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COLLEZIONARE SOGNI DA METTERE IN MOSTRA

di Luca Galofaro e Abdelkader Damani

ABBIAMO CHIESTO AI CURATORI DELLA PRIMA EDIZIONE DELLA BIENNALE D’ARCHITECTURE D’ORLÉANS DI RACCONTARE LA NASCITA E LO SVOLGIMENTO DI QUESTO PROGETTO. MA, ANCOR PRIMA, CI È SEMBRATO IMPORTANTE CONOSCERE LE DOMANDE CHE SI SONO POSTI E I CONTENUTI CON I QUALI SI SONO DATI LE RISPOSTE NECESSARIE PER DAR VITA A UN’ESPERIENZA AUTONOMA.

Abdelkader Damani near Black square, by Maria Shéhérazade Giudici. Biennale d’Architecture d’Orléans.

PREMESSA
Una premessa necessaria è spiegare la necessità di un’altra Biennale d’architettura. La risposta è semplice: ad organizzarla è un museo d’architettura.
Dal 1991, il FRAC Centre-Val de Loire si afferma attraverso la sua collezione come luogo dedicato al rapporto tra arte e architettura nella loro dimensione più sperimentale.
Il lavoro sulla costruzione della collezione ha riunito un patrimonio unico, un corpus di opere e progetti che rappresentano sessant’anni di innovazione. Grazie alle diverse edizioni del festival Archilab (laboratorio internazionale di architettura), il Frac Centre-Val de Loire è diventato un attore importante nel network internazionale dei musei d’architettura.
Forte di questa eredità, la prima edizione della Biennale d’Architecture d’Orléans dal titolo Camminare nel sogno degli altri (Marcher dans le reve d’un autre) presenta i punti di vista di oltre cinquanta architetti e artisti contemporanei, il loro sguardo sul mondo che cambia, attraverso la metafora del sogno, inteso come viaggio nella memoria e nel futuro.
Attraverso la Biennale, questi architetti ci raccontano il loro modo di camminare nei nostri sogni, che delle volte quasi per caso coincidono con i loro, ci fanno viaggiare senza aver paura di tornare a raccontare la nostra storia in modi sempre diversi.

FRAC Centre-Val de Loire, Emotion, gallery. Biennale d’Architecture d’Orléans.

UNA BIENNALE LABORATORIO
La Biennale si sostituisce al laboratorio Archilab, e lo fa cominciando a riflettere su una condizione molto particolare, la ricerca fatta attraverso un dialogo costante con la memoria personale degli autori, e la memoria collettiva rappresentata dalla collezione.
Con molta curiosità, con il direttore del museo Abdelkader Damani abbiamo cercato di instaurare un dialogo tra noi, gli architetti e gli artisti invitati intorno alla costruzione del progetto.
Una mostra, infatti, non è molto differente da un progetto di architettura, è qualcosa da vivere e abitare, di questo siamo convinti entrambi.
La fine del progetto moderno sulla “costruzione del mondo” ha ceduto il passo a un’epoca che invalida tutti i modelli normativi e le visioni unificanti. In un sistema di prossimità in cui non persiste alcun luogo, ma dove qualsiasi località – perfettamente collegata e visibile – si iscrive istantaneamente e senza filtri in un tutto. Ci siamo chiesti se in questa condizione è possibile sviluppare storie comuni e costruire la prossimità. 

COLLEZIONI
Questa è una biennale di collezioni, che rifiuta di presentare l’architettura in un modo tradizionale, attraverso oggetti finiti, gli edifici. Vogliamo raccontare l’inizio del processo di costruzione e non la fine di questo processo. Costruire un’idea di mondo a volte mette a disposizione del pubblico qualcosa di diverso, la reale possibilità di condividere un percorso di costruzione di senso. Gli architetti e gli artisti invitati nel loro procedere verso la costruzione del progetto seguono pratiche diverse, il progetto infatti è prima di tutto per loro un percorso mentale di costruzione di un luogo allo stesso tempo immaginario e reale. Infatti, nel progettare come nel sognare, non si segue mai una narrativa lineare, entrambi i processi sono caratterizzati da un’esigenza del vagabondare.
Abdelkader Damani insiste molto su quest’idea del vagabondare nell’architettura contemporanea, un vagabondare tra tempi e luoghi diversi, spesso uscendo da ciò che apparentemente non viene considerato necessario nella costruzione fisica dell’architettura, ma che invece accomuna il processo creativo di tutti gli architetti, e non solo.
La presenza della collezione in questa Biennale ci permette di avere nello stesso tempo e sullo stesso piano di lettura temporalità lontane: memoria e attualità. Solo attraverso la collezione del museo, infatti, siamo in grado di conoscere la nostra contemporaneità. Sono le narrazioni diverse a trasformare l’archivio del museo in uno spazio nel quale il visitatore sarà il produttore di significati. Guardiamo all’archivio in modo differente, lo consideriamo un Atlante.
Con questa mostra iniziamo un viaggio che ci aiuterà nella ridefinizione della nostra destinazione. Vogliamo infatti far rivivere la collezione trasformandola in un laboratorio di pensieri, uno spazio eterotopico in cui prendono forma collezioni dentro collezioni. È difficile conoscere con precisione il punto d’arrivo, perché questa mostra è un modo per guardare il  mondo mentre lo si attraversa.

