{"id":113,"date":"2019-06-26T08:23:06","date_gmt":"2019-06-26T06:23:06","guid":{"rendered":"http:\/\/brookside.artstudioworks.net\/?p=113"},"modified":"2023-07-23T13:44:27","modified_gmt":"2023-07-23T11:44:27","slug":"calder-kentridge-teatro-costanzi-roma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/calder-kentridge-teatro-costanzi-roma\/","title":{"rendered":"Calder e Kentridge per il Teatro Costanzi di Roma"},"content":{"rendered":"<p class=\"testoArticolo\"><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">Giulio Carlo Argan pensava che Calder fosse al contempo <i>faber<\/i> e <i>ludens<\/i>, ed effettivamente, se solo pensiamo che per molti anni lo scultore americano port\u00f2 con s\u00e9 anche per lunghi tragitti, tra Europa e America, il suo <i>Cirque Calder<\/i> per dar vita a spettacoli che allestiva privatamente per i suoi amici oltre che per il pubblico pagante, la definizione risulta perfetta. L\u2019amore per il circo gli era nato lavorando per la \u201cNational Police Gazette\u201d, che gli aveva commissionato di seguire per quindici giorni i circhi Ringling Brothers e Barnum &amp; Bailey. Fu con le sue abili mani educate in una famiglia di artisti che realizz\u00f2 questo curioso dispositivo, fatto di fili metallici, cuoio, tessuti, marchingegni di recupero; lo usava azionando manualmente la scena anche per due ore consecutive. <br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">Dunque un artista che viveva della pienezza del proprio fare, e proprio questa immagine viene fuori dal testo che Giovanni Carandente scrisse per accompagnare lo spettacolo che Calder inscen\u00f2 l\u201911 marzo 1968 al Teatro dell\u2019Opera di Roma, su commissione dell\u2019allora direttore artistico Massimo Bogianckino. <br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">L\u2019artista americano aveva gi\u00e0 lavorato in Italia, con lo stesso Carandente, che nel 1962, in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, lo aveva invitato a partecipare a una manifestazione di grande spessore, <i>Sculture in citt\u00e0<\/i>, una delle prime esperienze italiane di scultura nello spazio pubblico. Calder realizz\u00f2 per Spoleto un\u2019importante opera monumentale, insieme a una serie di altri lavori.<br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.15pt;\">La proposta di Bogianckino risult\u00f2 per il grande scultore come un desiderio che finalmente prendeva corpo: \u00abAveva sognato da oltre trent\u2019anni\u00bb, testimoniava Carandente, \u00abdi realizzare uno spettacolo tutto per s\u00e9: i suoni e la scena con i suoi magici meccanismi al servizio di un fatto puramente visivo e dinamico\u00bb. Non doveva progettare semplicemente le scenografie, come aveva gi\u00e0 fatto in precedenza, per esempio per Martha Graham, con <i>Panorama<\/i> o <i>Horizons<\/i>, del 1936, o per il <i>Socrate<\/i> di Erik Satie, dello stesso anno. Aveva carta bianca per una scrittura drammaturgica vera e propria, che avrebbe permesso ai suoi <i>mobiles<\/i>, ai suoi <i>stabiles<\/i>, ai disegni, di dar vita a un assemblage plastico, visivo e sonoro in cui le relazioni esplicite e quelle implicite tra i singoli elementi avrebbero alimentato infinite possibili combinazioni. Entusiasta del progetto, Calder lavor\u00f2 giorno dopo giorno, in prima persona, artigianalmente, come aveva sempre fatto, come amava fare, <i>facendo<\/i> e <i>giocando<\/i> con materiali elementari e colori primari. Lo aveva appreso da Mondrian, con il quale da un certo momento in poi condivise non solo l\u2019amicizia, non solo il rigore dell\u2019essenzialit\u00e0, la disciplina del togliere, ma anche la tensione etica verso la costruzione di un equilibrio tra forme e colori teso verso quello universale. <br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.15pt;\">Nel progetto romano, librate nello spazio, ag\u00ecte dal tempo, le sue macchine a-funzionali condivisero la scena con i macchinisti che le governavano, con dei ciclisti che pedalavano in cerchio, con degli enormi disegni astratti che scendevano come quinte, con un grande mare stilizzato sul quale all\u2019orizzonte sfilavano creature marine\u2026 E poi c\u2019era la materia luminosa, colorata, vivace, che insieme alle musiche di Niccol\u00f2 Castiglioni, Aldo Clementi e Bruno Maderna rispondeva appieno alle esigenze spettacolari, ritmando perfettamente l\u2019articolazione del tutto.<br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">Per questo \u201cevento-spettacolo\u201d al Costanzi, Calder scelse il titolo <i>Work in progress<\/i>, mutuandolo da quello provvisorio che James Joyce aveva dato alla sua <i>Veglia di Finnegan<\/i>. Fa effetto pensare come, seppure molto avanti nella carriera, lo scultore nutrisse ancora interesse per la condizione di mutabilit\u00e0 nel tempo di un\u2019idea. Il titolo effettivamente questo implicava e involontariamente confermava il fatto che quel pensiero del movimento che aveva sostanziato tutto il suo lavoro non era stato soltanto un fortunato espediente formale ma corrispondeva a una visione del mondo, strutturava di fatto la sua persona.