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OLIVER RESSLER. PENSARE L'IMPOSSIBILE

di Cristina Palumbo

Pensare l’impossibile. Oliver Ressler (1970), attivista e artista austriaco, invita esplicitamente, tramite l’arte, a una riflessione politico-sociale partecipata e condivisa, mai passiva o disattenta. Ciò che sembra emergere da tutti i suoi lavori è una forte volontà di creare spazi di dialogo possibili attraverso l’atto artistico, realizzabili tramite il confronto reciproco, in una dimensione individuale che si riflette necessariamente nella presa di coscienza collettiva a cui dovrebbe seguire l’azione, auspicabile per un possibile cambiamento economico e sociale.

Ressler

Oliver Ressler, Transnational Capitalism Examined, Border as Method, installation view, The Gallery Apart, Rome. Photo Giorgio Benni.

Inaugurato a Roma proprio negli stessi giorni in cui si concludeva presso la Fondazione La Fabbrica del Cioccolato a Torre-Dangio in Val di Blenio (Svizzera) la sua personale Confronting Comfort’s Continent, il progetto romano Transnational Capitalism Examined ha presentato una ricca panoramica sul lavoro di Ressler articolata in due tappe, ovvero Dancing on Systemically Important Graves, con un corpus di opere video degli ultimi tredici anni esposto al Pastificio Cerere (con arguzia di sguardo e finezza narrativa, nelle quattro sale viene preso in esame il rapporto tra finanza internazionale e banche, il legame tra impresa e guerra, l’estrazione e l’utilizzo di risorse energetiche fossili e l’annosa questione del surriscaldamento globale) e Border as Method, con una serie di lavori più recenti proposti invece presso The Gallery Apart, con film, wallpaper, animazioni, fotomontaggi che scandagliano il tema dell’identità politica e sociale, il concetto di cittadinanza e l’ipotetico tramonto del capitalismo.

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Oliver Ressler, Transnational Capitalism Examined, installation view, Fondazione Pastificio Cerere, Rome. Photo Mario Martignetti.

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Oliver Ressler, Transnational Capitalism Examined, Border as Method, installation view, The Gallery Apart, Rome. Photo Giorgio Benni.

Da oltre vent’anni Ressler lavora su questo e sulla ricerca di mezzi espressivi in grado di veicolare messaggi precisi in maniera efficace e creativa, tali da creare piattaforme di scambio critico attraverso le quali indagare situazioni legate al mercato globale, a interessi economici, allo sfruttamento di moltitudini per le tasche di pochi. L’attivismo di Ressler diviene allora sia una dichiarazione d’intenti sia una forma di espressione personale che trova realizzazione nel mondo dell’arte.
I suoi lavori, specialmente i film, composti quasi sempre da immagini eloquenti accompagnate da testi, vogliono sollecitare chi guarda e ascolta ad aprirsi a realtà spesso celate e ignorate o volontariamente evitate, in virtù di una riflessione critica in grado di costruire e realizzare tangibili cambiamenti attraverso forme di resistenza alternative. Molte delle sue opere sono concepite per vivere in spazi pubblici ed esteticamente pensate come manifesti pubblicitari, in modo da poter convivere con la quotidianità cittadina focalizzando allo stesso tempo l’attenzione sul messaggio politico intrinseco. In No Title (2014), lavoro realizzato in collaborazione con Martin Krenn per la mostra Minority Report: Challenging Intolerance in Contemporary Denmark (2004), dislocata per la città di Aarhus in Danimarca, i poster realizzati trattano il tema del razzismo e del sessismo come fattori giustificativi delle disuguaglianze e, dunque, legittimanti lo sviluppo del capitalismo. Con Failed Investments (2015) assistiamo ad un processo analogo per quanto riguarda la costruzione dell’opera d’arte come viatico di un messaggio politico ben preciso. Cartelloni pubblicitari affissi per le strade di Cracovia denunciano la speculazione edilizia e la crescente urbanizzazione della città a discapito dei centri rurali e dei sobborghi, attraverso immagini che alludono alla distruzione di unità abitative a favore della proprietà privata e che incitano a non investire nei combustibili fossili, causa – tra le altre – del surriscaldamento globale e della siccità che, come si evince da uno dei poster in mostra, è sempre più frequentemente causa di incendi e distruzioni. Ressler qui come in altri suoi lavori sottolinea abilmente, tramite il testo scritto sui poster, quel “failed investment” finanziario, sociale e ambientale che, lungi dall’adempiere al suo originario proposito e portare benessere a livello globale, apre di continuo falle che minano il paventato equilibrio capitalista.
L’affondare delle navi cargo nel grande wallpaper The economy is wounded - let it die! (2016) simboleggia proprio il fantomatico e silenzioso naufragare del sistema capitalistico, qui incarnato dalle merci circolanti in quel libero mercato che continuamente Ressler mette in discussione. Il trasporto di beni attraverso i mari del mondo cela, infatti, le due raccapriccianti facce di questa stessa medaglia: la condizione di sfruttamento in cui vertono le moltitudini più povere del pianeta e il riscaldamento globale connesso alle emissioni di gas serra. In particolare Ressler riflette sull’enorme utilizzo di combustibili fossili adoperati come carburante per le navi cargo – che tanto pesantemente incidono sul surriscaldamento climatico – trasformando il processo globale di scambi commerciali in un circolo vizioso generatore di disastri sociali e ambientali, alimentato dall’instancabile ricerca di profitto. L’affondare ipotetico dei mercati finanziari si lega alla deriva umana e sociale presentata nei film in mostra al Pastificio Cerere. In The Visible and the Invisible (2014) Ressler racconta lo sviluppo economico come un viaggio nella devastazione, dove le aziende non hanno più alcun interesse nella sopravvivenza di nessuno. Partendo dal caso della Svizzera, il più grande centro di compravendite di commodity al mondo, si mostra in maniera per nulla scontata come la moltitudine – afferente al Sud del pianeta – sia esclusa dalla ricchezza che produce. Ed ecco che il binomio ricchezza-morte appare nitido anzi, visibile, all’interno di quella coltre di fumo che contraddistingue il video per tutta la sua durata. Nuvole bianche in continuo movimento – allusive delle emissioni tossiche legate alle produzioni di materie prime – offuscano le labili immagini che appaiono di volta in volta su uno sfondo monocromatico, accompagnate da rumori fuori scena e da una precisa voce narrante che sussurra i concetti chiave, rendendo visibili i meccanismi invisibili celati dietro alla maschera del neoliberalismo capitalista. “Il sottosviluppo lì è lo spettro dello sviluppo qui” sussurra la voce narrante: è una realtà fantasma quella messa in scena da Ressler, che mira a rendere visibili i meccanismi nascosti di un sistema economico globale che tesse silenziose connessioni con “un passato coloniale che non ha mai smesso di essere”. L’invisibile è qui visibile. Il concetto di visibilità-invisibilità, connesso ai limiti arbitrari imposti dalle frontiere e al problema dell’identità nazionale e transnazionale, è presente anche nell’installazione Emergency Turned Upside-Down (2016).

