{"id":1037,"date":"2021-03-08T16:15:53","date_gmt":"2021-03-08T15:15:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteecritica.it\/?p=1037"},"modified":"2023-07-23T13:25:09","modified_gmt":"2023-07-23T11:25:09","slug":"arte-africana-contemporanea-revisione-di-un-assunto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/arte-africana-contemporanea-revisione-di-un-assunto\/","title":{"rendered":"Arte africana contemporanea. Revisione di un assunto"},"content":{"rendered":"<p class=\"sommariettoitaliano\"><strong><span style=\"text-transform: none;\">NEL PANORAMA INTERNAZIONALE SI PARLA CON SEMPRE MAGGIORE ATTENZIONE DI ARTE AFRICANA CONTEMPORANEA. PROPONIAMO UNA (RI)LETTURA A PARTIRE DA QUANTO VISTO SULLA SCENA ITALIANA.<br \/>\n<\/span><\/strong><\/p>\n<p class=\"sommariettoitaliano\">Parlare di \u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 una questione difficile e lo \u00e8 per diversi motivi. Non solo perch\u00e9 l\u2019attuale discorso mediatico non sembra poter offrire alternative all\u2019equazione: \u201cafricano\u201d uguale \u201cprofugo\u201d, \u201cimmigrato\u201d. Parlare di \u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 difficile anche e soprattutto perch\u00e9 significa voler descrivere l\u2019arte proveniente oggi da un intero continente. Un continente che copre per circa tre volte la superficie dell\u2019Europa e che conta il maggior numero di Stati indipendenti. Un continente nel quale si parlano pi\u00f9 di duemila lingue diverse e in cui convivono gruppi culturali spesso fortemente eterogenei. Un continente testimone di estreme disuguaglianze sociali e reduce da secoli di dominazione coloniale \u2013 seppure in fasi storiche diverse \u2013 da parte di almeno otto Paesi europei.<br \/>\nParlare di \u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 in effetti impossibile. Eppure inevitabile, perch\u00e9 oggetto di un\u2019attenzione crescente nel panorama artistico internazionale. In un momento in cui tanto la produzione artistica quanto le strategie curatoriali sono sensibili allo sviluppo di dinamiche socio-economiche di portata mondiale, l\u2019arte africana \u00e8 vista come sintomo dello sviluppo di un continente al centro di meccanismi geopolitici di primaria importanza.<br \/>\nSe \u00e8 vero che uno dei primi titoli di riferimento per la definizione di un\u2019\u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 gi\u00e0 il <em>Contemporary Art in Africa<\/em> di Ulli Beier del 1968, e che tra le primissime esposizioni di portata globale contava, vent\u2019anni pi\u00f9 tardi, la leggendaria <a href=\"https:\/\/www.centrepompidou.fr\/fr\/programme\/agenda\/evenement\/cTEXnL\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Magiciens de la Terre<\/em><\/a> curata da Jean-Hubert Martin al Centre Pompidou nel 1989, il fenomeno ha assunto un peso sempre maggiore con l\u2019affermarsi della globalizzazione nei rapporti politici ed economici di scala mondiale.<br \/>\nBaster\u00e0 considerare retrospettivamente alcune tra le maggiori manifestazioni internazionali degli ultimissimi anni per accorgersene: dalla penultima Biennale di Venezia affidata al curatore nigeriano Okwui Enwezor, gi\u00e0 autore di un altro libro imprenscindibile sul tema come <em>Contemporary African Art since 1980<\/em> (2009), fino all\u2019ultima <a href=\"https:\/\/www.documenta14.de\/en\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Documenta<\/a> di Kassel\/Atene, che vedeva nelle problematiche in atto legate al rapporto tra il \u201cNord\u201d e il \u201cSud del mondo\u201d il principale movente della propria, tanto accesa quanto discussa, critica al sistema.<br \/>\nIn questo scenario, l\u2019Italia non fa eccezione: se \u00e8 vero che la ricerca teorica al riguardo non vanta grandi pubblicazioni nella nostra lingua, attualmente l\u2019interesse \u00e8 vivo, come dimostrano diverse grandi manifestazioni in alcuni tra i pi\u00f9 importanti centri del contemporaneo nel Paese.