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ROMAN OPALKA. TIMELESS, HOMELESS OEUVRE

di Claudia Fiasca

Se il Tempo è portatore di verità, Roman Opalka (1931-2011) ha attraversato questa dimensione per tutta la vita, nel tentativo di avvicinarsi all’abisso dell’infinito attraverso una pratica così radicale che ha visto l’arte identificarsi con l’esistenza stessa.

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Roman Opalka al lavoro.

L’artista polacco ha avviato nel 1965 il suo progetto 1965/1 - ∞ realizzando tele su cui ha trascritto progressivamente, in forma letterale, i numeri da uno a infinito, in bianco su nero, fino a schiarirsi e divenire quasi monocromi. In questo percorso durato oltre quarant’anni, c’è un racconto del Tempo che non è narrativo, né didascalico, ma universale e, allo stesso tempo, relativo, poiché ogni tela ha rappresentato solo “l’impronta” di un momento dell’esistenza, “uno psicogramma”, come lo definiva l’artista. Il numero è scrittura silenziosa, archetipo, ripetizione della forma intervallata da una pausa, uno spazio vuoto, “un interstizio mentale” che potrebbe essere ricollegato alla pratica cinematografica del montaggio, in cui il rimando al successivo diviene formulazione continua di possibilità, dove ripetizione e arresto sono le uniche azioni possibili. Nella costruzione della “durata” rientra il valore universale del tempo che abbraccia e coinvolge l’uomo in quanto specie, per il suo essere nel tempo senza potersene distaccare: “La vita è nel tempo e si sviluppa nell’intervallo tra la nascita e la morte. Per l’uomo, nascita e morte significano inizio e fine del tempo che è concesso”1. Si riconsidera il tempo di osservazione dell’opera che – come ricorda Lorand Hegyi nel suo recente Roman Opalka’s essentiality 1965/1 - ∞. The artist in his Spiritual Word, edito da Aragno – ricalca il tempo di lettura e riattiva mentalmente l’atto di produzione, il gesto artistico della scrittura. Ma c’è anche una potenzialità sonora nell’opera, nello scandire mentalmente le lettere che formano la cifra c’è una voce, che è quella di chi osserva e legge ma è anche quella dell’artista, che era solito registrarsi al magnetofono mentre scandiva, piano, i numeri in polacco.

1. Lorand Hegyi, Roman Opalka’s essentiality 1965/1 - ∞, Nino Aragno Editore, Milano, 2015, pp.289.

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Negli stessi anni in cui anche Boltansky e On Kawara hanno tentato di ricordare il vissuto attraverso forme di catalogazione, Roman Opalka ha scelto di rapportarsi al Tempo né con atto di sfida, consapevole della finitudine dell’uomo, né con accondiscendenza, perché determinato nell’avvicinarsi a una dimensione metafisica di infinito e – stando alla lettura di Hegyi – anche spirituale. Nel comporre il diagramma dell’esistenza, Opalka ha sfidato l’irreversibilità nel seguire il flusso temporale attraverso una traccia pittorica, documentando la sua battaglia con il medium fotografico. Ogni sera, difatti, a partire dal 1972, ha avviato una pratica rituale per cui, mosso “dall’imperiosa necessità di non perdere nulla nel carpire il tempo”, si scattava un autoritratto nella medesima posa. Un medium che, nel suo modus operandi, ha attivato un “terzo tempo” con cui confrontarsi, non quello dell’immagine (del numero), non quello dell’evento (dell’azione), ma quello dell’immediatezza: l’istantanea in cui si salva tutto ciò che appare senza possibilità di scomposizione. L’immagine immobile contro lo scorrimento delle sue “costellazioni temporali”. E mentre i chiaro-scuri di luce e ombra sul volto dell’artista si facevano più densi col passare degli anni, la pittura lentamente perdeva la nitidezza del tratto, fondendosi con il colore dello sfondo.
Immediato il riferimento, allora, al Quadrato bianco su fondo bianco di Malevich (1918), in cui si ricercava l’assoluto, dove solo una linea quasi impercettibile scandiva i confini della forma e si tornava al punto zero della pittura.
Le parole di Hegyi sono forse l’ultimo ritratto di Opalka come artista, come uomo e come intellettuale che, mai sottraendosi alla radicalità dell’azione, ha riconnesso l’essere a quell’universalità che non conosce differenze; il suo lavoro, continua Hegyi, può essere considerato una metafora della complessità della pratica artistica universale.
È interessante a questo punto seguire le sue stesse parole:
“L’extraterritorialità radicale dell’opera di Roman Opalka rivela il suo impegno sostanziale nella comunicazione di esperienze fondamentali che gli impedisce di indugiare sul terreno di una comoda, piacevole ed edonistica frammentazione di invenzioni formalistiche e pseudo narrazioni aneddotiche di edonismo estetico, inducendolo al contrario ad abbracciare l’efficace metafora del vivente in senso nietzschiano. La sua pratica artistica sembra essere lontana da qualsiasi forma rassicurante e prestabilita; la sua distanza sublime da ogni potenziale chiarificazione suggerisce l’onnipotenza di un’esperienza originale che è al contempo spirituale e intellegibile, ma anche sensuale fisica ed emozionale, e che rimanda direttamente e sostanzialmente alla totalità indivisibile del vivente.  

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La straordinaria, quasi sacra solidità del suo lavoro, il rigore radicale, l’intransigenza e l’ascetismo di quest’ultimo, creano un’aura enigmatica attorno allo studio, che è sempre uno spazio metaforico di metamorfosi. In questo spazio, la vita di Roman Opalka si trasforma – quasi ritualmente – in un’opera d’arte. L’atto di metamorfosi ha luogo nello studio; i vari strumenti del processo creativo e della sua documentazione, che è parte integrante dell’intera opera, sono riprodotti come oggetti rituali. La libertà spirituale ed emozionale della sua arte si formula e si genera in questo spazio metaforico di trasformazione spirituale. Quando affermo che l’arte di Roman Opalka è senza tempo e senza dimora, intendo dire che egli non agisce in nome di alcuna minoranza, sia essa nazionale, etnica, religiosa o sociologica, ma che al contrario punta lucidamente a una posizione di totale indipendenza. Questa autonomia intellettuale ed estetica è naturalmente e necessariamente relativa, in quanto indipendenza assoluta non è solo storicamente e ontologicamente impossibile, ma sarebbe anche eticamente inaccettabile. La sua indipendenza intellettuale ed estetica – che è al contempo indipendenza etica e politica – si traduce in un rifiuto della rappresentazione di particolari e isolati gruppi di interesse, con obiettivi ristretti, limitati e pragmaticamente raggiungibili, non importa quanto marcatamente sovrastimati, quali nazioni, religioni, movimenti politici, gruppi sociali, classi, o micro-culture moralisticamente legittime, subculture, minoranze e gruppi marginali. L’opera di Roman Opalka è paradigmatica di una posizione artistica che non può essere interpretata nell’ambito ristretto del dialogo oriente-occidente o del processo culturale intraeuropeo, ma soltanto nel contesto esteso di arte eterna”.

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