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Sreshta Rit Premnath: un workshop (How to live together, the common school), una mostra (Cadere / Rose)

di ALAgroup

Come vivere insieme, la scuola comune è il titolo del progetto promosso dalla Nomas Foundation, in collaborazione con ALAgroup e Sreshta Rit Premnath, artista di origine indiana residente a New York, e suddiviso nel workshop How to live together, the common school e la mostra dal titolo Cadere / Rose che si è conclusa il 12 aprile 2017.

Cadere/Rose

Sreshta Rit Premnath, Cadere/Rose. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy the artist. Ph. Marco Passaro.

Il percorso nasce dall’idea di condividere uno spazio, un’esperienza, tradizioni e culture differenti, attraverso un apprendimento attivo e un modo partecipato di trasmettere la conoscenza. Il workshop svoltosi a Roma tra la sede distaccata dell’Istituto Einaudi a Primavalle e Tor Pignattara, dove vive una delle più grandi comunità del Bangladesh d’Europa, è stato realizzato insieme ai ventiquattro studenti della classe 4 M dell’indirizzo grafico.
Il concetto di comunità, come entità organica nella quale il rapporto con l’altro è la componente basilare e dove un profondo sentimento di appartenenza e di fiducia reciproca caratterizza i rapporti, ha costituito il punto di partenza della ricerca che progressivamente ha incluso famiglia, scuola, quartiere, città, restituendo un’identità a chi genericamente definiamo altro. Nell’analisi della comunità bangladese, Premnath si è interessato in particolar modo ai venditori di rose e ha tradotto i loro gesti in una serie di atti performativi.
Avvicinarsi a una persona che non si conosce, offrire un fiore, contrattarne il prezzo, sono azioni che vengono svolte, spesso, senza saper parlare la stessa lingua, è un’interazione fatta di sguardi, un momento di pura tensione che si esplicita attraverso i movimenti del corpo e delle mani. Premnath ha osservato ogni più piccolo aspetto sino a trasformare se stesso in un venditore di rose nella performance svolta a Tor Pignattara in occasione della conclusione del workshop, in cui l’artista, donando una rosa alle persone incontrate per strada, ha preso il posto dell’oggetto del suo studio riproducendone atteggiamenti ed espressioni.
Ma il significato di questa gestualità è talmente profondo e radicato in Premnath da costituire il momento di passaggio dalle sue opere a quelle di André Cadere, artista polacco che ha profondamente influenzato il suo pensiero, morto prematuramente nel 1978. I lavori nati da questo incontro articolano la mostra, seconda parte del progetto, che mette in dialogo i materiali prodotti durante il workshop, una fanzine dal titolo Ti porgo una rosa e la documentazione video di un’intervista realizzata dagli studenti a Bachcu Siddique, rappresentante della comunità Bangla e responsabile dell’Associazione Dhuumcatu.
In una sovrapposizione di azioni e immagini, le figure di Cadere e di Premnath diventano ognuna lo specchio dell’altra. Le aste di legno che Cadere portava ossessivamente con sé e attraverso le quali cercava il riconoscimento del sistema artistico, vengono sostituite dalle rose. Alla sua esile figura, come la vediamo nelle ultime foto scattate prima della morte, subentra quella di Premnath, che sincronizza i suoi gesti a quelli di Cadere nella sequenza fotografica intitolata Recto / Verso. La sintesi dell’intero progetto è il video Rosa Rosae realizzato a New York da Premnath in collaborazione con Kuldeep Singh, artista e danzatore esperto della danza tradizionale indiana Odissi, che ha eseguito una serie di improvvisazioni associate alle azioni dei venditori di rose e alle strutture ritmiche delle aste di André Cadere. Abbiamo selezionato una serie di testi che raccontano l’esperienza vissuta dal collettivo durante il workshop presso l’Istituto Einaudi di Roma, e un testo scritto da Sreshta Rit Premnath.

Cadere/Rose

Sreshta Rit Premnath, Here, Cadere/Rose. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy the artist. Ph. Marco Passaro.