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Oliver Ressler, Emergency Turned Upside-Down, 2016, film still, 16’. Courtesy The Gallery Apart, Rome.

Parlando con l’artista, è emerso come questo lavoro gli sia molto caro, poiché è stato scelto un tipo di narrazione totalmente animata per il film, a dispetto di altre produzioni come The Bull Laid Bear (2012), realizzata in collaborazione con Zanny Begg, in cui figure reali si mescolano a personaggi animati che supportano simbolicamente e ironicamente il racconto, creando un mondo ibrido dove il confine tra ciò che è condizione reale e ciò che non lo è diviene labile. Questa novità rispetto all’annale produzione di Ressler, unitamente a uno slancio forse d’empatia fanciullesca, rende Emergency Turned Upside-Down un lavoro molto speciale per l’artista. L’opera consta di un floor paper e di un film animato – entrambi visibili alla The Gallery Apart – che ragionano sull’idea di confine nazionale e sulla sua funzione di elemento divisore tra chi è dentro e chi è fuori di esso. L’intero pianeta è scandito da confini: linee arbitrarie ma estremamente determinanti per la vita – e la presunta sicurezza – di ciascun individuo, che marcano la superficie del globo rendendolo un grande patchwork variegato. Così, nel floor paper di Ressler, i confini geografici della rotta Medio Orientale interessati dalla migrazione siriana vengono combinati insieme e riadattati. Prendendo proprio a pretesto l’“estate della migrazione” del 2015, quando il sistema Schengen fu sospeso per varie settimane e alcuni stati europei aprirono le frontiere a molti dei profughi siriani, Ressler nel film animato Emergency Turned Upside-Down indaga delicatamente la questione identitaria – di un popolo, di un individuo – legata all’idea di demarcazione geografica, resa qui con segni circolari fitti come reti, mentre una voce narrante accompagna le immagini che fluidamente si stagliano in silhouette bianche su fondo nero. Cosa sono i confini nazionali se non un limite ideale appositamente costruito e gelosamente protetto? Il film mostra come l’esodo dei migranti, inizialmente accolto da alcuni Paesi, venga visto con l’occhio europeo dell’emergenza imminente a cui far celermente fronte attraverso pratiche di “non accoglienza”. I migranti sono allora percepiti come “uninvited”, “non-citizens”, allontanati da confini sempre meno ideali, tagliati fuori da privilegi internazionali insormontabili, esclusi da quella “welcome culture” che si mostra benevola solo quando in gioco sembrano esserci cospicui interessi finanziari e non semplici vite. Allo stato di costrizione migratoria – generato da reali condizioni di emergenza come l’oppressione politica, fiscale e militare – coincide allora uno stato identitario di non cittadini del mondo. Come recita il film all’inizio: “Borders, not bordercrossers are the problem”.

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Zanny Begg & Oliver Ressler, The Bull Laid Bear, 2012, film, 24’. Fondazione Pastificio Cerere, Rome.

