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PHILIPPE PARRENO.
UNA MOSTRA È UN ATTO DI INVENZIONE

di Giovanna Manzotti

Immergersi in una mostra di Philippe Parreno e starci il più possibile. Ritornarci anche una o due volte. Stare al centro dello spazio o sostare in un angolo; ballare o osservare il comportamento degli altri visitatori, vedendosi. Sdraiarsi o non smettere mai di camminare. Cercare di trovare il proprio ritmo visivo.

Parreno

Hypothesis, installation view at Hangar Bicocca, Milan, 2015. Courtesy the artist; Pilar Corrias Gallery, London; Gladstone Gallery, New York / Brussels; Esther Schipper, Berlin and Fondazione Hangar Bicocca, Milan. Photo © Andrea Rossetti.

I motivi per fare tutto ciò sono moltissimi, non serve elencarli tutti. Basta forse saper cogliere – come afferma l’artista – che “una mostra non è solo una disposizione di oggetti, ma anche un atto di invenzione”. Se poi questa visione affonda le proprie radici all’interno di una pratica artistica (e di vita) caratterizzata da continui scambi, conversazioni e confronti con altri artisti, compositori, gruppi musicali e professionisti di svariate discipline (quella che l’amico e collega Douglas Gordon ha definito una “promiscuità di collaborazioni”), l’apertura “a quell’atto di invenzione” si fa ancor più profonda, radicale.
E ancora: “senza la mostra non esiste l’oggetto, dal momento che è la mostra a diventare l’oggetto”, continua Parreno. È a partire da questa attitudine che il concetto di esposizione (e di opera) viene forzato e spinto verso i suoi limiti. Ogni mostra è infatti incline a sciogliere e ridefinire i codici e le convenzioni legati alla percezione del tempo e dello spazio, in una dimensione che si potrebbe definire “fantasmatica”. Che sia un filmato di un minuto girato al Polo Nord e inserito di volta in volta nei contesti più disparati – da una striscia pubblicitaria all’interno di un cinema a Stoccolma, fino alla sua proiezione (della durata non casuale di 4’33’’) sulla serie dei White Paintings di Rauschenberg a Portikus – o che si tratti di un abete natalizio part-time che per undici messi all’anno, tranne che a Natale, è a tutti gli effetti una scultura, Parreno è sempre capace di mettere l’osservatore in quell’ottica un po’ magica che lo catapulta all’interno di un’immagine aperta, in una “pellicola in costante pre-produzione, produzione e post-produzione”.

Parreno

Danny The Street (detail), 2015, exhibition view Philippe Parreno H {N)Y P N(Y} OSIS at Park Avenue Armory, New York. Courtesy Pilar Corrias, London; Gladstone Gallery, New York / Brussels; Esther Schipper, Berlin. Photo © Andrea Rossetti.

Una simile esperienza è vivibile anche all’Hangar Bicocca, dove la configurazione di un paesaggio suggestivo animato da apparizioni di varia natura è in grado di stravolgere l’architettura dell’ambiente. E non di poco. Gli oggetti che vivono in questo paesaggio – delle entità performative indipendenti e al contempo corali – sono protagoniste attive in una macchina modulata che procede seguendo un’inedita coreografia. Di questa macchina vediamo gli “ingranaggi” in funzione. Diciannove Marquees – strutture in plexiglas, luci e suono ispirate alle insegne luminose che negli anni cinquanta venivano poste all’esterno dei cinema americani – compongono l’installazione Danny the Street (2006-2015). Sospese nello spazio lungo un’unica fila longitudinale, queste sculture lasciano il suolo totalmente libero, permettendo al visitatore di muoversi e spostarsi liberamente nelle navate, come all’interno di un grande boulevard.
Vediamo le Marquees animarsi secondo una precisa partitura (concepita dall’artista con Nicolas Becker e diversi musicisti) e stagliare le proprie ombre su una lunga parete bianca, imponendosi come una sorta di “stampi” di se stesse che entrano ed escono di scena in un movimento circolare. Questo gioco di proiezioni è innescato da Another Day with Another Sun (2014), opera realizzata in collaborazione con l’artista Liam Gillick e composta da una luce artificiale temporizzata che attraversa regolarmente metà dello spazio, viaggiando su un sistema di binari sospesi. L’accostamento di queste due installazioni è più che poetico: ciò che ne emerge è una grande opera capace di evocare “assenze che diventano presenze reali” e azionare un gioco di cause ed effetti, passando dall’alba al tramonto del sole in una decina di minuti. Aggiunge Parreno: “uno degli elementi centrali della mia pratica è il piacere di prendere un oggetto senza reinventarlo, ma piuttosto rinegoziandone la modalità con cui diventa pubblico”.

