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EMMA HART. “SCHEMI DI FRAMMENTI RIPETUTI”

di Daniela Bigi

Mentre vengono annunciate le finaliste della settima edizione del Max Mara Art Prize for Women (Helen Cammock, Céline Condorelli, Eloise Hawser, Athena Papadopoulos, Lis Rhodes e Mandy El-Sayegh), prende corpo, negli spazi della Collezione Maramotti a Reggio Emilia, la tappa finale dell’edizione 2015/2017, che ha visto protagonista entusiasta l’inglese Emma Hart (1974).

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

Sono proprio alcune sue dichiarazioni, oltre alla tipologia di lavoro che ha messo in campo durante la lunga residenza in Italia – sei mesi –, a sottolineare come pur utilizzando un modello, quello della residenza, sempre più spesso adottato nell’art system internazionale quasi fosse un passepartout, o fors’anche un toccasana cui facciamo ricorso rischiando di svuotarlo di prerogative, in realtà, a volerlo applicare pienamente, per come è nato e per come si è storicamente configurato, ossia con la cura, il tempo e le aspettative necessarie, il modello-residenza può costituire ancora, effettivamente, un’esperienza determinante nel percorso esistenziale e professionale di un/una artista. Questo ci testimonia il Max Mara Art Prize.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

Senza contare che se il viaggio in Italia ha permesso, nel corso dei secoli, la scrittura di pagine così singolari e l’approdo a dimensioni espressive anche scardinanti, quando non folgoranti (è ridondante fare i nomi), forse dovremmo tornare a chiederci perché. E ripartire da lì, tornando a indagare le radici di un rapporto spazio/tempo/corpo che ci è appartenuto e che oggi sarebbe utile reimmaginare, ridisegnare, con gli occhi destrutturati ma anche desideranti che questo affaccio sul XXI secolo già ci ha chiamati ad equipaggiare. Sembra proprio giunto il momento di ripensare certe geografie culturali, certi mood…

Emma Hart, riconosciuta soprattutto per il suo lavoro fotografico e video e per la dimensione installativa con la quale ha voluto che se ne facesse esperienza, incontra nel 2012 la ceramica, al Wysing Art Center, e scopre che questa antica modalità formatrice permette – proprio come la fotografia, che ha studiato a lungo anche in termini teorici, conseguendo il PhD – di registrare, catturare forse è meglio dire, l’immediatezza del gesto e la pregnanza della corporeità.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

Arrivando in Italia per la residenza/premio, sceglie di frequentare due luoghi topici per la storia della ceramica e della maiolica, due cittadine in cui l’artigianato ha dato forma al paesaggio (o viceversa?), generando un carattere specifico che da decenni informa le relazioni, le abitudini, finanche le misure. Mi riferisco a Todi (con la vicina Deruta), ove è arrivata grazie a Matteo Boetti e Andrea Bizzarro (Bibo’s), e a Faenza, dove è stata accolta e seguita presso il Museo della Ceramica Carlo Zauli. L’itinerario ha previsto inoltre una tappa significativa a Milano (ospite di Viafarini VIR-DOCVA) per frequentare la Scuola di Psicoterapia fondata da Mara Selvini Palazzoli, un centro molto stimato a livello internazionale per lo studio delle terapie familiari. Queste coordinate del viaggio, ovvero lo studio della tradizione ceramica e l’approfondimento di uno specifico sistema di approccio alla psicoterapia, rappresentano i due cardini sui quali Hart ha impostato il progetto per WhiteChapel e Collezione Maramotti.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Ritratto scattato al Museo Carlo Zauli di Faenza !. 2016.
Ph. Andrea Piffari. Courtesy Collezione Maramotti.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

