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SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

di Giovanna Manzotti

Dopo ogni fase processuale, un momento di stasi. Niente si azzera, tutto si sedimenta in una sospensione potenzialmente infinita che trascina con sé mutamenti di materia e superficie, di consistenza e colore, in un grado di resistenza o vulnerabilità sempre maggiore.

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

Sara Enrico, à terre en l'air, 2017, veduta della mostra, Tile Project Space, Milano. Courtesy Tile Project Space, Milano. Foto Floriana Giacinti.

Saper cogliere queste trasformazioni nella profondità della materia grezza, sulla pelle dei materiali, degli oggetti o degli elementi naturali e artificiali significa avere una predisposizione sensibile nell’osservare le alterazioni formali ed estetiche che si susseguono, per registrarle e rileggerle nel loro stesso accadere. Per tentare di bloccarle sulla retina dell’occhio che le immortala in immagini fugaci. Per farle confluire in un ritmo di suggestioni che nel tempo diventano stimoli per un nuovo lavoro: tentativi di rielaborazioni continuamente riscrivibili.

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

Sara Enrico, à terre en l'air, 2017, veduta della mostra, Tile Project Space, Milano. Courtesy Tile Project Space, Milano. Foto Floriana Giacinti.

À terre, en l’air, il progetto milanese di Sara Enrico (Biella, 1979 – vive e lavora a Torino) ospitato recentemente presso Tile Project Space, condensava in un corpus di sette sculture le riflessioni su questi processi di alterazione che, una volta tradotti manualmente o digitalmente, concorrevano a ridefinire e a creare delle superfici che investivano l’oggetto di una dimensione fortemente tattile, portando alla luce diversi layers di azioni suggerite dalla sedimentazione dei vari passaggi di produzione.

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

Sara Enrico, à terre en l'air, 2017, veduta della mostra, Tile Project Space, Milano. Courtesy Tile Project Space, Milano. Foto Floriana Giacinti.

Portatrici di una quota performativa sedimentata e “in potenza” – visibile nell’occupazione modulata dell’ambiente, nello svelamento di superfici brulicanti di colore e nel possibile incontro con uno sguardo esterno e attivatore – le opere in mostra si presentavano come entità scultoree che, autonomamente o coralmente, instauravano con lo spazio circostante un rapporto di dinamicità. A questo favore giocavano l’architettura asciutta (ma fortemente connotata) di Tile e le linee di piastrelle che ne ricoprono interamente i muri. È a partire da queste note estetiche, infatti, che l’artista ha investito di un nuovo livello narrativo l’ambiente espositivo, caricandolo di un volume fisico e temporale che si è aperto a un contesto ulteriormente sovrascrivibile. Lo spazio è diventato così una griglia che rimandava a una partitura sulla quale attivare nuove relazioni tra le opere e il fruitore.

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

Sara Enrico, à terre en l'air, 2017, veduta della mostra, Tile Project Space, Milano. Courtesy Tile Project Space, Milano. Foto Floriana Giacinti.

Questa postura attentamente coreografata era evidenziata anche nel titolo. Nel suo richiamo al linguaggio della danza – e alle infinite sfumature di ritmo con le quali possono alternarsi i passi à terre e quelli en l’air – esso predisponeva già a un’interazione con l’opera (e dell’opera con lo spazio): un contatto che non si esauriva nell’unico movimento del passo (qui da intendersi rispettivamente come quello di inizio e fine del processo di produzione) ma che continuava a riattivarsi (e quindi ad essere tradotto e rimodellato) anche nella fase immediatamente successiva (quella di “messa in scena” dell’opera), durante la quale potevano registrarsi dei cambiamenti di status dettati dal contesto esterno. È così che osservando le opere in mostra si avvertiva un senso di stasi apparente, sempre tesa verso un movimento che trovava riposo solo all’acquietarsi dell’occhio su un dettaglio di colore o di forma, dal quale poter ripartire ogni volta.

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

SARA ENRICO. À TERRE, EN L’AIR. STASI E PROCESSO

Sara Enrico, à terre en l'air, 2017, veduta della mostra, Tile Project Space, Milano. Courtesy Tile Project Space, Milano. Foto Floriana Giacinti.

“Mi colpisce molto questa dimensione, nella quale un’attività frenetica di lavoro si preoccupa anche della propria dimensione estetica”1, afferma l’artista parlando di un cantiere vicino al suo studio torinese.
Questa sensazione si annidava anche nelle opere in mostra da Tile, dove l’utilizzo di diversi materiali e forme legati all’edilizia, allo sport, all’arredamento di interni e al decoro superfluo che corre verso una consapevole scelta estetica (in alcune sculture l’artista utilizza ciglia e unghie finte per “uniformare corpi e oggetti”) convergeva in superfici dense e magmatiche: è da qui che tutto prendeva inizio. È da qui che tutto si formava, e da dove tutto ripartiva. Una colata di cemento riempiva il vuoto di un rotolo di tela, disattivandolo (Cactus, 2014). Della schiuma poliuretanica si riversava in forme ricavate da un assemblaggio di materiali utilizzati per imballi, fino a piegarsi sul suo stesso peso (Cut out, 2015-2017). Dei volumi in gommapiuma dalle forme geometriche e tubolari (di derivazione sportiva) erano ricoperti di tessuto sintetico utilizzato nel medesimo ambito (RGB(skin), 2015-2017). Qui la stampa era ottenuta facendo delle scansioni di un frammento di tela grezza da pittura (uno scarto ormai inutilizzabile come supporto), manipolato direttamente sulla superficie dello scanner mentre la luce era ancora in movimento. Il magma dei pattern emergeva da una procedura digitale che sfruttava il contatto tra due dimensioni fisiche che aprivano, ancora una volta, a un campo di sovrascrittura dove i codici fluidi e la mano veloce contribuivano a creare una manipolazione tattile e sensibile sempre pronta ad emergere e a rimodellarsi, al pari della materia viva.

NOTA
1. Per l’intervista completa, si rimanda al sito di Instudio, archivio online di video dedicato interamente all’indagine analitica dello “studio d’artista”, inteso come spazio di lavoro materiale e immateriale, teorico e pratico. Il progetto, a cura di Davide Daninos e Jacopo Menzani, prevede una mappatura degli studi in Italia.

21 aprile 2017 (maggio - giugno) Numero doppio 88/89

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