Orleans Media Library, Omaggio ad Ettore Sottsass Jr. - superbox 1966 / metafore 1972-1979. Biennale d’Architecture d’Orléans.

LA FINE DELL’UTOPIA
La collezione del Frac è spesso presentata come un viaggio attraverso l’utopia che nel corso del tempo ha avuto la capacità di creare le basi teoriche di ciò che realmente veniva costruito. Ma l’utopia così rappresentata ci dice poco sul futuro, o su quello che rappresenta un’idea di futuro. È invece estremamente utile per capire il presente dei cosiddetti architetti dell’utopia, i loro mondi, e ancora più importante per misurare il tempo che stiamo vivendo. L’utopia descrive luoghi inesistenti tanto quanto desiderabili, il desiderio di un futuro richiamato sempre a riscattare il presente. Ma che resta oggi dell’utopia? Se non la consapevolezza del fatto che le utopie non si realizzano, e che forse è meglio così. Perché l’utopia è il limite estremo del nostro presente che si sposta di continuo, è la realtà che non ha più bisogno di prefigurare un futuro. Il futuro, come la crisi del sistema che rappresenta, è oggi uno dei principali dispositivi del potere, utilizzato per manipolare le nostre azioni e i nostri pensieri. Crediamo che il futuro si possa sempre cambiare mentre il passato no, lo pensiamo semplicemente fermo in un punto della nostra memoria. Niente di più sbagliato, Benjamin ha osservato che attraverso il ricordo noi agiamo sul passato, lo rendiamo nuovamente possibile e per questo attraverso la lettura del passato riusciamo ad accedere al presente. L’immaginazione deve dare ordine alle sequenze di immagini che invadono il nostro spazio mentale, costretto di continuo a selezionare frammenti. È il primo strumento attraverso il quale costruire l’architettura. A questo punto dobbiamo stare attenti, perché la parola immaginazione può essere una parola pericolosa. Rischia infatti di giustificare ogni atto arbitrario interpretativo e di costruzione di pensiero di un individuo se non si fissa come punto di partenza che: “l’immaginazione non ha niente a che vedere con una fantasia personale o gratuita. Al contrario, essa ci fa dono di una conoscenza trasversale grazie alla sua forza intrinseca di montaggio che consiste nello scoprire, là dove essa rigetta i legami suscitati dalle ovvie somiglianze, dei legami che l’osservazione diretta non è in grado di discernere”1.
L’immaginazione è in realtà la capacità di orientarsi, di creare connessioni tra realtà diverse, quella capacità che Walter Benjamin descrive molto bene nel suo saggio sulla facoltà mimetica2. Una lettura anteriore a ogni linguaggio, leggere ciò che non è mai stato scritto. Se le immagini viaggiano nel tempo, territorialmente e culturalmente come frammenti, secondo i canali ufficiali, libri, musei, opere, in tutti questi trasferimenti subiscono delle trasformazioni, non sempre fisiche, dovute al variare del sentire di chi le guarda.

2A+P/A, A house from a drawing of Ettore Sottsass - Cabinet of Curiosity, 2017. Biennale d’Architecture d’Orléans

