dedicato a tua madre?
CP: In realtà alla famiglia di mia madre. Loro provengono da generazioni di artigiani tessili e suo padre faceva tende da sole. Molte tende erano fatte di tessuti a righe per i negozi eleganti di New York. Possiamo dire che lui cuciva e costruiva come Daniel Buren sessant’anni prima che egli li scoprisse. Quando ho incontrato Daniel Buren e siamo diventati amici, gli ho detto che secondo me, visto che anche lui viene da una famiglia ebrea, le sue strisce potrebbero essere originate da un continuum folklorico di una solida, antica affinità. Certo questa è un’interpretazione del tutto personale. Daniel non è stato né d’accordo né contrario, ha semplicemente riso. 

CHARLEMAGNE PALESTINE

Charlemagne Palestine, 2003 © Marc Lander.

RL: Questa tua installazione sembra un piccolo teatro…
CP: Non proprio un teatro, piuttosto un altare.
RL: Ci sono tutti quei drappi…
CP: Sì quelli sono gli schmattes, in Yiddish medievale; dei pezzi di tela…
RL: Ci sono molti oggetti in questo lavoro: peluches, piccoli pupazzi di plastica e altre cose da bambini appese al soffitto e, inoltre, tutta la stanza è rivestita di stoffe, di tende molto colorate. Insomma, non trovi che ci sia una profusione che si oppone alla tua musica, che è stata definita “minimalista”?
CP: Oggi io dico di essere un massimalista. Questa è un’installazione massimalista. Le mie installazioni sono massimali. Mi sono sempre considerato un massimalista. L’inventore della parola minimal l’ha usata per descrivere una certa tendenza nel suono, ma le mie sonorità, anche se a volte sembrano minimali per chi le ascolta dal di fuori, passano ad essere massimali una volta che alla fine ci si entra e si lascia che, con le loro tonalità e i loro tempi, ti portino in un’avventura sonora infinita. L’essere minimal non è nella mia natura e non lo è mai stato. Sono sempre stato “maximal”. Tra le due parole “minimal” e “maximal” c’è una fondamentale differenza che riguarda due lettere, il suffisso “in” del “min” significa, per me, essere “in” come dire chiuso, imprigionato, come mi sono sentito per anni dovendomi portare addosso quella definizione che odio. Mentre c’è l’ “ax” di “max” che vuol dire ascia, lo strumento con cui puoi distruggere la tua prigione. Inoltre, “in” può voler dire appartenenza ad un gruppo, cosa di cui io non mi sono mai sentito parte. Ho tagliato drasticamente i rapporti con il gruppo, nel senso che nella mia vita, come artista e come essere umano, ho spezzato i miei legami con loro prendendo strade varie, diverse.

CHARLEMAGNE PALESTINE

Temple de Peluche, 1990.

RL: Dietro il gioco di parole, che ha un sapore concettuale, mi sembra di scorgere qualcosa di molto importante, un’implicazione esistenziale e, allo stesso tempo, un distacco dalla vita, un po’ orientale in un certo senso…
CP: Vengo da Brooklyn, da un quartiere popolare dove giocavamo con le parole e inventavamo uno slang che spesso era più colorito dell’inglese che imparavi a scuola. Quando sono arrivato a Roma, 35 anni fa, invitato da Fabio Sargentini, non ero molto diverso. Lì ho incontrato La Monte Young, Terry Riley (Roberto, ho incontrato Pran Nath a New York 3 o 4 anni prima che arrivassi a Roma, separatamente da Young e Riley), ma il mio orientalismo deriva dalla mia infanzia, dalla sinagoga, come il mio rapporto con i tessuti mi viene da quello secolare della famiglia di mia madre. Come il mio approccio al fare le cose, come il cantare e il correre che ho inventato per Body Music 1 & 2 per Maria Gloria Bicocchi di Art/Tapes/22. Ho continuato questo lascito, questo ascetismo. Tutto mi riporta alle mie radici e il legame che ho con la mia famiglia, con la mia razza e la mia religione e, ovviamente, anche con le mie esperienze di giovane newyorchese di Brooklyn dopo la guerra nella “Little Odessa”. Negli anni ’80, poi, ho fondato una compagnia di film-video con l’intento di salvare i rituali a rischio di scomparsa di altri popoli antichi; i nativi americani, i polinesiani, quelli che erano in pericolo di diaspora come gli ebrei dopo l’olocausto. Il legame con tutta questa antichità è forse quello che tu chiami il mio ascetismo, ma è anche la base del mio senso della modernità. In tutte queste culture multi-ritualistiche ho trovato la prima “Gesamtkunstwerk”, il lavoro di arte totale, danze e canzoni e architettura e costumi e tradizioni e leggende e riti religiosi e rituali. Questa è la mia versione di arte totale, Charlemagne il musicista, Charlemagne lo sciamano, Charlemagne lo sculture, Charlemagne il performer, Charlemagne il pazzo, l’Arlecchino, il Pulcinella, il clown, il mostro, il diavolo, l’angelico, il melanconico. The Total Maximal Charlemagne.

CHARLEMAGNE PALESTINE

Partecipazione di nozze, Luisa e Carlo Orsacchiotti, 1992.

RL: Mi racconti del tuo esordio nella scena artistica newyorkese? C’era già la musica minimalista?
CP: No, non c’era ancora, è venuta più tardi. All’inizio si usavano altre definizioni per il mio tipo di musica. Molta di questa musica era chiamata “trance music”. Ci volle un po’ di tempo prima che si cominciasse a parlare di musica minimalista. Fino ad allora il termine minimal era usato per le arti plastiche, per artisti come Tony Smith, Sol LeWitt, Richard Serra, Carl Andre. Poi Tom Johnson, critico e compositore, scrivendo per il “Village Voice” usò per primo il termine minimal music per il gruppo di musicisti conosciuti come il “downtown group” perché la maggior parte di noi abitava nella nuova Soho. Facevamo i nostri lavori agli opening di Kitchen e di altre gallerie del centro.

CHARLEMAGNE PALESTINE

Partecipazione di nozze, Luisa e Carlo Orsacchiotti ( I testimoni), 1992.

RL: Non trovi che ci sia una sorta di continuità tra le tue ricerche degli anni Settanta e quelle di molti giovani di oggi che vanno attraversando i diversi linguaggi?
CP: Sì, sicuramente anche molti giovani compositori/performer/artisti si muovono all’interno di diversi linguaggi come noi facevamo negli anni ’60 e ’70. Essere “multi” era normale allora. Poi, più tardi, alla fine degli anni ’70, sono tornate le divisioni, le specializzazioni. Per un musicista, io sono un musicista, ma io danzo anche. Quando lavorai con Simone Forti cominciai come collaboratore musicale, ma subito dopo cominciai a produrre suoni e a muovermi contemporaneamente. Musica e danza. Non ero un danzatore per formazione, ma mi mossi in un unico modo con il mio corpo maschile nello spazio. Anche i dervishi non sono ballerini in senso stretto…

CHARLEMAGNE PALESTINE

Raga Todi, 1984 ca © Kevin Clarke.

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