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Zanny Begg & Oliver Ressler, The Bull Laid Bear, 2012, film, 24’. Fondazione Pastificio Cerere, Rome.

Lo stesso tema, affrontato in maniera differente, è proposto nel film The Right of Passage (2013) realizzato da Ressler insieme a Zanny Begg, dove sullo sfondo notturno di una Barcellona multietnica si alternano interviste a persone “senza documenti” che vivono spesso malviste dalla stessa società che dovrebbe invece metterle in condizione di essere considerate cittadini a pieno titolo. “L’immaginario di una cittadinanza globale come può essere?”: il film di Ressler e Begg si apre con questa domanda posta dal filosofo Antonio Negri, che continua immaginando la possibilità “di un mondo senza frontiere, dove l'eguaglianza nel lavoro e nei diritti sia effettivamente reale. […] La cittadinanza non è semplicemente un fenomeno soggettivo, ma anche un fenomeno oggettivo di ospitalità”. Lottare per essere riconosciuto in quanto cittadino, e dunque avente determinati diritti civili e politici, risulta essere una condizione che contiene in sé un principio contradditorio, poiché chi non gode di questo status è costretto ad una condizione di stallo identitario e, al contempo, chi viene continuamente controllato nel suo essere cittadino al pari degli altri, è obbligato a riaffermare la propria identità all’interno di una società che spesso tende a marginalizzare e differenziare. Come suggerisce il titolo del film, la libertà di movimento, nella così detta società globalizzata, dovrebbe essere un diritto garantito a ciascuno, indipendentemente dal luogo d’origine.

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Oliver Ressler, Stranded, 2015, digital prints on aluminum behind acrylic glass, 120 x 80 cm. Courtesy The Gallery Apart, Rome.

Fornire punti di vista differenti, stimolare sguardi su una realtà sempre più mistificata, aprire a visioni nuove è quello che tenta Ressler conducendo il pubblico in un viaggio per immagini narrate. L’interessante film Leave it in the ground (2013), esordisce proprio con l’immagine di un paesaggio naturale incontaminato e con una parola, breve ma incisiva: “Look”, guarda. Quella natura, fonte di ricchezza locale basata sui profitti del mercato del pesce, cela nel suo sottosuolo l’agognato oro nero, fonte di una ricchezza ben più ampia, globale, “certezza di un guadagno fisso”. Ma se si decidesse di estrarlo anche lì, in quel sottosuolo appartenente ad ecosistemi intatti, la fonte di benessere per alcuni si trasformerebbe in fonte di devastazione per altri, in “un cocktail molotov di disastri economici, politici, climatici” come, con reale senso catastrofico, recita il film. L’equazione mostrata da Ressler, allora, secondo cui alle emissioni nocive dovute alle trivellazioni corrisponderebbe un aumento del riscaldamento globale, un inasprimento dei conflitti sociali in zone già colpite dal malcontento e dalla povertà, ha come risultato il delicato fenomeno della migrazione climatica.

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Oliver Ressler, Stranded, 2015, digital prints on aluminum behind acrylic glass, 120 x 80 cm. Courtesy The Gallery Apart, Rome.

Ma il lavoro dell’artista non sembra dare qui solo delle informazioni sullo stato reale delle cose: egli chiede esplicitamente a tutti di non subire la Storia, bensì di farla, suggerendo per esempio la decolonizzazione dell’economia come possibile via percorribile. In Leave it in the ground, come nel wallpaper The economy is wounded o in Stranded (2015), dove uomini in completo da ufficio giacciono inermi su una spiaggia, con diretto riferimento alle tante immagini di migranti approdati sulle coste mediterranee, Ressler sembra dar forma a una sorta di “finta realtà” che potrebbe tramutarsi – attraverso il ribaltamento delle parti – in una possibile condizione reale. Si ha come l’impressione che alcuni lavori siano delle immaginifiche porte aperte su possibilità ignote, che offrono a chi li guarda, li ascolta o li legge, l’occasione di prefigurare una strada alternativa all’odierna economia di mercato, un corso degli eventi differente, un finale diverso. Nell’ottica di una deriva totale del capitalismo, così come alludono gli uomini incravattati di Stranded, cosa possiamo immaginare per il dopo? La risposta di Ressler sta nel movimento, andare sempre oltre, immaginando nuovi spazi comunicativi e di confronto. Ripensare una società in cui le persone vengano maggiormente coinvolte nei processi decisionali inerenti le questioni che influenzano la vita di tutti.
Decisioni prese attraverso assemblee, senza gerarchie dominanti e castranti, senza leader che speculano su altri per il proprio profitto. Forse un’utopia, ma certamente una lotta quotidiana per una democrazia reale che parta sul serio dal basso, per un bene sociale condiviso. Ressler dunque con le sue installazioni invita all’azione, a reagire, ma ancora prima di questo, a pensare e a ipotizzare realtà altre. L’arte allora diviene così un medium privilegiato per l’immaginazione di mondi differenti, che potrebbero realizzarsi attraverso un forte atto di volontà partecipativa. Pensare dunque l’impossibile, insieme.


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