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Sol LeWitt. Successful art changes our understanding of the conventions by altering our perceptions1

Conversazione con Francesco Stocchi

a cura di Barbara Garatti

Dopo la mostra Pascali sciamano, che ha messo in luce la forza creativa sorgiva e le influenze tribali di uno degli artisti italiani più noti del secolo scorso, la Fondazione Carriero prosegue nella sua ricerca e rilettura critica della storia dell’arte contemporanea presentando Sol LeWitt. Con il supporto critico dell’Estate dell’artista, l’attenzione si focalizza su due aspetti fino ad ora poco esplorati: il rapporto con l’architettura e la valenza emotiva e passionale del suo lavoro.
Per l’occasione il curatore Francesco Stocchi è in dialogo diretto con Rem Koolhaas, il quale interviene per la prima volta in veste di curatore d’arte contemporanea.

 

Barbara Garatti: Può spiegarmi come si è articolato questo dialogo a tre tra lei, Rem Koolhaas e il lavoro di Sol LeWitt?

Francesco Stocchi: La Fondazione, per sua mission, si propone di rileggere la storia dell’arte contemporanea, la sfida è quella di gettare nuovi sguardi su qualcosa che siamo abituati a categorizzare secondo un modello molto preciso.
Inizialmente proposi all’Estate di rileggere il lavoro di Sol LeWitt attraverso la relazione che questo ebbe con la dimensione architettonica. L’Estate si occupa, tra le altre cose, di conservare e valorizzare l’iconicità della ricerca dell’artista. Una mostra come questa avrebbe potuto sembrare fuori dal loro ambito di interesse, invece la risposta fu positiva, anzi entusiastica. Grazie al lavoro a quattro mani con Rem Koolhaas, si è definito un obiettivo ambizioso: mostrare come il lavoro di Sol LeWitt è in grado di entrare in dialogo con i luoghi che lo ospitano, amplificando il coinvolgimento emotivo dello spettatore con lo spazio. Per lo più si pensa che le opere concettuali e minimali si fruiscano al meglio in un white cube, ma non è del tutto esatto.
Adachiara Zevi in L’Italia nei wall drawings di Sol LeWitt (Electa, 2012) ha condotto uno studio approfondito su come l’artista rimase profondamente influenzato dagli spazi architettonici caratterizzati da una stratificazione storica. Negli anni Settanta LeWitt ha lavorato a Spoleto – trasferendo il suo studio vicino a Montelupo –, ed è proprio qui che ha realizzato alcuni dei wall drawings più poetici. Abbiamo quindi cercato di far uscire l’artista dalla gabbia razionale nella quale siamo abituati a vederlo.
Il suo rigore nacque dal desiderio di contrapporsi alle esuberanze espressive dell’Action Painting, come un uomo vitruviano e imperfetto voleva trovare il suo spazio perfetto nel cerchio. Nonostante questa tensione ideale, Sol LeWitt rimane un artista profondamente emotivo e passionale.

BG: Se ne trova traccia nella famosa lettera ad Eva Hesse del 14 aprile 1965, dove l’artista scrive: “Don’t worry about cool, make your own uncool. Make your own, your own world. If you fear, make it work for you – draw and paint your fear and anxiety”.
Wall Drawing #123 A (1991, matita bianca, parete nera) fu dedicato proprio all’amica artista e in questa mostra è riproposto insieme a una ricostruzione a grandezza reale della porzione di edificio che l’ospitava. Si tratta di una scelta allestitiva forte che porta all’estremo il principio filologico su cui si basa la tradizione storiografica. L’impressione, entrando nella stanza, è di essere catapultati in una realtà altra: le proporzioni della ricostruzione creano un senso di tensione nello spazio limitato della sala.

