Logo Arte e critica Rivista on line

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player









spacer
articoli

BURRI V/S RAUSCHENBERG… AND KOUNELLIS. UNA TESTIMONIANZA

di Roberto Lambarelli

Ai tempi della collaborazione con Giorgio Cortenova a Palazzo Forti, tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi novanta, realizzammo una serie di eventi espositivi sul tema della continuità storica tra figure, gruppi, tendenze. Un’idea che si inscriveva perfettamente nel lavoro che caratterizzava l’attività della Galleria Civica di Verona fin dalla sua apertura. In particolare proposi un progetto da dedicare a Burri e Kounellis, mi pareva potesse rappresentare un’occasione per tornare a ragionare su quanto successo nell’arte dagli anni cinquanta in poi.

Burri. Lo spazio della materia

Burri. Lo spazio della materia / tra Europa e USA. Ex Seccatoi del tabacco, Città di Castello PG, 2016; da sinistra lavori di Keith Sonnier, Sol LeWitt.

Ai miei occhi i due artisti erano accomunati oltre che dal loro giganteggiare nel panorama internazionale, dall’essere inseriti nella continuità di quella che ancora allora si poteva definire la tradizione dell’avanguardia. Come non vedere una continuità tra i sacchi di iuta ricuciti e le rose di stoffa fissate con gli automatici, tra le plastiche, e ancor più tra i legni combusti e certo uso del fuoco e del carbone? E che dire non solo dei materiali usati, i sacchi, i legni, i ferri, ma anche di una certa fisica performatività. Anche in questo senso era infatti individuabile una continuità tra un Burri che spara al barattolo di birra, eleggendolo poi a scultura (foto pubblicate nel ’59) o che con il cannello acceso brucia le plastiche (chi non ricorda le fotografie di Amendola) e il Kounellis che si fa fotografare con in bocca un supporto con su una candela accesa o un cannello acceso. Tutti fatti governati dalla logica immanente dell’azione che si trasforma in evento artistico, ma accomunati, qui sta il punto, da una memoria arcaica.

Burri. Lo spazio della materia

Burri. Lo spazio della materia / tra Europa e USA, Ex Seccatoi del tabacco, Città di Castello PG, 2016: Alberto Burri, Ferro, 1959, 200x186 cm.

Incontrai Kounellis e gli accennai della mostra e delle idee che avevo, lui ascoltò senza un commento – Jannis sa essere molto enigmatico – ma intuivo dietro il suo silenzio un assenso. Non voleva esporsi, era giusto, ma quell’ipotesi lo intrigava. Insomma, credetti di dover procedere. Così, all’inizio dell’estate del ‘92, andai a trovare Burri nella sua casa studio a Beaulieu, sulla Costa Azzurra. Mi accolse con cordiale ospitalità e dopo i soliti convenevoli arrivammo al perché della mia visita. Gli esposi le ragioni che mi avevano spinto a pensare quella mostra. Mi ascoltò con grande attenzione, ma per tutta risposta cominciò a parlare in modo animato di quanto avrebbe partecipato volentieri ad una mostra che lo avesse messo a confronto con Rauschenberg e di come si sarebbe impegnato per dimostrare la sua superiorità.
La rivalità con il più giovane statunitense era nota, si raccontava che l’artista statunitense fosse arrivato a Roma all’inizio degli anni cinquanta, che avesse incontrato Burri e ne avesse apprezzato i lavori.

Burri. Lo spazio della materia

Burri. Lo spazio della materia / tra Europa e USA, Ex Seccatoi del tabacco, Città di Castello PG, 2016, da sinistra lavori di Ettore Colla, Alberto Burri.

Burri. Lo spazio della materia

Burri. Lo spazio della materia / tra Europa e USA [Burri. The Space of Matter / Between Europe and the USA], Ex Seccatoi del tabacco, Città di Castello PG, 2016.

