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COLTIVATORI DI IDEE E PRODUTTORI DI BELLEZZA. L’AGRICOLTURA COME PRATICA ESTETICA

conversazione tra Serena De Dominicis e Emanuela Ascari

SDD: Negli ultimi anni si registra una particolare attenzione alla biodiversità, tema che si è universalizzato divenendo sinonimo di ricchezza nella differenza, pluralità, libertà, democrazia. È evidente la sovrapposizione tra conflitto sociale e crisi del rapporto uomo-natura.
Inoltre, in un momento in cui la logica produttivista è particolarmente aggressiva in materia di agricoltura – pensiamo al brevetto e all’omologazione delle sementi, OGM, TTIP… – la difesa della biodiversità in questo preciso ambito diviene un’urgenza.
È interessante vedere come lo scontro si sia concentrato nell’orto, nel giardino, nell’agricoltura. Non è certo il solo, ma è forse il più stimolante terreno di opposizione al sistema dominante. Soprattutto è il luogo in cui si cercano alternative pragmatiche. Pensiamo all’attività del PAV, a progetti come La Semeuse ou le devenir indigène a Aubervilliers, laboratorio della coesistenza sociale e ambientale che lavora tra biodiversità e multiculturalità, in cui è coinvolta Marjetica Potrč, a High Diversity di Åsa Sonjasdotter contro la monocoltura industriale delle patate, anch’esso tra biodiversità e democrazia – due concetti cari a Gilles Clément, il paesaggista che da tempo sostiene l’interferenza minima sulla natura e l’opportunità di ripensare la società a partire dal giardino.
EA: Sono diverse le ragioni per cui un artista si può avvicinare e confrontare direttamente o concettualmente con l’agricoltura, per esplorare il legame tra l’uomo e la terra, per recuperare l’estetica del vegetare, porsi domande sulla qualità del cibo e della vita, o stimolare dinamiche comunitarie e relazionali. Soprattutto oggi, quando l’interesse del capitale si rivolge ai terreni per l’agroindustria delle biomasse, quando si parla molto di “biologico” e i “bio”-prodotti sono il nuovo consumo, nell’anno in cui Expo ha esposto la superficialità con cui si affrontano le questioni ecologiche, indice di una crisi culturale importante, è ancora più necessario veicolare una conoscenza e una sensibilità bio-logica, cioè fondata sulla logica della vita, in contrapposizione alle logiche di mercato. Il mantenimento della biodiversità, ad esempio, un fattore determinante di certi equilibri, alla base dell’agricoltura organica, è anche la miglior forma di tutela dell’ambiente e dell’uomo. Si tratta di reimparare a vedere il mondo, e ad agire, in modo olistico e non specialistico, rendendosi conto delle connessioni tra le cose e che “l’insieme è maggiore della somma delle sue parti”.

Coltivatori

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Atelier e presentazione del progetto La Semeuse ou le devenir indigène di Marjetica Potrč e RozO Architectes presso i Laboratori di Aubervilliers il 25 maggio 2011 © DR; dall’alto: arrivo dei sacchi di piantagione; veduta della pergola nel giardino La Semeuse, giugno 2014 © DR; La Semeuse ou le devenire indigène. Courtesy Les Laboratoires d’Aubervilliers © DR; veduta della pergola nel giardino La Semeuse, giugno 2014 © DR.