<br \/>\nIn estate ha inaugurato a Roma, al MAXXI, il doppio appuntamento di <a href=\"https:\/\/www.maxxi.art\/events\/african-metropolis\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>African Metropolis<\/em><\/a> e <a href=\"https:\/\/www.maxxi.art\/events\/road-to-justice\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Road to Justice<\/em><\/a>, grande progetto curato da Hou Hanru che ha inteso indagare, con due mostre parallele, la vitalit\u00e0 artistica e culturale del continente, riflettendo sulle sue contraddizioni, i suoi limiti, le sue lotte, le sue risorse.<br \/>\nChiave di lettura \u00e8 nel primo caso la citt\u00e0, conglomerato fisico e mentale di cose, persone, esperienze. Non una citt\u00e0 qualsiasi, e nemmeno una citt\u00e0 esistente, ma una citt\u00e0 utopica eppure possibile, non reale ma realizzabile. \u00c8 la citt\u00e0 metafora delle dinamiche umane che prendono forma a livello globale, raccontate in cinque azioni metropolitane \u2013 il vagare, l\u2019appartenere, il riconoscere, l\u2019immaginare e il ricostruire \u2013 attraverso un centinaio di opere di oltre trenta artisti africani. Fotografie e video, opere tessili e scultoree, installazioni monumentali e interventi <em>site-specific<\/em> restituiscono la variet\u00e0 di questo percorso aperto, nello spazio come nel tempo.<br \/>\nUn percorso che si articola nel tempo, seguendo sequenze cronologiche riferite al passato, al presente e al futuro del continente africano \u00e8 anche quello offerto dalla seconda rassegna romana, <em>Road to Justice<\/em>, che raccoglie un numero molto pi\u00f9 limitato di artisti, senza tuttavia rinunciare alla complessit\u00e0 della storia che intende raccontare.<br \/>\nRiprende il tema della strada il programma annuale di Villa Romana, a Firenze. La residenza tedesca per artisti internazionali rievoca nel titolo <a href=\"https:\/\/www.villaromana.org\/front_content.php?idcat=215&amp;idart=1424&amp;lang=3\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Seeds for future memories. Voicing the two ends of migration<\/em><\/a> molti dei motivi incontrati al MAXXI, pur esponendosi con maggior determinazione su quella che \u00e8 l\u2019occasione di contatto tra le culture \u201cnostra\u201d e \u201cloro\u201d avvertita forse come pi\u00f9 stringente in questi anni: la migrazione.<br \/>\nI due termini della migrazione, l\u2019Africa \u2013 rappresentata in particolare dal Senegal \u2013 e l\u2019Italia \u2013 qui intesa attraverso Firenze \u2013 stanno al centro della serie di mostre, serate ed eventi che hanno animato e animano il calendario della villa per tutto il 2018. Gli interventi temporanei di creativi come Moussa Sarr (<em>Narcisse &#8211; Strange everywhere<\/em>) o Milo Rau (<em>The Congo Tribunal<\/em>) si accompagnano al costante lavoro sul posto dei quattro attuali vincitori del Premio Villa Romana, due dei quali di origine africana (Christophe Ndabananiye e Lerato Shadi) e ai contributi di numerosi altri artisti, intellettuali e specialisti sul tema. \u201cDare voce\u201d ai due poli della migrazione significa affrontare un\u2019indagine della presenza africana nel suo rapporto concreto e immediato con la realt\u00e0 locale, spesso dimentica \u2013 se non del tutto ignara \u2013 del vivace ruolo culturale giocato da comunit\u00e0 di colore in diverse citt\u00e0 italiane. Lo dimostra un progetto come <em>Sahara Desert<\/em>, mostra allestita la primavera scorsa nel padiglione del giardino di Villa Romana a raccogliere le testimonianze di un\u2019ex-discoteca e centro culturale attivo nella periferia di Firenze per tutti gli anni Novanta.<br \/>\nSi sposta in ambito musicale l\u2019attenzione riservata al continente africano nelle giovani OGR torinesi, che dedicano tre serate d\u2019autunno ad altrettanti concerti di artisti di primo piano sulla scena internazionale contemporanea: dalle sperimentazioni di Tony Allen &amp; Jeff Mills alle fusioni tra musica tradizionale maliana, funky e jazz di Amadou &amp; Mariam, fino al <em>desert blues<\/em> di Bombino. Una rassegna forse meno ambiziosa ma altrettanto interessante e sintomatica del forte interesse per il tema, attraverso diverse possibili declinazioni.