METAFORE
Questa Biennale costruisce metafore e riflessioni sulle quali è possibile ripensare il ruolo dell’architettura: Black Square fa un’attenta ed ironica riflessione sul ruolo dell’Immagine, 2a+p camminano sul confine che separa i propri sogni da quelli di un altro architetto che in un piccolo disegno descrive la sua idea di Architettura Monumentale, Ettore Sottsass, e hanno il coraggio di trasformarlo in un’Architettura viva.
Dalla collezione appaiono le Metafore di Sottsass, costruzioni ideali realizzate tra 1972 e il 1979. Semplici immagini che contengono al loro interno una stratificazione di significati, mettono in discussione l’architettura e il design. Sottsass era alla ricerca di un’alternativa, da costruire fisicamente attraverso tutto quello che ha sedimentato nel corso della sua vita trascorsa fino a quel momento attorno al design e all’architettura. Lo ha fatto costruendo velocemente gli spazi con quello che trovava, senza un progetto preciso ma forse attraverso la costruzione diretta di un’immagine fragile, poi accompagnata da testi brevi.
La nostra Biennale, inconsciamente, ne raccoglie tante altre, e con la stessa curiosità cerca di fare lo stesso lavoro fatto da Sottsass, dare valore e significato alle immagini fragili.
Aristide Antonas riflette sul senso dell’abitare contemporaneo. Concepisce l’abitare come un rifugio, luogo dell’isolamento e allo stesso tempo spazio sociale. L’oggetto sospeso è un luogo da abitare e definisce con estrema chiarezza la condizione del ritiro, del trovare una distanza dalla realtà, restando immersi al suo interno, lo spazio domestico è un nodo della rete, che costruisce il palinsesto di una nuova urbanità. Qui la distanza tra la condizione individuale e quella collettiva è difficile da stabilire. Didier Faustino pensa a un futuro nemmeno troppo lontano in cui sarà necessario proteggersi ad ogni costo da tutto quello che ci circonda e apparentemente ci minaccia. Le sue gabbie metalliche rivisitano l’architettura dei Bunker, un’archeologia del futuro di cui oggi è visibile solo la parte più nascosta, l’armatura del cemento. La temporaneità della Palestina è raccontata da Saba Innab that gradually transforms or deforms into permanence... dove la distanza prende forma lentamente attraverso frammenti ed oggetti instabili.
Alla base di questo percorso di riscoperta del tempo e dei luoghi, all’esperienza personale si sovrappone il desiderio di trasformare l’architettura in una storia alternativa, dove l’uomo si confronta sempre con il paesaggio, sfondo immutabile ed eterno alle costruzioni. La metafora è lo strumento di connessione tra due mondi, quello interiore e quello della natura. È la forma di lettura del tempo e della storia, la stessa forma che in modi diversi e con strumenti diversi dà vita alle sequenze di spazi ed immagini narrate da Alexander Brodsky, uno dei maggiori esponenti del movimento Bumazhnaja Architektura (Architettura di carta). I suoi progetti sono la sintesi di elementi architettonici, grafici, letterari, umani e naturali, che si propongono come fenomeno culturale autonomo. Per Brodsky e gli altri architetti invitati l’architettura è prima di tutto un luogo mentale, lo spazio della conoscenza.

Emma Hart, I, I, I. 2017.
© Emma Hart.

UNO SPAZIO DEL DIALOGO
La Biennale esce dagli spazi del museo, penetra i territori della regione e della città3, attraversando i sogni e le diversità degli architetti e degli artisti invitati. Per farlo utilizza l’architettura come un dispositivo per far dialogare finzione e realtà, trasformando la disciplina in uno spazio di dialogo e confronto: il visitatore sarà accolto da un luogo dell’ospitalità concepito da Patrick Bouchain e dal gruppo PEROU. Qui si scoprirà un “rifugio della scrittura” per una storia dell’architettura ri-scritta con l’architetto e sociologo Jean-Pierre Frey, un’università popolare, un’isola per i bambini.
La strada di fronte alla Cattedrale diventa nel periodo della Biennale una mostra a cielo aperto, in cui artisti ed architetti ridisegnano le bandiere che di solito decorano il fronte urbano.
La chiesa Collégiale Saint-Pierre-le-Puellier ospita il lavoro di Aristide Antonas, Dider Faustino, Obra, Black Square, Nikola Janković, che guardano al futuro in modo molto particolare.
Infine, la Biennale è il primo evento a riaprire la Vinaigrerie Dessaux, di proprietà della città di Orleans, lasciata a riposo per diversi anni, prima che l’edificio diventi sede di un nuovo luogo dedicato alla creazione contemporanea con una sezione dedicata ai video di architettura.
Nella Regione, il centro d’arte le Tanneries à Amilly ospita parte degli architetti invitati, Manthey Kula e Thomas Reynould ed una monografica sull’architettura di Guy Rottier, che per primo ha anticipato tanti temi dell’architettura contemporanea.
Questa prima edizione della Biennale d’Architecture d’Orléans, che resta aperta fino ad aprile, è sostenuta dalla speranza che il visitatore possa entrare in sintonia con i progetti esposti quando attraversa i diversi spazi e luoghi investiti da questo evento4, leggendo l’architettura in modo diverso da come è abituato a fare.

NOTE
1. G. Didi-Huberman, aut aut.
2. W. Benjamin, Opere complete, Einaudi, Torino, 2003, vol V, Sulla facoltà mimetica (1933), p. 324.
3. La mostra è installata nel centro d’arte le Tanneries à Amilly, a Orléans in sette posti e a Bourges - la Box e il centro d’arte Transpalette.
4. “(...) bisognerebbe che noi stessi ci traduciamo in pietre e piante, per passeggiare in noi stessi, quando passeremo in queste gallerie e giardini”. F. Nietzsche, Le Gai Savoir: Architettura per coloro che cercano la conoscenza, Le Livre de Poche, 1993.

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