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articoli

MATTEO NASINI.
MATRICI SINESTETICHE DELLA FORMA

di Ginevra De Pascalis

Un fascio arcobaleno attraversa l’Orto Botanico di Palermo intrecciandosi agli alberi, come in una profonda commistione con la natura. Ad uno sguardo più attento, si riconoscono, tesi tra i tronchi spinosi, centinaia di fili di lana colorata che compongono l’installazione Line #3.

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Line #3, veduta dell’installazione del Museo delle Palme, Orto Botanico, Palermo, 2015. Courtesy Museo delle Palme, Orto Botanico, Palermo.

Realizzata per il Museo delle Palme, quest’opera di Matteo Nasini, insieme a quelle create da altri artisti per il progetto curato a Palermo da L’A project space (prodotto da Operativa Arte Contemporanea), entra a far parte della neonata collezione del Museo ed è frutto di due settimane di residenza siglate da uno studio estetico e antropologico del soggetto-palma, figura centrale nell’immaginario dell’uomo e simbolo di vittoria, protezione, fertilità.
Con Line #3, Nasini richiama alla mente gli esercizi pittorici iniziati con i primi due esemplari della serie (Line #1 e Line #2 in Sleepy Night, 2014), e portati avanti nei più recenti lavori a parete che ereditano la spazialità geometrica dell’esperienza siciliana; tentativi di astrazione del paesaggio in immagini sintetiche perseguendo una ricerca che è puramente estetica. Con la lana riscopre in questo modo una nuova possibilità scultorea e gestuale, evoluzione tridimensionale del disegno che, insieme al suono, è parte centrale nel lavoro dell’artista romano.

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Gnuuu, 2015. Courtesy Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Se infatti l’aspetto sonoro accompagna Nasini sin dalla sua formazione come musicista, quello prettamente visivo emerge negli arazzi ove, ancora una volta, è la lana il medium principale. In queste opere, disegni dal sapore naïf che l’artista conserva in una serie di taccuini rimandano a immaginari da sogno, come quelli di certe favole antiche, evocazioni che vengono trasposte poi, attraverso patchwork e tessitura, “fuori” dal foglio, lasciando che l’opera si esprima in una dimensione istintiva, senza orpelli retorici. Un atteggiamento che scopre un aspetto, se vogliamo, giocoso dell’arte, in cui è il quotidiano a stimolare nuove percezioni, richiamando alla memoria una dimensione legata all’infanzia e alla meraviglia propria dell’età fanciullesca.
Quella di Nasini, utilizzando una sua definizione, è “un’arte visiva inquinata”, influenzata sempre e comunque dalla cultura musicale che attraversa tutta la sua produzione. “Mi accorgo che quando disegno penso continuamente al suono – afferma –, questo elemento per me è strettamente connesso con i colori e con lo sviluppo delle linee”, come se la scelta cromatica venisse in qualche modo condizionata, guidata, suggerita da quella sonora, compiendo mentalmente lo stesso schema di associazioni che si innescano durante la costruzione di un impianto di note.

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Line #3, veduta dell’installazione del Museo delle Palme, Orto Botanico, Palermo, 2015. Courtesy Museo delle Palme, Orto Botanico, Palermo.

L’aspetto sonoro è quindi l’altra faccia della medaglia, presente anche quando appare celato dietro sperimentazioni puramente visive, mantenendo come punto di contatto tra le due aree di ricerca proprio il disegno: “La musica è sempre un qualcosa che coinvolge confini vicini, sono sempre poche cose. Quando ascolti una composizione, cambia una nota e cambia tutto, diventa un’emozione diversa. Equilibri e strutture molto fragili che cercare di riportare in una dimensione cromatica è sempre, per me, qualcosa di molto delicato, di colori molto vicini, mai qualcosa di violento che al massimo è dato da un solo elemento”.
Attraverso strumenti inediti realizzati da sé, Nasini sperimenta le possibilità “compositive” del vento, in grado di far risuonare – in maniera del tutto casuale, ovviamente – le strutture che egli stesso predispone, restituendo un suono non più codificabile.

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Da sinistra: Line #4 (Paesaggio Acre); Line #5 (Paesaggio Acre), 2015. Courtesy Operativa Arte Contemporanea, Roma.

Una musica aleatoria, in cui manca la consapevolezza della scrittura e che restituisce frequenze “non umane”, che arrivano cioè prima a livello percettivo che uditivo (l’orecchio umano avverte i suoni a partire dalle 18 vibrazioni al secondo, mentre il cervello registra presenze già dalle 12 vibrazioni senza ancora però codificarle come suono), modificandone la modalità di ascolto.
Un discorso che tocca i problemi legati alla percezione dissociando, almeno per un attimo, il suono dalla vista dello strumento, così da creare quell’effetto-sorpresa che verrebbe a crollare dinanzi alla visione frontale dell’oggetto musicale, attivando nella mente del fruitore una serie di scenari sonori in cui affiorano presenze difficili da contestualizzare nella realtà, sfuggenti ad un preciso riconoscimento, ma che lasciano una strana sensazione di vaga familiarità, come in un déjà-vu.

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