Parreno

Hypothesis, installation view at Hangar Bicocca, Milan, 2015. Courtesy the artist; Pilar Corrias Gallery, London; Gladstone Gallery, New York / Brussels; Esther Schipper, Berlin and Fondazione Hangar Bicocca, Milan. Photo © Andrea Rossetti.

Siamo davanti a un corteggiamento infinito di forme, in una narrazione di suoni, melodie, luci intermittenti, ombre e immagini in movimento. È una drammaturgia visiva che ospita al suo interno diverse sequenze di eventi (o la possibilità che questi accadano) e che genera delle “catene di immagini” che non fanno altro che tradurre i meccanismi di produzione della realtà. In questo senso Hypothesis è intensissima. E lo è soprattutto perché – come suggerisce Andrea Lissoni, curatore della mostra – “può essere considerata come un modello sperimentale di mostra personale, un’ipotesi per un progetto espositivo inteso come esperienza temporale mutevole e senza confini: l’inizio e la fine della mostra non sono individuabili nello spazio, ma dispersi nel tempo”. Atelier e terreno complementare rispetto al progetto all’Hangar Bicocca è stata infatti Hypnosis,mostra personale che l’artista ha presentato a New York durante l’estate del 2015.

Parreno

Danny The Street (detail), 2015; exhibition view Philippe Parreno H {N)Y P N(Y} OSIS at Park Avenue Armory, New York. Courtesy Pilar Corrias, London; Gladstone Gallery, New York / Brussels; Esther Schipper, Berlin. Photo © Andrea Rossetti.

Molti elementi esposti al Park Avenue Armory li ritroviamo anche in Hypothesis, ma in forma rielaborata ed estesa, a volte asciugata. Solo per ricordarne uno, la partitura che determina la sequenza temporale della mostra proviene da due pianoforti Disklavier posti a terra. La traccia diffusa è la registrazione del pianista Mikhail Rudy avvenuta oltreoceano, e qui divenuta nucleo della costellazione polifonica, degna da orchestra, che cadenza ritmicamente il battito cardiaco dello spazio. E allora quella di Parreno è davvero un’arte “di anticipazione ed emergenza”, come afferma Daniel Birnbaum in Chronology (Sternberg Press, New York, 2005), un’arte tutta incentrata sul futuro, nella quale il soggetto diventa una “condizione aperta di possibilità delle cose”. Non a caso Annlee, protagonista di Anywhere out of the World (2000) è un manga giapponese, una ragazza senza passato la cui esistenza dipende dalle leggi fluttuanti del mercato e del copyright. È un prodotto libero che può essere acquistato, prestato e firmato da chiunque, proprio come ha fatto il duo Parreno-Huyghe. “Annlee era malinconica, ed è stato questo a colpirci. Quello che volevamo fare era raccontare la storia di un segno”. Finzione o trasposizione di un modello di una presunta apparizione? Non lo sappiamo con certezza, ma nel vedere i tasti dei pianoforti Disklavier attivarsi senza che nessuno li sfiori, sentiamo che qualcosa di estremamente indecifrabile ci prende per mano, portandoci per qualche istante in una dimensione ultraterrena. E qui è bene fermarsi, perché questa è già una dimensione di gran privilegio.

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