Ed effettivamente, quando entri nella grande sala semi buia della Collezione, anche se non conosci alcunché di questo tour italiano e tantomeno i risvolti personali che ne hanno determinato le tappe e lo svolgimento, avverti con nitida precisione che hai a che fare con tre ordini di questioni: i ruoli socio/identitari, la manualità/tradizione, la messa in scena (costruzione di un set).
Come ci suggeriscono sia la gloriosa tradizione di studi sul gender, sia gli stilemi di alcune artiste che con audacia hanno problematizzato e interrogato la condizione femminile, la questione che Hart sembra porre è quella dell’essere artista-madre-moglie-donna. Percepisci abbastanza velocemente che c’è molto di personale nella articolata installazione di grandi teste/lampade/bricchi bianche e nere che, decorate all’interno con pattern sgargianti, seppure caratterizzate da un’impronta pop che alleggerisce i toni soggettivi, proprio in virtù di quell’ostentata iterazione di alcuni motivi decorativi esprimono un disagio.
Il clima è giocoso, ammiccante, brillante.
L’esecuzione sembra rapida, di certo antiretorica.

Emma Hart - I, I, I

Emma Hart, I, I, I. 2017.
© Emma Hart.

Emma Hart - I WANT WHAT YOU’VE GOT, EVEN WHEN I AM ASLEEP

Emma Hart, I WANT WHAT YOU’VE GOT, EVEN WHEN I AM ASLEEP. 2017.
© Emma Hart.

Emma Hart - THUMBS UP THUMB DOWNP

Emma Hart, THUMBS UP THUMB DOWN. 2017. © Emma Hart.

Presto metti a fuoco che il lavoro si organizza, sul piano strutturale, su almeno due livelli, due piani diversi ma interconnessi di un unico discorso. Il piano decorativo affidato alla ceramica, disposto nella porzione superiore dello spazio espositivo, tocca, attraverso degli stereotipi, alcuni nodi archetipali legati al mondo femminile (e del resto è proprio di certa tradizione Pop inglese il passaggio dallo stereotipo all’archetipo). Il piano inferiore della scatola architettonica è schiacciato sul pavimento a formare una sorta di pagina, di foglio, una superficie bidimensionale sulla quale si “accendono” qua e là, proiettati dalle teste/lampade/bricchi, dei campi/fumetto, per lo più vuoti. In alcuni vengono proiettate ritmicamente iconiche posate, altri restano silenziosi, muti, il dialogo sembra in pausa. A meno che qualche spettatore/spettatrice non decida di entrarvi con la pienezza del proprio corpo, e quindi con la ricchezza della propria forma/singolarità, per inclinarsi e guardare da vicino il colorato interno delle lampade che si intravede a distanza. Insomma, finché non è incuriosito dal quel mondo esplosivo e problematico che quei contenitori sferici, così esplicitamente femminili, ben custodiscono e decide di entrarci in dialogo. La sua ombra riempirà il fumetto con la specificità dei segni che gli/le appartengono.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

Centrale in tutto il lavoro, che non a caso si intitola Mamma Mia!, sembra essere il tema del cibo, che ha rappresentato un argomento topico di tanti studi, soprattutto di matrice femminista, volti ad analizzare la complessa costruzione culturale avvenuta lungo i secoli intorno al rapporto donna-cibo. Un rapporto millenario che, nelle sue trasformazioni, ha esplicitato il mutare, o in molti casi l’immobilismo coatto, di una condizione. Illuminanti per capire la dinamica tutt’altro che scontata della storia di tale rapporto queste parole che Virginia Woolf scrisse in una lettera a Vita Sackville-West nel 1929: “Ho una sola passione nella vita – cucinare”.
E non possiamo dimenticare, a tal proposito, che l’Inghilterra è stato uno dei paesi più avanzati nella lotta per i diritti delle donne, non solo a partire dal secondo Settecento ma anche, più recentemente, nelle rivendicazioni degli anni ’60 e ’70. Come dire: certe istanze, certi orientamenti, fanno parte comunque di un background culturale.