Da parte mia, non raccolsi il suggerimento, perché il mio progetto aveva tutt’altro intento, mi interessava ragionare più che nei termini del confronto, in quelli della continuità.
La mostra che avevo in mente rispondeva ad una ragione storica, voleva cercare i punti di contatto piuttosto che le divergenze tra due esperienze che, tese al limite, potevano essere prese come paradigmi artistici e comportamentali di due generazioni susseguenti poste sul finire del Movimento moderno.
E poi, a quella data, non ero nemmeno così sicuro dell’esito di un confronto Rauschenberg / Burri. All’inizio degli anni novanta il mondo si stava rovesciando: proprio mentre si decretava il superamento del moderno, la fine delle grandi narrazioni (Lyotard), che nell’arte può equivalere a dire la fine dell’avanguardia, con tutti i suoi propositi di fondare una società estetica (Menna), si registrava la massima diffusione dei linguaggi che l’avevano caratterizzata (oggettuali, materici, poveristi, ecc.). Mentre la pittura, con il suo pesante carico di tradizione, di valori estetici e quant’altro, veniva definitivamente travolta dall’anti-form.

Burri. Lo spazio della materia

Christo, 28 Barrels Structure, 1968, Private Collection. Courtesy Fondazione Marconi, Milano.

Nella non breve visita che gli feci, Burri aveva chiesto notizie degli artisti della mia generazione, nata artisticamente tra la fine degli anni settanta e l’inizio del decennio successivo. Artisti con i quali avevo attraversato quella che allora si chiamava ancora “militanza critica”. Su tutti, la sua curiosità si appuntò in particolare su Bruno Ceccobelli e le ragioni emersero nel corso della conversazione: lo incuriosiva il loro essere conterranei, erano entrambi umbri.
La cosa mi incuriosì, perché se da una parte Burri cercava il confronto, la competizione internazionale, dall’altra si dimostrava legato alla sua terra, ma non tanto per ribadire un genius loci, una possibile matrice, quanto per un sentimentalismo più immediato.
Mi resi conto, comunque, che Burri era tutt’altro che interessato alla continuità storica, al senso della tradizione, seppure di quella che Adorno aveva indicato rimanere viva nella trasmissione da una mano all’altra, da una generazione all’altra.
Burri, tutto teso ad affermare dell’arte i valori assoluti, quante volte aveva ripetuto che non aveva nulla da aggiungere a proposito di quella che continuava a chiamare pittura, nonostante fossero spesso accumuli di materiali: le muffe, i catrami, le plastiche, ecc.?
“Le parole non mi sono d’aiuto – affermava – quando provo a parlare della mia pittura. Questa è un’irriducibile presenza che rifiuta di essere tradotta in qualsiasi altra forma di espressione”.

Burri. Lo spazio della materia

Burri. Lo spazio della materia / tra Europa e USA [Burri: The Space of Matter / Between Europe and the USA], Ex Seccatoi del tabacco, Città di Castello PG, 2016, da sinistra i lavori di Scarpitta, Leoncillo, Tàpies

Burri. Lo spazio della materia

Salvatore Scarpitta, Senza titolo, 1958, 90x75 cm. Private Collection, Switzerland.

A lui non interessavano né il contesto storico né le condizioni sociali nelle quali il suo lavoro si svolgeva. Non gli interessava nemmeno alcuna fenomenologia, la sua opera era semplicemente il risultato della sua dote eccezionale, pur sempre naturale, che naturalmente dialogava con l’universale, era semplicemente la condizione naturale di uno spirito che, senza tempo, virava verso la dimensione classica.
Quanto proponevo gli poteva sembrare una manovra tattica, un assist che lui non voleva concedere: il valore assoluto mal si addice alla relatività, ad ogni forma di vicinanza. Eppure, è proprio dal confronto con gli altri, come ha dimostrato abbondantemente la mostra che chiude la celebrazione del centenario, che Burri mostra la sua grandezza come precursore di sensibilità ma soprattutto come costruttore di valori.
Oggi, a distanza di oltre vent’anni, penso che il confronto che si dovrebbe fare (chissà se sarà mai possibile) è tra Burri, Rauschenberg e Kounellis. Nati a distanza di una decina d’anni l’uno dall’altro, essi rappresentano una staffetta ideale per spiegare la seconda metà del secolo scorso, tutto teso tra form e antiform. E immagino Kounellis fare un assist a Burri, a riconfermare la vitalità della forma.

TOP





Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player