 

CADERE / ROSE
di Sreshta Rit Premnath

Cadere. Precipitare, calare, abbattersi, ruzzolare, affondare, piombare, gettarsi, crollare, collassare. Il 3 luglio 1973 Cadere spedisce a Barry Barker tre fotografie di un suo autoscatto in cui posa, emaciato, vicino all’ospedale internazionale dell’Università di Parigi, con in mano una barradi legno rotonda. In una foto si appoggia, come una delle sue aste, contro una cabina telefonica, appena un mese prima di morire di cancro. Appoggiare, cadere, affondare, assestare, declinare, perire. Chiede in maniera specifica che le tre foto non siano vendute.
“Non vendo foto, dunque per favore, dopo la mostra rimandami indietro le tre fotografie. Ma vendo i bastoni (sic). Ho qui con me alcuni pezzi. Puoi comprarne uno (il prezzo in franchi francesi è 1.500 – posso farti uno sconto). Oppure prova a venderli (il prezzo al pubblico è di 3.000 franchi francesi)”.

Ho gestito una scuola temporanea per architetti e designer a piazza Antonio Gramsci a Milano qualche anno fa. Discutevamo della “filosofia della prassi” di Gramsci e ragionavamo su cosa significasse disegnare una piazza pubblica. Chi ha il compito di progettare uno spazio pubblico e chi è il pubblico destinato a occupare questa architettura? Le famiglie che giocano a palla, ragazzini che giocano a calcio, bianchi per lo più, ma c’era anche un uomo dalla pelle scura – come me – che attraversava la piazza due volte al giorno per vendere delle rose.
In ansia e solo, veniva verso di noi e ci chiedeva di comprare una rosa e insisteva. Parlava bengali – che io non capisco – conosceva poche parole in italiano – che io non parlo – e a mala pena parlava inglese e hindi. Mi chiamava “fratello” ma più lontani di così non potevamo essere. Io, un artista circondato da studenti, lui un venditore di fiori la cui presenza allontanava gli sguardi.

Le aste di Cadere si sono impresse nella mia mente. Spine dorsali nodose organizzate secondo imperscrutabili mutamenti di colore. 123, 231, 312, 123; 321, 231, 312, 123; 323, 231, 312, 123; ecc. La differenza, sempre un lancio di dadi. Stanche spine dorsali appoggiate alle pareti, tuttavia luccicanti ed esuberanti – presenti, vive. Non sapevo della loro vita performativa fino alla recente ricontestualizzazione del suo archivio operata da Lynda Morris. “Portando con sé un’asta di legno alle inaugurazioni di mostre e nelle sue passeggiate per le strade della città, Cadere metteva in discussione la sua dipendenza – e implicitamente quella degli altri artisti – dalle gallerie e dai musei, sia in quanto spazi fisici che in quanto istituzioni politiche”. Presumo che, poiché le sue fotografie non sono mai state vendute, la dimensione performativa del suo lavoro è morta con lui, il suo cadavere imbalsamato nei bui archivi fotografici. Sempre questa schizofrenia tra il lavoro critico presumibilmente eseguito e la circolazione dell’oggetto, elemento scenico esso stesso, involucro, traccia di questa performance.
Massimo Minini parla delle aste di Cadere presenti nella sua collezione. Aste che riorganizza e con cui armeggia – contrapponendole in tal modo ad altre opere della sua collezione. Ricorda il momento in cui Cadere scoprì nella sua collezione due bastoni Masai che somigliavano ai suoi e “li prese per giocare con loro e con la sua opera allo stesso tempo”. L’oggetto d’arte è sempre accanto, ma al di là, staccato dalle sue intenzioni ma che rinvia ad altre associazioni.
La fotografia rimossa prova ad asserire la sua precedenza intenzionale, ma il segno, la traccia, la linea vanno via a zigzag. Ritorno a ciò che mi ha condotto ai suoi oggetti prima che lo conoscessi, il piacevole orientamento dell’attenzione, accompagnato da un movimento libero e senza ostacoli.
Ma l’ideologia è un medium invisibile interiore, attraverso e oltre il quale immaginiamo la libertà. Fanon descrive così questa inconsapevole ‘propriocezione’ e ‘autocoreografia’ del corpo colonizzato: “La consapevolezza del corpo è un’attività unicamente negativa. È una consapevolezza alla terza persona. Il corpo è circondato da un’atmosfera incerta. So che se volessi fumare, basterebbe allungare il braccio destro e prendere il pacchetto di sigarette che si trova all’altro capo del tavolo. I fiammiferi, comunque, sono nel cassetto sulla sinistra, e dovrei quindi appoggiarmi lievemente indietro. E tutti questi movimenti non sono fatti per abitudine, ma per una conoscenza interiorizzata. Una lenta costruzione di me stesso come corpo immerso in un mondo spaziale e temporale… ”
Cosa guidava la mia attenzione? Cosa mi ha spinto verso l’oggetto? Cosa mi ha preparato a questo incontro?