FS: Qui entra in gioco un altro elemento che caratterizza la mostra, ovvero il concetto di site specificity, termine molto usato che insieme a Koolhaas è stato possibile mettere in discussione, se non addirittura sovvertire. Mi spiego meglio: i wall drawing si permeano dello spazio che li ospita e Sol LeWitt aveva un’idea molto precisa di quali realizzare in base alle caratteristiche architettoniche. Abbiamo fatto in modo di evidenziare come queste opere nascano da un’indicazione di partenza e come nel processo esecutivo abbraccino il luogo scelto, risultando così sia specifici che universali.
La Fondazione Carriero si trova all’interno di una casa privata del Quattrocento dove nel corso dei secoli sono stati effettuati degli interventi dei quali rimangono evidenti tracce. L’opera di Sol LeWitt e la sua capacità di manifestarsi sul crinale tra superficie e struttura tridimensionale, di essere al tempo stesso concettuale e architettonica, risulta essere il collante ideale tra queste differenze.
L’idea di ricostruire il tempietto della Edison Lee Gallery dove quest’opera fu realizzata per la prima volta è ovviamente quanto di più distante dal concetto di site specificity – per come lo si intende abitualmente. L’architettura ripresentata nella sala della Fondazione assume una dimensione metafisica, la sua specificità è riportata a una realtà altra, quindi universale.
Nella sala al primo piano, la più piccola dell’edificio, abbiamo scelto di esporre numerose strutture a muro, alterando completamente la percezione dello spazio e costringendo lo spettatore a riconsiderare la sua posizione all’interno di esso.

BG: Ritrovo questa compressione di cui parla. Per paradosso si crea un senso di dilatazione dello spazio e le strutture sono disposte in modo tale da comporre quel paesaggio metafisico a cui accennava prima. Le linee ortogonali sembrano distorcersi verso un punto di fuga altro, accentuando una profondità che il luogo reale non ha. Qualcosa di simile accade nella sala all’ultimo piano, dove Wall Drawing #1104 (2003, pennarello a tempera nero su specchio) è realizzato su una grande specchiera che contemporaneamente dimezza e duplica lo spazio.

FS: Quest’opera ridefinisce la stanza e la stessa superficie riflettente su cui è realizzata così come Wall Drawing #46 (1970, matita nera), che sale sulla parete del vano scale realizzato da Gae Aulenti, ridefinisce che cosa è un muro e attira l’attenzione su un elemento portante ma allo stesso tempo inosservato dell’architettura, facendo da collante tra i piani.
Dialoga con la specificità del luogo ma allo stesso tempo definisce il concetto di antispecificità.

Sol LeWitt

Sol LeWitt, Between the Lines, 2017, veduta della mostra, Fondazione Carriero.
Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione Carriero.
Wall Drawing #1104: All combinations of lines in four directions.Lines do not have to be drawn straight (with a ruler), 2003. Pennarello nero su specchio. Disegnato la prima volta da Toon Verhoef. Prima installazione Edams Museum, Edam, NL, settembre 2003. Courtesy Estate of Sol LeWitt ; 8x8x1, 1989, alluminio smaltato a forno, 207,01 x 45,72 x 45,72 cm. Courtesy Julie e Edward J. Minskoff Collection.

Sol LeWitt

Sol LeWitt, Between the Lines, 2017, veduta della mostra, Fondazione Carriero.
Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione Carriero.
Wall Drawing #46: Vertical lines, not straight, not touching, uniformly dispersed with maximum density, covering the entire surface of the wall, 1970. Matita nera. Disegnato la prima volta da Sol LeWitt. Prima installazione Yvon Lambert, Paris, maggio 1970. LeWitt Collection, Chester, CT. Courtesy Estate of Sol LeWitt.

