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articoli

HANS SCHABUS.
RICERCHE E DECLINAZIONI SPAZIO-PERFORMATIVE DELL’ESSERE NEL NOME

Intervista a cura di Francesco Lucifora

Uno spazio dentro lo spazio, una superficie di 25 mq, quasi 150 tra poster e oggetti raccolti in quindici anni, un bar pubblico aperto un giorno a settimana. Cafe Hansi è l’ultimo progetto di Hans Schabus esposto alla Kerstin Engholm Gallery di Vienna, in occasione di Autopsie mit Hubwage.
Un grande spazio-scultura ospita al suo esterno declinazioni eterogenee del nome “Hans”, analogie e associazioni unificano e disperdono l’identità di un nome diffuso e poi quasi scomparso. L’interno è un bar, un “non luogo” neutro e specchiato dove l’artista serve il pubblico.
Hans Schabus conferma ed evolve il suo approccio conferendo valore allo spazio ottenuto dentro l’altro spazio, il possibile e il percorribile, con la meticolosa previsione di una scultura sociale performativa. Lungo un presente fatto di nuove e necessarie aggregazioni sociali il lavoro dell’artista austriaco sottolinea il rapporto tra un’individualità che vuole indagarsi e una socialità dentro la quale sciogliersi.

La verifica incerta

Cafe Hansi, 2015; installation view Autopsie mit Hubwagen, Kerstin Engholm Galerie, Vienna, 2015. Courtesy the artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna. Photo Stefan Lux.

FL: In Cafe Hansi una grande scultura e uno spazio fisico mostrano due aspetti, uno interno e l’altro esterno, nel quale un gran numero di materiali diversi recano il riferimento al nome Hans. Mi piacerebbe conoscere le ragioni per cui hai iniziato a raccogliere questi materiali e come si è evoluto questo processo di raccolta.
HS: Hans è un nome ampiamente utilizzato in Austria. Sono cresciuto in campagna e c’era almeno un Hans in ogni famiglia. Dopo la mia generazione la diffusione di questo nome si è ridotta in modo considerevole e non è stato più utilizzato. Se si esegue una ricerca su Internet per il nome Hans vengono visualizzate soltanto persone anziane. Ci sono molte figure fittizie di Hans come ad esempio Eisenhans, HansDampf, Hänsel e Gretel, Hans Guck-in-die-Luft, Hanswurst, Hans im Glück, Hans lo sciocco, il pigro Hans, Hans il forte, Hans la spazzatura, il divertente Hans, etc. E se mi è stato dato questo nome dopo tutti questi diversi Hans allora divento parte di tutti loro. Questo ha un senso? Dunque io sono un po’ di tutto, sono la media di tutti i possibili Hans. Probabilmente, e ti rispondo, è per questo che ho dovuto iniziare molto tempo fa a raccogliere materiali con il mio nome: per scoprire qualcosa di me.

Thais o Perfido incanto

Cafe Hansi, 2015; installation view Autopsie mit Hubwagen, Kerstin Engholm Galerie, Vienna, 2015. Courtesy the artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna. Photo Stefan Lux.

FL: Una parte rilevante delle tue opere riguarda il rapporto tra il lavoro in studio e la realtà esterna, per poi voler tornare nel tuo studio. Cafe Hansi appare come uno spostamento di questo percorso, un invito in uno spazio più sociale creato sulla tua identità e anche una moltiplicazione identitaria che tenta di risolvere l’ego come uno dei maggiori problemi dell’essere. Come sei arrivato a questo nuovo spazio scultoreo?
HS: Cafe Hansi risale a una mostra che ho fatto per Secession nel 2003. In quel caso ho costruito il volume del mio studio alla fine di un lungo tunnel. A causa di un ingresso murato i visitatori erano obbligati a passare al piano di sotto e dal seminterrato iniziava il tunnel che portava dentro lo studio. I visitatori potevano lasciare lo spazio e infine entrare nella sala principale di Secession e da lì osservare la parte posteriore del luogo che avevano appena attraversato.
In generale sono interessato a un approccio base alla scultura, sia che usi l’assemblaggio o l’estrazione, in entrambi i casi si dà origine a un volume. Ricordo l’aneddoto secondo il quale fu chiesto a Michelangelo come aveva creato le sculture dei leoni e lui rispose che stava semplicemente rimuovendo il blocco di marmo che non sembrava affatto un leone. Quello che mi interessa è questo pensiero al rovescio: lo spazio di ciò che manca diventa ciò che conta veramente e oltretutto anche la sua capacità di contenere persone. Ecco perché Cafe Hansi sta diventando una scultura sociale performativa.

Mario Schifano, Vietnam

Cafe Hansi, 2015; installation view Autopsie mit Hubwagen, Kerstin Engholm Galerie, Vienna, 2015. Courtesy the artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna. Photo Stefan Lux.

FL: Il tuo modo di intendere la scultura contempla spesso la presenza di una dualità spaziale, vorrei sapere quali ragioni stanno dietro alla netta differenza tra l’interno e l’esterno1 di questo nuovo lavoro, l’esterno è pieno di segni, suoni, riferimenti e meccanismi di associazione relativi a Hans e l’interno è lineare, asettico e offre alle persone la possibilità di vedersi riflessi negli specchi. Leggo questo lavoro come un’espressione alta della relazione tra individuo e società. Mi piacerebbe chiederti di parlarmi ancora di questo.
HS: Lo spazio espositivo è attualmente diviso da una membrana, una struttura che consiste in un dentro e in un fuori. L’esterno espone tutto quello che è fisico, metaforico, referenziale, insieme ad altri materiali. L’interno è formato da una superficie lucida e dalla mia presenza come cameriere. L’interno è aperto al pubblico solo una volta alla settimana dopo l’orario consueto della galleria. Era mia intenzione creare un interno che ti portasse in uno specifico “non luogo”. Un luogo che non ha alcuna connessione fisica pur essendo estremamente fisico.

Mario Schifano, Vietnam

Cafe Hansi, 2015; installation view Autopsie mit Hubwagen, Kerstin Engholm Galerie, Vienna, 2015. Courtesy the artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna. Photo Stefan Lux.

FL: Per quanto riguarda la serie dei disegni, sembra che tu voglia sottolineare la complessità del disegno formale in relazione ai caratteri specifici dando al titolo la funzione di evocare musicisti o protagonisti di storie famose che si chiamano Hans. È una traccia che vuole sensibilizzare sull’eccessiva semplificazione indotta dal design e anche un’apertura di un dibattito sulle nostre singole identità nel presente?
HS: Ho iniziato a disegnare la parola Hans a partire da ogni poster raccolto e questo percorso si è concluso con una serie di disegni di varie dimensioni e diversi caratteri tipografici, quindi direi che potrebbe essere un’appropriazione del mondo visivo tramite lo spostamento dell’attenzione. Posso essere trovato ovunque, quindi sono ovunque e tutto è me. Credo che questo sia qualcosa che è vero per tutti noi.

Nota
1. Pablo Fanego, Hans Schabus: The Space of Conflict, Verlag für moderne Kunst Nürnberg, Norimberga 2014, p. 110.

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