Che il nodo donna-cibo sia complesso, lo esprimono le forme stesse con le quali Hart tratta, in questo lavoro, alcuni stereotipi. Forme semplici, reiterate, elementari, che però ad un occhio consapevole esplicitano la profondità storica alle quali attingono. A livello sia iconico che simbolico. Senza poter indugiare, per motivi di spazio, sulla costituzione affatto scontata dei pattern (dove per altro torna con altrettanta insistenza anche il tema della manualità, così importante sul piano dell’adozione della tecnica ceramica ma anche a livello di riappropriazione della propria fisicità come essere umano e come donna nello specifico), basterà porre attenzione a quelle posatine da bambini che come pale di ventilatori girano sotto alcune delle teste/lampade/bricchi, tagliandone a intermittenza la luce oltre ad ostacolarne, solo parzialmente ma di certo provocatoriamente, la visione dell’interno decorato. Minacciosamente paiono richiamare la serialità di certi gesti/riti dentro i quali rischia di incepparsi il flusso energetico della maternità se non interviene qualcosa che permetta di prenderne coscienza e cambiare angolazione.
Tutta l’installazione mette in scena un gioco, che a sua volta è il set in cui viene esternata l’esperienza di un trauma. Ilarità e dramma, scherzo e trappola, entusiasmo e terrore sembrerebbero due componenti indisgiungibili nel lavoro di Emma Hart, e i suoi lavori precedenti potrebbero confermarlo.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

Per chiudere. Alcuni scatti accompagnano in catalogo la restituzione fotografica del lavoro e i testi dei vari autori (Craig Burnett, Daniel F. Herrmann, Marinella Paderni, Emma Hart con Bina von Stauffenberg). E prima ancora hanno viaggiato nel press kit diffuso per i media. Si tratta di immagini in cui Emma e la sua famiglia vengono ritratti in momenti specifici di un quotidiano vissuto come nucleo, situazioni routinarie in luoghi intimamente specifici, dal bagno alla camera dei giochi, oppure propri della vita sociale, per esempio la vacanza in montagna.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Clinica Mara Selvini Palazzoli, sala terapia, Milano. 2016.
© Emma Hart. Ph. Emma Hart, courtesy of the Artist.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Ristorante, Milano. 2016.
© Emma Hart. Ph. Emma Hart, courtesy of the Artist.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Tram, Milano. 2016.
© Emma Hart. Ph. Emma Hart, courtesy of the Artist.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart. 2017.
Ph. Thierry Balt.

A Milano, dicevo, nel centro fondato da Mara Selvini Palazzoli (capogruppo della Scuola di Milano e del Milan Approach di tipo sistemico), Hart ha assistito ad alcune terapie che consistono nell’individuazione/evidenziazione di aspetti problematici della relazionalità familiare attraverso l’assunzione per 30 secondi di posture che mimano specifiche criticità.
A me sembra che la fissità delle posture e degli sguardi con cui l’artista ha deciso di farsi ritrarre – lei, così consapevole del linguaggio fotografico e di tutte le significanze che assumono le varie modalità del suo utilizzo – possano rimandare proprio a quel metodo sistemico esperito a Milano, all’assunzione di posture mimetiche, con tutta la complessità che questo porta con sé. E magari con qualche capovolgimento di segno.
D’altronde, anche i fili rossi che costituiscono l’impianto luminoso del set/mostra formando una trama, una rete (familiare?) e rappresentando un ulteriore piano di sviluppo del lavoro all’interno dell’unità della scatola architettonica (questa volta quello del soffitto e della parete di fondo), convergono (o sarebbe più giusto dire si dipartono) in un grande zig zag rosso che riproduce proprio uno di quei genogrammi appresi a Milano: “una linea a zig zag può rappresentare una relazione abusiva”, racconta l’artista.

Emma Hart - Mamma Mia!

Emma Hart, Mamma Mia!. 2017. Veduta di mostra alla Collezione Maramotti.
© Emma Hart. Ph. Dario Lasagni.

E poi, tornando alle fotografie, chissà, magari c’è dentro anche una qualche scia mnemonica di tanta pittura italiana, che ha saputo fare del ritratto un luogo proiettivo d’eccellenza, in un equilibrio di rara abilità tra i detti e i non detti delle complicate istanze dei soggetti/committenti.

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