Il venditore di fiori, quel particolare venditore di fiori, chiamiamolo Kamal per comodità, anche lui stava commerciando in bellezza estetica e valore simbolico, quando diceva, fratello, devi comprare una rosa, solo due euro. La stretta delle mani attorno al mazzo di rose capovolto che dondola al suo fianco mentre si allontana. A quanto pare le rose durano più a lungo se restano a testa in giù. Non so se sia vero. O per quale ragione l’aspirina, o i freezer nei ristoranti locali – accessibili ai connazionali – prolungano la vita di una rosa. Ma, al momento pressante della vendita, lo scatto del polso, gli occhi concentrati, fratello…? Fratelli in Italia dove siamo resi uguali dal colore della pelle e attratti l’un l’altro da un legame non detto. Un accordo muto, eccetto che per il misero linguaggio del commercio “…solo due euro…” entrambi consapevoli che c’è qualcos’altro che ci avvicinava. Una scia ci spingeva attraverso l’atmosfera, che percepivamo viscosa e piena di resistenza. Ricordo quella sensazione quando, tornando a casa la prima volta, le spalle si erano rilassate appena uscito dall’aereo nella frizzante aria monsonica. Un agio spontaneo che orienta, prepara, condiziona, innominabile ma presente al di là della presenza. Non ricordo l’odore delle rose, ma c’era qualcosa di strano nella gestualità, sovradeterminata da quel significante vuoto. Kamal – “bellezza”, “perfezione” in arabo – deve attraversare quella soglia di riconoscimento ogni volta che offre una rosa a uno sconosciuto.
Anche Cadere, nato a Varsavia ed emigrato in Romania, era ansioso di avere un riconoscimento in Europa. Ancora prima di diventare famoso, si prefiggeva di andare alle inaugurazioni più importanti frequentate da Konrad Fischer, il potente gallerista, in modo che potesse essere visto con la sua asta di legno. “Cadere aveva previsto che gli sarebbe stato impedito di portare una grande asta nella galleria e così ne nascondeva una piccola nella sua tasca. Cadere si opponeva ai tentativi dei suoi ospiti di espellere la sua presenza; dopo che gli fu negato l’ingresso con l’opera più grande, introduceva di nascosto questo parassita in miniatura, e una sottile asta a strisce appariva presto sul pavimento della galleria. Il palo che da una parte funzionava come simbolo di contesa e trasgressione – di svalutazione della galleria come luogo privilegiato per il pubblico dell’arte – era anche il segno del suo desiderio di essere parte proprio di quel contesto e di quella scena. Essere visto da Konrad Fischer fu, dopo tutto, il primo passo per essere esposto nella sua galleria. È troppo cinico dire che anche la trasgressione faceva parte dello spettacolo, e che, quando le aste furono accolte nelle gallerie e nelle collezioni d’arte, le fotografie sparirono?

Ma anche questo è troppo semplice. È come una “disputa d’amore”, ovvero è la contraddizione tra il desiderio di avere e di dare che produce uno spazio di possibilità. Comunque, resta la preoccupazione che questa possibilità sia troppo aperta e senza orientamento. Essenzialmente un significante vuoto pone la seguente domanda: un oggetto d’arte astratta dipende necessariamente da un elemento esplicativo che lo contestualizza o che lo orienta? Oppure la vuotezza del significante permette un collasso produttivo? Una caduta dall’alto verso il basso, una deviazione di valore in cui la scommessa del venditore di fiori non è diversa da quella di Cadere?
Sreshta Rit Premnath, Jan 2017

Cadere/Rose

Sreshta Rit Premnath, Here, Cadere/Rose. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy the artist. Ph. Marco Passaro.

