Logo Arte e critica Rivista on line

Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player









spacer
articoli

PIERO GILARDI E LA “BIOPOLITICA DEL VIVENTE”. SCRITTI DAL 1963 AL 2014

di Ilaria Bernardi

“L’artista è naturalmente critico, implicitamente critico, proprio per la sua struttura creativa”, postula Carla Lonzi nel suo noto volume Autoritratto (De Donato Editore, Bari 1969, p.6). Che gli artisti siano capaci di operare una riflessione critica sul proprio lavoro è dimostrato anche dai loro scritti inediti o redatti per pubblicazioni specifiche, nonché dalle dichiarazioni rilasciate in occasione di interviste o incontri pubblici. Qualora questi materiali siano poi raccolti in volumi antologici di scritti e interviste, il Kunstwollen che presiede la creazione di ogni autore emerge ancor più chiaramente.

GILARDI

GILARDI, Copertina del libro.

Tra tali volumi possiamo ora annoverare anche La mia biopolitica. Arte e lotte del vivente (Giampaolo Prearo Editore, Milano 2016), una raccolta di scritti e interviste dell’artista torinese Piero Gilardi che fin dai suoi esordi negli anni sessanta ha scelto la scrittura quale strumento per capire se stesso, gli altri e la realtà che ci circonda. Nel 1967 interruppe addirittura la pratica artistica per dedicarsi alla cronaca d’arte e alla riflessione teorica: entrando in contatto durante i suoi numerosi viaggi con i primi fermenti postminimalisti europei e oltreoceanici, ebbe la lungimiranza di coglierli e documentarli in articoli pubblicati su “Flash Art”. Ed è sempre mediante la scrittura che negli stessi anni non solo dichiarò l’esistenza di un comune denominatore tra le ricerche al di qua e al di là dell’Atlantico, riunendole sotto la denominazione di “arte microemotiva”, ma influì anche sull’ideazione delle rassegne Op Losse Schroeven (Stedelijk Museum, Amsterdam) e When Attitudes Become Form (Kunsthalle, Berna), curate nel 1969 rispettivamente da Wim Beeren e Harald Szeemann. Il fatto che tutt’oggi lo Stedelijk Museum esponga parte delle lettere di Gilardi a Beeren dimostra quanto i suoi scritti siano di indubbio valore nell’ambito dell’intero suo percorso.

GILARDI

Phosphor, 2008, exhibition view, Leçon de choses at CCC - Centre de Création Contemporain, Tours, 2010. Photo François Fernandez.

La scrittura rimane onnipresente anche dopo il ritorno alla produzione artistica avvenuto nel 1981. Proprio in quell’anno esce infatti il volume Dall’arte alla vita, dalla vita all’arte (La Salamandra, Milano 1981) in cui Gilardi, come farà nel successivo Not for sale (Mazzotta Editore, Milano 2000), racconta il suo iter artistico-ideologico fino a quel momento. Come egli tiene a sottolineare, la narrazione sviluppata nelle succitate due pubblicazioni trova una sorta di terzo capitolo nella raccolta di scritti e interviste edita da Prearo: “periodicamente ho pubblicato un libro per parlare dei processi di cambiamento artistici, socioculturali e politici, ma anche per condividere le mie esperienze, le quali sottendono una verità: è possibile cambiare il mondo con un lavoro di tessitura all’interno della società. Il mio recente libro di scritti, in particolare, vuole essere un incoraggiamento soprattutto per le nuove generazioni affinché non si scoraggino di fronte alla realtà attuale”1.

1. Le dichiarazioni di Piero Gilardi contenute in questo testo provengono da un’intervista da me effettuata presso il suo studio a Torino il 18 aprile 2016.

GILARDI

Shared Emotion, 2000, interactive installation.

La mia biopolitica da un lato porta infatti in luce il senso culturale, politico e antropologico delle esperienze compiute dall’artista dal 2000 ad oggi, dall’altro rende consapevole il lettore della necessità di un modello di sviluppo che si esprima attraverso una creazione basata sull’interazione con altri artefici di forme di vita quotidiana (ad esempio, gli agricoltori) e integrata nel continuum evolutivo organico di tutto ciò che è vivente (piante, animali, individui, etc.). Da qui il titolo del volume che fa riferimento al concetto di biopolitica definito da Michel Foucault come il terreno di incontro tra la rete di poteri propria della società capitalistica e la sfera del vivente. Per Gilardi la biopolitica è una “politica del vivente”: uno strumento atto a realizzare un’arte intesa come un interscambio tra gli artisti e i collettivi ecologici allo scopo di operare una conversione del modello produttivo-energetico postcapitalistico che conduca alla costruzione di una nuova democrazia per la gestione dei beni comuni. “L’uomo deve mettersi sullo stesso piano di tutte le altre tipologie di esseri viventi e abbandonare le gerarchie proprie del pensiero antropocentrico”, egli spiega: “tutto ciò che appartiene alla biosfera è la guida per affrontare i problemi attuali e futuri”. La mia biopolitica si propone proprio di sistematizzare il percorso che dal 1963, anno della sua prima personale alla Galleria L’Immagine di Torino, al 2014 ha condotto l’artista a tale convinzione, già sottesa nel 2008 nella realizzazione  del PAV - Parco Arte Vivente di Torino.