BG: L’opera di Sol LeWitt accorda la spinta ideale da cui si genera con le peculiarità di superficie e struttura del luogo – come risulta perfettamente intelligibile ­­–, ciò che è inaspettatamente lontano da quel rigore formale che si è abituati associare all’artista sono le tracce emotive che vi rimangono o che si generano. La mostra porta diversi esempi di questa felice coesistenza, sia dal punto di vista della formalizzazione delle opere scelte sia per quanto riguarda l’allestimento complessivo. In Wall Structure Black (1962, olio su tela e legno dipinto) tra le superfici in legno e il supporto di tela si possono osservare evidenti masse di pittura ad olio; Structure with Standing Figure (1963, legno dipinto, fotografie in bianco e nero, lampadina, cavo elettrico) si può intendere come una metafora contemporanea dell’uomo vitruviano.

Sol LeWitt

Sol LeWitt, Between the Lines, 2017, veduta della mostra, Fondazione Carriero.
Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione Carriero.
Wall Structure Black, 1962. Olio su tela e legno dipinto, 99,1x99,1x59,7 cm.
Courtesy Estate of Sol LeWitt e Pace Gallery.

Sol LeWitt

Sol LeWitt, Between the Lines, 2017, veduta della mostra, Fondazione Carriero. Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione Carriero.
Structure with Standing Figure, 1963. Legno dipinto, fotografie in bianco e nero, lampadina, cavo elettrico, 71,12x30,48x30,48 cm.
Courtesy LeWitt Collection, Chester, CT; Geometric Figure #9 (+), 1977, Legno dipinto di bianco, 151x151x3 cm. Courtesy LeWitt Collection, Chester, CT.

Negli anni successivi Sol LeWitt sviluppa e trasferisce l’emotività sul fruitore: in Wall Drawing #1267 (2007, scarabocchi, grafite) il segno perde per la prima volta il rigore lineare, mentre la stratificazione incessante della grafite arriva a completa saturazione e la superficie curva rimodella lo spazio architettonico. Il wall drawing incombe sullo spettatore: una presenza carica di gestualità controllata e liberatoria al tempo stesso.
Complex Form #34 (1990, legno dipinto di bianco) è illuminata da una luce rosa: una scelta dei due curatori che ne evidenzia la tensione non più ortogonale, ma asimmetricamente estroflessa. Le fa da contraltare un monolitico poligono irregolare ideato da Rem Koolhaas come supporto di Wall Drawing #150 (1970, matita nera).

Sol LeWitt

Sol LeWitt, Between the Lines, 2017, veduta della mostra, Fondazione Carriero.
Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione Carriero.
Complex Form #34, 1990. Legno dipinto di bianco, 127 x 88,9 x 50,8 cm.
Courtesy Estate Franz West.

Sol LeWitt

Sol LeWitt, Between the Lines, 2017, veduta della mostra, Fondazione Carriero.
Foto Agostino Osio. Courtesy Fondazione Carriero. 
Wall Drawing #150: Ten thousand one-inch (2.5cm) lines evenly spaced on each of six walls, 1972. Matita nera. Disegnato la prima volta da Sadayuki Kato, Kazuko Miyamoto, Ryo Watanabe. Prima installazione Finch College, New York, ottobre 1972. Courtesy Collezione Panza, Mendrisio; Wall Drawing #51: All architectural points connected by straight lines, 1970. Linee di gesso blu. Disegnato la prima volta da Pietro Giacchi, Andrea Giamasso, Giulio Mosca. Prima installazione Galleria Sperone, Torino, giugno 1970. LeWitt Collection, Chester, CT.
Courtesy Estate of Sol LeWitt.

Un oggetto al limite tra scultura e architettura le cui facce di diverse dimensioni evidenziano la peculiarità del wall drawing – composto sempre da 10.000 linee – ripetuto su ogni superficie, più dilatato sulle più ampie e condensato sulle più piccole. La possibilità di osservare lo stesso lavoro applicato in diverse condizioni di superficie esalta l’armonia tra il rigore concettuale, le infinite possibilità di sviluppo dell’opera e la dimensione spaziale e architettonica.

 

NOTE
1. Sol Le Witt, Paragraphs on Conceptual Art, in “Artforum”, V/10, Summer 1967.

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