SDD: Una decolonizzazione dell’immaginario… In parte le micro-realtà come orti e giardini condivisi, pur avendo un’incidenza limitata, veicolano esperienze concrete destinate alla cittadinanza, sono strumenti, forse incoscienti, per disseminare conoscenze e testare alternative e, come osserva Marjetica Potrč, per sperimentare la decrescita che è una risposta alla “crisi del vivente” (e passa anche per l’uscita dalla grande distribuzione, la conversione al biologico, all’agroecologia o alla permacultura). Si cerca di arginare la forza omologante del sistema produttivista attraverso un’azione locale, possibilmente duratura, comunitaria e plurale. La Semeuse, per esempio, lavora in un sobborgo che ha avuto in passato una rilevanza notevole nella produzione orticola destinata a Parigi, poi inficiata dall’evoluzione delle politiche agricole. È un luogo abitato da settanta diverse nazionalità. Mentre ci si scambiano semi e si coltivano piante che sono fuori del circuito commerciale delle sementi, si convive e ci si conosce grazie alla natura. È un’attitudine che privilegia la qualità della vita sulla quantità del consumo. Si rifiutano la monocoltura (oltre che la monocultura) e gli Ogm, si contesta la messa al bando di certi prodotti efficaci e sani, come ad esempio il macerato di ortica, solo perché ledono il commercio di fertilizzanti e concimi sintetici, o la marginalizzazione di piante come la canapa per ragioni di profitto.
EA: Sono le stesse pratiche messe in atto dagli agricoltori che lavorano con un’attitudine etica e, anche se c’è differenza tra coltivare un orto condiviso e fare agricoltura, può essere stimolante riflettere sul ruolo culturale dell’agricoltura, oltre la produzione agricola, e interrogarsi sulle prospettive del paesaggio e della cultura rurale.
Tornando alle ortiche e alla canapa, ti posso dire che sono piante diffuse tra gli agricoltori che ho incontrato durante un viaggio in Italia (Ciò che è vivo - culture tour), piante importanti per le loro proprietà, utili ai terreni e all’uomo. Alla canapa ho dedicato particolare attenzione perché è incredibile come una pianta di cui eravamo il secondo produttore al mondo fino agli anni ’50, e una cultura millenaria legata ad essa siano scomparse in pochi decenni, e per questo ho voluto sollevare la questione stampando il libro di questo viaggio in carta di canapa, uno dei prodotti che un tempo si realizzavano con questa pianta.
L’arte può incaricarsi di far emergere queste criticità e proporre punti di vista, o anche semplicemente essere il mezzo per diffondere certe conoscenze, creando connessioni fra attività di produzione agricola, educazione ambientale, ospitalità e ricerca artistica.
SDD: Certamente. La cultura e la consapevolezza create nell’orto o nel giardino anche grazie alla mediazione dell’arte preparano l’accoglienza, il passaggio dalla campagna alla cucina, aiutano a creare un circolo virtuoso senza inclinazioni reazionarie. In questi dispositivi la cittadinanza è il destinatario attraverso il quale “sostenere” la natura, il vivente, rieducando la gente, in un certo senso. Il tuo lavoro suggerisce una strategia diversa in cui l’arte si rivolge direttamente agli agricoltori, un po’ come Myvillages, Kultivator o Futurefarmers, concentrandosi così sul valore del vivente attraverso chi fa agricoltura. Si porta l’arte nel contesto di nicchia della fattoria bio cercando di sottrarla all’isolamento. È un altro modo di tentare la ricomposizione della dicotomia natura-cultura.
EA: In Italia esistono numerose esperienze di agricoltura biologica, biodinamica e di permacultura, che stanno sviluppando alternative reali volte al mantenimento della biodiversità e della sovranità alimentare, della qualità ambientale e della qualità della vita basata sul ben-essere, invece che sul ben-avere. Sono forme di cambiamento, prese di posizione significative che, seppur ancora marginali rispetto alle politiche agricole e territoriali, producono un’altra economia, un altro immaginario. Ogni sistema genera i suoi anticorpi!
Incontrare queste persone, che coltivano idee e producono bellezza, diventa un modo per raccogliere e condividere conoscenze e pratiche legate al fare agricoltura, dalle quali rintracciare i principi di una ecologia del pensiero necessaria all’uomo e all’ambiente. Sono prevalentemente realtà piccole, a conduzione individuale o familiare, non grandi aziende. Mi sono fatta ospitare con il pretesto di portare sui loro terreni una installazione itinerante per il tempo del mio passaggio.
L’arte ritrova così una possibilità per agire politicamente il territorio, mettendo in connessione energie ed esperienze anche molto diverse, ma con un sentire comune.
SDD: L’attenzione per queste micro realtà mi fa pensare all’attitudine del pensiero decrescente (che qui si richiama a Ivan Illich) per ciò che è marginale, per i percorsi “laterali” non omologati dalla megamacchina globale. Mi sembra un’interessante sottile convergenza in termini di approccio. Penso alla Rivoluzione del filo di paglia di Fukuoka…
EA: L’approccio infatti è stato quello di sottolineare ciò che già c’è, dare valore aggiunto a pratiche virtuose sulle quali c’è ancora molta diffidenza, essere vettore di conoscenze e principi per il mantenimento della vita, e da questi ritrovare l’uomo e ripensare il nostro rapporto con la Terra in una modalità sicuramente vicina ai principi della decrescita. Nel rapporto col tempo, nel valore d’uso...
Dall’agricoltura possiamo riscoprire il legame dell’uomo con la terra, e quei processi naturali cui anche l’uomo appartiene, a partire da una delle prime forme di cultura, una delle più antiche, e tentare di rielaborare un linguaggio dell’arte a partire da questi principi.
SDD: Perciò si produce un’ispirazione reciproca. L’arte non si configura solo come agente mediatore o attivatore ma forse anche come “agente di reincanto”, come antidoto al désenchantement che secondo Latouche è intervenuto ad incrinare il rapporto uomo-natura.

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