Cadere/Rose

Sreshta Rit Premnath, Recto/verso, Cadere/Rose. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy the artist. Ph. Marco Passaro.

 

Looking at
dal diario del workshop di ALAgroup

La parola sguardo sul vocabolario si trova anche associata ad alcuni aggettivi: “sguardo benevolo, pietoso, dolce, tenero, sprezzante, fiero, leale”. Per chiarire questa associazione il vocabolario recita: “determinando il modo del guardare e il sentimento, lo stato d’animo espresso”. Ecco, qui mi sa che ci siamo. In queste due settimane, in classe, abbiamo parlato tanto, tantissimo, forse troppo.
All’inizio del workshop non ci conoscevamo. Ricordare tanti nomi, lavorare insieme, non è facile, eppure da subito abbiamo imparato a riconoscervi. Ogni viso si è impresso a fuoco nella nostra mente. Osservandovi abbiamo iniziato a capire chi era coinvolto e chi no, chi era distratto, chi interessato, chi era d’accordo, chi avrebbe voluto parlare ma era troppo timido per farlo, chi non aveva nulla da dire, ma voleva dirlo lo stesso.
Abbiamo imparato, poco alla volta, ma sempre meglio, a leggere i vostri sguardi. Il linguaggio verbale, visivo, fisico che inizialmente abbiamo usato è diventato superfluo e un’altra forma espressiva ha trovato spazio nell’aula. Una forma espressiva muta, immobile e cieca, ma potentissima.
Poi la visita a Tor Pignattara. Bachcu ci ha parlato della sua difficoltà a capire, appena arrivato a Roma, quello che le persone gli dicevano. I primi mesi vendeva fiori, fazzoletti o accendini e l’unica cosa che sapeva dire era “grazie”. Il resto erano gesti o mezze parole. Forse qualcuno lo insultava, forse qualcuno era gentile, non lo sapeva. Eppure il linguaggio del corpo era sufficiente a capirsi. E lo sguardo. Bachcu ci ha detto che lo sguardo era fondamentale. Il viso umano è il punto del corpo dove sono presenti più muscoli e tutti, involontariamente, concorrono, tirandosi o rilassandosi, a formare le espressioni, a farci parlare senza parole. Il corpo conosce un linguaggio che non ha bisogno di essere appreso.
Abbiamo incontrato anche Papya e la sua famiglia. Sono tutti molto religiosi, Papya indossa il niqab e suo marito ha una folta e lunga barba. Quando il nostro gruppo, di circa venti persone, ha attraversato la porta del suo negozio e ha lentamente occupato tutto lo spazio a disposizione, Papya ci ha fissato. Il suo volto è coperto, ma il suo sguardo dice tutto. Anche se parla una lingua che non capiamo e anche se le siamo per lo più incomprensibili, è chiaro che la stiamo infastidendo con la nostra invasione fisica e con le nostre domande insistenti e personali. Un altro piccolo sguardo si nasconde sotto il bancone del negozio, quello della figlia di Papya. Il velo le circonda il viso e le nasconde i capelli. Siamo entrati per parlare con lei, ma chi risponde alle nostre domande è suo marito, Papya mantiene fisso il suo sguardo intenso e trasparente su di noi. La stiamo mettendo a disagio. Quando non ne può più chiede a Mou, la nostra guida, di farci uscire.
Come possono comunicare due persone senza parlare la stessa lingua? Un gesto, uno sguardo può bastare? Quando la comunicazione verbale non è utile, quando è fuorviante, quando le parole sono talmente tante da perdere ogni significato, come si può comunicare? Come si comunica una cultura? Come la si apprende?

Cadere/Rose

Sreshta Rit Premnath e ALAgroup, Come vivere insieme. La scuola comune, workshop con la classe 4M dell’Istituto Luigi Einaudi di Roma, svolto grazie al sostegno di Mibact e Nomas Foundation nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro.


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