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A PROPOSITO DEL SISTEMA ESPOSITIVO ROMANO

(MACRO, Scuderie del Quirinale, Palazzo delle Esposizioni e via dicendo)

di Roberto Lambarelli

Dopo lungo discutere, alla fine il MACRO è andato in letargo e nessuno sa dire, almeno per il momento, quando e come si risveglierà. La cosa di per sé potrebbe rappresentare anche una saggia decisione, un modo per prendere tempo di fronte alle difficoltà economiche comunali di cui si è molto parlato in queste ultime settimane. Almeno ci siamo evitati, per fare un esempio qualsiasi, il sarcasmo con cui “Le Monde” salutava la nomina di Hou Hanru al MAXXI non mancando di sottolineare la scarsezza di fondi nella quale veniva chiamato ad operare.

MACRO-PALAZZO DELEL ESPOSIZIONI

A volere essere ottimista, direi che l’avere deciso, almeno per il momento, di non nominare un nuovo direttore, e dunque di non avere dato ascolto a quanti proponevano il proprio candidato, è servito quantomeno a segnalare una discontinuità che, senza implicare per questo un giudizio di merito sull’operato del direttore uscente e dei suoi collaboratori, potrebbe essere interpretata – ripeto, a volere essere ottimisti – come un cambiamento di tendenza. Non un nuovo direttore ma una nuova direzione, che tenendo conto delle difficoltà finanziarie possa rappresentare maggiormente le esigenze di una città complessa quale è Roma. Ad essere pessimisti, invece, vedrei la mancata nomina (pure richiesta da più parti e con insistenza, soprattutto dagli “Amici” più vicini) dentro un riordino del sistema espositivo romano, almeno delle istituzioni più importanti che lo compongono (MACRO, Palazzo delle Esposizioni, Scuderie del Quirinale). Dico questo ricordando che fin dalla nascita del MACRO si è parlato della sua trasformazione in fondazione, e che più di recente si è tornati a sottolineare le difficoltà che l’attuale assetto giuridico comporta sul piano propriamente organizzativo. Se questo fosse l’intento che si cela dietro la mancata nomina del direttore, ovvero quello di risolvere problemi pratici, perché vederlo in modo pessimistico? La risposta era già implicita in quanto scrivevo a proposito della mostra sugli Anni ’70 al Palazzo delle Esposizioni (cfr. l’editoriale di “Arte e Critica” n. 77: Gli anni settanta a Roma. Uno sgambetto alla storia? La responsabilità è del Palazzo delle Esposizioni), dove tra le altre cose affermavo che quella mostra l’avrebbe dovuta fare il MACRO, attribuendo così ad esso la missione del rispecchiamento di una cultura identitaria e, allo stesso tempo, rilevando la necessità che esso si identifichi in uno specifico programma culturale. Proprio quello che è venuto a mancare al Palazzo delle Esposizioni, trasformatosi in un vuoto contenitore senza alcun carattere particolare, o per dirla con Augé, in un nonluogo. Ma se tra il MACRO e il Palazzo delle Esposizioni non ci sono rapporti, diversa è la situazione tra quest’ultimo e le Scuderie del Quirinale, gestiti ambedue dallo stesso ente, Palaexpo. Se al nonluogo di via Nazionale si confronta l’altro spazio, decisamente oggi più suggestivo, in virtù della sua ubicazione di potente valore simbolico, si capirebbe ancor meglio la mancanza di un vero programma culturale ed espositivo. I due spazi avrebbero potuto essere caratterizzati differentemente. Scegliere per le Scuderie, in vista della loro ubicazione, del loro carattere di grande ufficialità, un programma di mostre incentrate sull’arte antica e moderna (fino al Sei-Settecento, per intenderci), avrebbe non solo fortemente caratterizzato il luogo ma anche perseguito un obiettivo straordinario dal punto di vista culturale, simbolico e perfino politico. Mostre di questo genere ci sono pure state, come quelle dedicate a Botticelli, ad Antonello da Messina o a Tiziano, per fare solo alcuni esempi, ma avrebbero dovuto rappresentare la missione unica delle Scuderie del Quirinale, avendo Roma, l’Italia, opere e storici dell’arte in grado di dimostrare ampiamente il nostro primato nel mondo; mentre si è scelta un’altra strada, quella di allungare il brodo, di inquinare le acque, mettendoci in mezzo mostre insignificanti dal punto di vista dei contenuti, penso alle mostre Capolavori di questo e di quello, oppure alla detematizzazione in senso generalistico che si riflette in percorsi come “Da Giotto a Malevic” o quando è peggio negli appuntamenti dedicati a Salgado, a Wenders, a Calatrava, che avrebbero fatto più bella figura al Palazzo delle Esposizioni, come anche la mostra, inaugurata in questi giorni, dedicata a Frida Kahlo. Mentre le mostre del tipo “National Geographic” andrebbero dirottate altrove. In questo modo i due luoghi si sarebbero differenziati e caratterizzati rispettivamente, uno per l’arte antica e moderna, e l’altro per l’arte contemporanea. Invece no, i criteri sono altri, anche se è difficile riuscire a capire quale vera ratio li presieda. In questi dieci anni di attività, le mostre alle Scuderie sembra abbiano avuto soltanto il criterio della pompa magna. Si sono scelte le mostre che, secondo i responsabili, meritavano il salotto buono. Insomma, sono riuscite a svuotare quel luogo simbolicamente potente riducendolo ad un semplice spazio di prestigio. Se si dovesse supporre un riordino del sistema dell’arte contemporanea a Roma, bisognerebbe rivedere dunque non soltanto gli obbiettivi del MACRO, ma ripensare anche quelli del Palazzo delle Esposizioni, delle Scuderie del Quirinale e, a scalare, di tutto il sistema espositivo.

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