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AI WEIWEI, IL SUBLIME PESO DELLA TRADIZIONE

di Francesco Marmorini

Se c’è una categoria estetica tra quelle tradizionali che può riattualizzarsi in gran parte del lavoro di Ai Weiwei è quella del sublime matematico: lo stato d’animo che secondo la sistematizzazione kantiana scaturiva in seguito all’esperienza di grandezze quantitativamente inafferrabili dall’immaginazione.

Ai Weiwei

Ai Weiwei, Map of China [Mappa della Cina], 2013. Courtesy of Ai Weiwei Studio, Beijing.

Tale senso d’impotenza misto a fascinazione è simile a quello che lo spettatore prova di fronte a quelle opere dell’artista cinese che nascono dalla ripetizione di moduli omogenei disposti all’interno di una sempre diversa struttura spaziale, ricche di numerosi rimandi simbolici. Così è nel caso di alcune delle imponenti installazioni di Ai Weiwei Libero, la prima retrospettiva italiana dell’artista ospitata da Palazzo Strozzi a Firenze e curata dal neo direttore della Fondazione Arturo Galansino.

Ai Weiwei

Ai Weiwei. Libero, exhibition view, Palazzo Strozzi, Florence, 2016. Courtesy the artist, Fondazione Palazzo Strozzi and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana. Photo Alessandro Moggi.

Qui biciclette architettonicamente impilate (Stacked, 2012), cucine solari montate tra loro come fossero piume di un’ala gigantesca (Refraction, 2014), zainetti scolastici provenienti da zone terremotate installati in forma di un sinuoso serpente (Snake Bag, 2008) funzionano come medium tra le sfuggenti quantità dei referenti reali cui alludono e lo spettatore, così costretto a rapportarsi ai problemi della società cinese, che si racconta con numeri sconosciuti anche ai grandi stati occidentali. La bicicletta, per esempio, che immediatamente rimanda alle immagini storiche di una Shanghai invasa dai veicoli a due ruote, è ancora un sistema di trasporto molto utilizzato in Cina, ma è anche quel mezzo che il governo ha cercato di sostituire con le automobili, è il simbolo della sostenibilità, ma allo stesso tempo dell’omologazione maoista, e non in ultimo, è rappresentativa sia dell’infanzia dell’artista che della sua scoperta del ready made di Duchamp.

Ai Weiwei

Ai Weiwei, Refraction [Rifrazione], 2014, solar cookers, kettles, steel, 222,5 x 1256,5 x 510,6 cm. Courtesy of Ai Weiwei Studio, Beijing.

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Ai Weiwei, Snake Bag [Borsa serpente], 2008; Rebar and Case [Tondino e cassa], 2014. Courtesy Ai Weiwei Studio, Beijing and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Les Moulins / Habana.

E se i quasi seimila nomi di bambini dispersi nel sisma del Sichuan rintracciati faticosamente nei mesi successivi dall’artista con i suoi collaboratori, nonostante le azioni di occultamento governative, ci pongono immediatamente di fronte alle smisurate dimensioni di ogni evento in terra cinese, in genere questo scatto di coscienza è immediatamente successivo alla prima contemplazione di un’immagine sapientemente costruita: lo “shock” visivo di Reframe (2016), dove i grandi gommoni di salvataggio arancioni si sovrappongono in facciata alle bifore rinascimentali della sede espositiva, precede di poco la riflessione sull’impressionante fenomeno migratorio di massa di questi anni.

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Ai Weiwei, Reframe [Nuova cornice], 2016, 650 x 325 x 75 cm each one. Courtesy Ai Weiwei Studio, Beijing.

Ma l’esito ultimo del sublime è la constatazione che il piccolo uomo può fronteggiare le enormità che lo sovrastano con la sua altrettanto grande moralità: ed ecco così l’Ai Weiwei attivista, dissidente, che tiene dal 2005 fino all’oscuramento ordinato dal Governo nel 2009 un blog arrivato ad avere diciassette milioni di visite e centomila contatti giornalieri, e leader seguito quotidianamente da migliaia di followers su Twitter, dove spinge a fare propria la sua lotta a difesa dei diritti umani. E non è un caso che proprio il suo blog, definito da Hans Ulrich Obrist una “scultura sociale” in senso beuysiano, abbia assunto una connotazione politica per la sua capacità di innescare processi di emancipazione individuali e collettivi, e di aver contestualmente condotto il fare arte a risolversi nella sfera pratica dell’agire.  Già nel 1995 una performance come Dropping a Han Dynasty Urn – riproposta adesso in una versione in Lego – lasciava intendere un approccio dinamico e privo di inibizioni nel denunciare apertamente le operazioni di azzeramento della memoria collettiva messe in atto anche dal governo post-maoista, e da lì in avanti Ai Weiwei ha insistito su questo spostamento ontologico muovendosi agevolmente da un media all’altro e tenendo fermo il punto della partecipazione sociale.

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Ai Weiwei, Han Dynasty Vases with Auto Paint [Vasi della dinastia Han con vernice per carrozzeria], 2014. Courtesy of Ai Weiwei Studio, Beijing.

È plausibile che il suo rapporto con la tradizione possa apparire controverso, eppure la presa di coscienza che tramandare sia incorporare il vecchio nel nuovo sembra essere una delle poche vie d’uscita contro il rischio di diaspora dei valori culturali del popolo cinese, che come frammenti devono essere ricomposti in maniera tale da raccontare non solo il passato, ma anche il presente, che sta contribuendo alla loro distruzione: è in questo senso emblematica l’opera Souvenir from Shanghai (2012), dove un telaio di un letto della dinastia Qing è incorniciato dalle macerie recuperate dall’abbattimento di un suo studio da parte delle autorità. In catalogo testi e interviste di Karen Smith, Hans Ulrich Obrist, Tim Marlow e Ludovica Sebregondi, oltre a quelli del curatore.

 

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