<br \/>\n\u00c8 sufficiente questo rapido sguardo su tre istituzioni di primo piano in Italia per tornare alla constatazione di partenza: parlare di \u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 inevitabile, eppure difficile, anzi impossibile.<br \/>\nA comprovarlo sono gi\u00e0 solo questi eventi distribuiti in parti diverse della penisola: definire linguaggi comuni, mezzi artistici privilegiati, tendenze condivise che restituiscano un\u2019immagine unitaria e riconoscibile dell\u2019arte africana contemporanea \u00e8 uno sforzo inutile. Ci\u00f2 che \u00e8 possibile definire \u00e8 per\u00f2 il lavoro su temi ricorrenti: la ricerca di un\u2019identit\u00e0 nel confronto \u2013 e nello scontro \u2013 con l\u2019alterit\u00e0; la migrazione e il rapporto con la propria origine, la propria terra, le proprie tradizioni all\u2019indomani del colonialismo e nell\u2019attuale contesto di globalizzazione; l\u2019elaborazione di un passato segnato da violenza e sottomissione e la costituzione del presente a fronte di soprusi e discriminazioni.<br \/>\n\u00c8 come se a caratterizzare l\u2019arte africana contemporanea non fosse tanto la provenienza da un continente \u2013 classificazione di cui si sono gi\u00e0 presentati i limiti \u2013 quanto l\u2019appartenenza ad una narrazione, ad un \u201cnarrative\u201d pi\u00f9 o meno definito e riconducibile al tentativo continuo di ripensamento, collettivo ed individuale, della propria relazione con il resto del mondo \u2013 e in particolare con l\u2019area nord-occidentale \u2013 che la gran parte dei Paesi africani, nonostante le visibili differenze che li caratterizza, condividono.<br \/>\nSolo in questo senso \u00e8 legittimo parlare di \u201carte africana contemporanea\u201d: come arte che riflette non una caratterizzazione geografica, ma la narrazione dell\u2019Africa che si articola nel suo rapporto con il resto del mondo.<br \/>\nUna narrazione spesso costruita su equivoci, proiezioni e incomprensioni, destinata per questo a non essere semplicemente raccontata, ma a diventare campo di indagine critica e di continua ridefinizione. Una macro-narrazione il cui scopo \u00e8 quello di svelare molteplici micro-narrazioni diverse, nuove e inaspettate, capaci di evidenziare i confini del concetto di \u201carte africana contemporanea\u201d e di ridisegnarli.<br \/>\nChe la creativit\u00e0 africana contemporanea nelle sue molteplici manifestazioni si sia spinta e si spinga ben oltre questa narrazione, \u00e8 dimostrato dalle posizioni assolutamente originali di personalit\u00e0 quali l\u2019architetto afro-tedesco di fama internazionale Di\u00e9b\u00e9do Francis K\u00e9r\u00e9, il designer ganese di bare d\u2019artista Paa Joe, gi\u00e0 presente in diverse collezioni europee, fino ai due celebri fotografi \u2013 oggi entrambi deceduti \u2013 Seydou Ke\u00efta e Malick Sidib\u00e9, maestri del ritratto in bianco e nero.<br \/>\nConsiderando la dialettica attraverso cui l\u2019arte africana contemporanea indaga la propria narrazione esplorandone nuove, si potrebbe dire che essa si afferma negando se stessa. Forse \u00e8 dire troppo, eppure solo in questi termini parlare di \u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 certo inevitabile e difficile, eppure possibile.<\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 92, autunno 2018, pp. 67-75.<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>NEL PANORAMA INTERNAZIONALE SI PARLA CON SEMPRE MAGGIORE ATTENZIONE DI ARTE AFRICANA CONTEMPORANEA. PROPONIAMO UNA (RI)LETTURA A PARTIRE DA QUANTO VISTO SULLA SCENA ITALIANA. Parlare di \u201carte africana contemporanea\u201d \u00e8 una questione difficile e lo \u00e8 per diversi motivi. Non solo perch\u00e9 l\u2019attuale discorso mediatico non sembra poter offrire alternative all\u2019equazione: \u201cafricano\u201d uguale \u201cprofugo\u201d, \u201cimmigrato\u201d. 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