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NOME E NECESSITÀ. PRIMA CHE LE PIANTE AVESSERO UN NOME

di Clara Madaro

Uriel Orlow torna in Italia, a Torino, precisamente al PAV (Parco Arte Vivente) con la mostra What Plants Were Called Before They Had A Name, a cura di Marco Scotini.

A due anni dalla sua prima mostra personale in Italia al Castello di Rivoli, dove ha presentato il progetto Unmade Film, l’artista presenta un altro ciclo di lavori dal titolo Theatrum Botanicum.
Orlow torna sul passato delle piante indigene, perché è irrisolto e carico di traumi, ingiustizie, fantasmi e ossessioni. Partendo dalle erbe, fronteggia la questione del conflitto nel confronto tra diversi modelli di organizzazione della conoscenza e della società nell’ambito della colonizzazione del Sud Africa. Ci presenta diverse micro-storie che ci danno un affresco di quello che il filosofo Thomas Samuel Kuhn ha definito l’incommensurabilità dei paradigmi e della violenza che scaturisce dalla mancanza di dialogo.

Uriel Orlow

Uriel Orlow

Uriel Orlow, Imbizo Ka Mafavuke, 2017. Courtesy of the artist. Photo Austin Malema.

Non a caso in Imbizo ka mafavuke (Mafavuke’s Tribunal) si assiste alla preparazione del setting di un tribunale popolare in Sud Africa. Avvocati, attivisti e guaritori tradizionali cercano un modo di discutere insieme su chi beneficia della trasformazione delle piante in medicinali. Nel dialogo emergono le tematiche del rapporto tra capitalismo, sistema di brevetti e proprietà intellettuale e conoscenza indigena. Come ad un certo punto afferma un personaggio del video, lo stesso concetto di conservazione delle specie non sarebbe concepibile all’interno dell’organizzazione sociale della conoscenza tradizionale.
Eppure chi prova a unire i principi dei paradigmi farmaceutici tradizionali ed europei viene attaccato. È il caso di Mafavuke Ngcobo, un erborista tradizionale accusato di comportamento non tradizionale.

Uriel Orlow

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Uriel Orlow, The Fairest Heritage, 2016-17. Courtesy of the artist.

Orlow rimette in scena il suo processo del 1940 nel Palazzo di Giustizia di Pretoria dove fu processato anche Nelson Mandela. L’alternarsi dei testimoni ci offre un quadro degli attori di un processo sociale, politico ed economico più ampio che ha visto come protagoniste le piante nei secoli. Ad un certo punto gli attori si bloccano e Mafavuke dichiara che le sue accuse sono dovute al fatto che era noto che gli europei si fidassero dei suoi rimedi e li acquistassero.
Proprio in questo gioco tra cancellazione e continuità si inserisce il video Muthi, che con inquadrature emblematiche ci racconta il valore della conoscenza tradizionale insieme alle pratiche di erboristeria tra Johannesburg, Western-Cape e Kwazulu-Natal. Dal seguire le erbe mediche per stare sulle tracce dei rapporti tra comunità, Orlow passa agli alberi come simboli della memoria collettiva e dei suoi tormenti nella serie The Memory of Trees. Gli alberi fotografati sono ontogeneticamente e filogeneticamente precedenti a noi. Sono i fantasmi di eventi e processi politicamente significativi come la colonizzazione del Sud Africa e l’Apartheid.

Uriel Orlow

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Uriel Orlow, Muthi, 2017. Courtesy of the artist.

Tuttavia è nell’opera che dà il nome alla mostra che le piante diventano attori politici nella loro presenza fisica stessa senza rimandare ad altro. What Plants Were Called Before They Had A Name funziona come un dizionario orale che riporta i nomi delle piante nei dialetti e nelle lingue sudafricane. L’imposizione del sistema di classificazione linneano alle piante locali segnò l’inizio e l’occultamento del nome tradizionale e l’inizio dell’interazione cognitiva e sociale europea con le piante.
Bombardandoci di nomi propri di specie in diverse lingue che non conosciamo, l’audio ci ricorda il potere del nome proprio.
Il nome proprio di persona o di specie evoca un’essenza o natura individuale o collettiva, anche se con la teoria dell’evoluzione abbiamo scoperto che le specie non sono immobili. Come scrive il filosofo Saul Kripke nel suo libro Naming and Necessity, una volta battezzati individui o specie, essi sono tali necessariamente o in tutti i mondi possibili.
Evocando il suo nome, la pianta fa irruzione nella storia e nello spazio espositivo come attore politico nella sua individualità in grado di stupirci al di là dei nostri sistemi di organizzazione e produzione della conoscenza.

Uriel Orlow

Uriel Orlow, Palm (Cape Town), 2016-17.

Infine, l’opera I gerani non sono mai rossi ci ricorda – attraverso delle semplici cartoline – che i sistemi di classificazione a noi familiari sono carichi di influenze politiche che neanche immaginiamo. Orlow mostra dunque come i nomi delle piante si agitino come spettri nel teatro dell’esperienza quotidiana.

 

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