GILARDI

Igloo, Biennale di Venezia, 1964. Photo credit Deltaimaging.

La curatela del libro è stata affidata a Tommaso Trini, che nel 1967 aveva intervistato Gilardi in occasione dell’inchiesta Tecniche e materiali pubblicata su “Marcatré” e che negli anni ottanta aveva condiviso il suo stesso interesse per le tecnoscienze, curando nel 1986 la Biennale di Venezia dal titolo Arte e scienza, biologia, tecnologia e informatica. Particolare è la scelta da parte di Trini di isolare all’inizio del volume tre testi redatti dall’artista rispettivamente nel 1967, 1986 e 2014 denominandoli “Preletture”. Il primo, Il mistero dell’energia, narra l’immaginaria protesta dei neuroni contro le onde elettrochimiche. Puntualizza Gilardi: “si tratta di una metafora basata sulla neurobiologia volta ad attestare l’emergere, alla fine degli anni sessanta, di una nuova soggettività per cui gli individui iniziavano a non sentirsi più ingranaggi della società fordista, gerarchica e passivizzante, ma soggetti con il diritto a comunicare con gli altri”. L’importanza della relazione con gli altri trova ulteriore sviluppo nella seconda “Prelettura”, Stop Pollution, cheriferisce di un’esperienza di creatività collettiva. Convinto che la creatività trovi il proprio alveo naturale in una società in cui si ragiona in termini di autogoverno, negli anni ottanta Gilardi soggiornò come animatore di gruppi creativi nelle riserve degli indiani americani che avevano lottato per non sottostare a un potere esterno: “ho scelto di fare esperienza delle comunità tribali per verificare se la creatività collettiva fosse una tendenza universale. Davo loro degli stimoli per tirare fuori il proprio vissuto profondo e la propria creatività”. È a seguito di tale centralità conferita all’interazione con l’altro, inteso in senso sempre più universale, che Gilardi giunge a concepire il PAV, la cui genesi viene da lui descritta nella terza “Prelettura” intitolata Il progetto di una vita.

GILARDI

Albatros, 2011. Photo taken at the artis’s atelier. Photo credit Piero Gilardi.

Alle tre “Preletture”, accomunate dal concetto di interrelazione tra l’io e l’altro, seguono tutti gli altri scritti e interviste che Trini ha scelto di suddividere in quattro capitoli tematici corrispondenti agli altrettanti fili rossi riscontrabili nel percorso dell’autore (La dialettica arte-natura, Biopolitica e maxilotte, Arte-scienza-tecnologia), unendo poi ciascuno ad una sezione di “Narrazioni critiche” generali. Si tratta non solo di testi sovente già pubblicati in riviste, cataloghi e monografie, ma anche di lettere a critici e ad artisti, di interviste, nonché di passi selezionati dal diario redatto da Gilardi nel 1967-68 da New York e dall’Olanda. Dalla lettura di tutti questi materiali, risulta evidente come Piero Gilardi sia soprattutto un intellettuale e pensatore che fin dai suoi esordi è stato capace di captare e poi di descrivere attraverso la scrittura gli sviluppi artistici, culturali e sociali della realtà coeva, scuotendo così la coscienza collettiva e indicando di volta in volta possibili vie da percorrere. Nasce però spontanea una domanda: ma se l’arte di oggigiorno deve nascere da un’ibridazione di politica, filosofia, psicologia, ecologia, natura, tecnologia e scienza, il pensatore Gilardi come definirebbe l’artista atto a crearla? “Nell’epoca odierna”, risponde prontamente, “l’artista è relazionale; sente cioè l’esigenza di socializzare la propria creatività, poiché consapevole che essa acquisisce un senso solo se condivisa con gli altri” in un processo di co-creazione.

GILARDI

Tiktaalik, 2010, exhibition view Leçon de choses at CCC - Centre de Création Contemporain, Tours, 2010. Photo François Fernandez.

Se in conclusione volessimo riassumere il pensiero di fondo sotteso dal volume La mia biopolitica, potremmo forse dire semplicemente che per Gilardi l’arte è un’operazione di sempre più profonda ibridazione tra l’io e tutto ciò che sta al di fuori di esso, senza gerarchie né differenziazioni.

TOP





Il contenuto di questa pagina richiede una nuova versione di Adobe Flash Player.

Scarica Adobe Flash Player