<br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">I diciannove minuti dello spettacolo \u2013 che venne messo in scena con la regia di Filippo Crivelli \u2013 sono leggiadri, freschi, giocosi, come lo sono tanti lavori di arte cinetica di quegli anni, ma \u00e8 bene ricordare che, come molta parte della produzione d\u2019avanguardia, quel tratto autonomo, <i>assoluto<\/i> \u2013 come avrebbero detto i suoi amici di Abstraction-Cr\u00e9ation e come scrisse lo stesso Sartre a proposito dei suoi <i>mobiles<\/i> \u2013, talvolta anche giocoso, rimandava in realt\u00e0 a contenuti radicali. Contenuti che oggi, in questa difficilissima congiuntura storica, \u00e8 forse necessario riproporre, ripensare, ed \u00e8 interessante il modo in cui lo ha fatto l\u2019attuale sovrintendente dell\u2019Opera Carlo Fuortes, che ha invitato a dialogare con Calder una delle figure pi\u00f9 stimate del panorama internazionale, William Kentridge, che gi\u00e0 nel 2017 nello stesso teatro aveva dato una rilettura della <i>Lulu<\/i> di Alban Berg. \u00abHo pensato che la carta, i frammenti di carta con cui mi esprimo da sempre, fossero l\u2019elemento giusto per aprire il dialogo con Calder\u00bb afferma l\u2019artista sudafricano, e fa diventare quei frammenti la matrice formale dell\u2019intero spettacolo, sia sul piano narrativo, evocando la Sibilla Cumana, con i suoi vaticini scritti su foglie di quercia, sia sul piano compositivo, costruendo una scena articolata, a tratti vorticosa, in cui appunti, giornali, pagine di libri si sovrappongono e si alternano in una proiezione che occupa l\u2019intera scena, mentre fogli di carta a terra, o nelle mani di attori dai costumi straordinari, funzionano come filo conduttore. Lo spettacolo infatti, complesso come tutti i lavori di Kentridge, fatti di disegni, di video, di canti, di installazioni, di animazioni, di musica, parla dell\u2019impossibilit\u00e0 di predire il futuro. I fogli con le profezie della Sibilla vengono ripetutamente letti ma poi volano via, gettati perch\u00e9 inadeguati a rispondere alle domande pressanti dell\u2019oggi. \u00abStavo riflettendo sul tema del nostro futuro \u2013 scrive Kentridge nel catalogo che accompagna il progetto \u2013, e sulla narrazione di ci\u00f2 che il destino ha in serbo per noi, cos\u00ec come facevano le Sibille. Questo \u00e8 stato il punto di incontro con il lavoro di Alexander Calder: entrambi questi elementi si uniscono nel modo in cui un\u2019opera viene realizzata materialmente. Alla fine del <em>Paradiso<\/em> di Dante c\u2019\u00e8 la storia riguardante la Sibilla Cumana. Le foglie volate via come in un vortice attorno a lei si trasformano nelle pagine del libro di Dante che vengono raccolte dal vento e messe assieme come in un libro. Secondo la narrazione si andava dalla Sibilla Cumana per farsi predire il futuro. Lei scriveva il destino su una foglia di quercia che lasciava sulla soglia dell\u2019antro, creando un mucchio di foglie; nel momento in cui si andava a recuperare la propria foglia di quercia, si alzava un soffio di vento che le mescolava e questo faceva s\u00ec che non si sapesse mai se si stesse scoprendo il proprio destino o quello di qualcun altro.\u00bb<br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">Domande misteriose e quesiti pi\u00f9 espliciti si contendono a intermittenza la scena, mentre il canto straordinario di Nhlanhla Mahlangu sulla musica del pianista africano Kyle Sheperd funge da asse portante dell\u2019intero spettacolo, facendo da catalizzatore di tutte le componenti di <i>Waiting for the Sibyl<\/i>, con una forza che sembrerebbe sottolineare come la vita, quella vera, la voce, quella umana, sono l\u2019unica certezza a partire dalla quale poter pensare di costruire qualcosa, condividendo un pensiero di futuro. <br \/>\n<\/span><span style=\"letter-spacing: -.1pt;\">I due eventi che il Teatro Costanzi ha messo in scena con l\u2019intento dichiarato di riattivare quel percorso di dialogo tra teatro e arti visive che lo aveva caratterizzato agli inizi del Novecento rappresentano due modalit\u00e0 opposte di rispondere a quell\u2019urgenza di confronto con la realt\u00e0 cui il teatro per sua natura conduce. Il primo, <i>Work in Progress<\/i>, assume la terza e la quarta dimensione come territori attraverso i quali ampliare il pensiero di un\u2019immagine astratta che, nonostante l\u2019azione dei ciclisti e dei macchinisti, rimane a tutti gli effetti un pensiero <i>assoluto<\/i>, per ritornare alle parole dei protagonisti di Abstration-Cr\u00e9ation. L\u2019altro, <i>Waiting for the Sibyl<\/i>, si alimenta e si struttura invece a partire dal caos della vita, lo penetra, lo scandaglia, lo mette in azione, ne esalta e ne intreccia le componenti. L\u2019opera, come sempre in Kentridge, nasce gi\u00e0 come una drammaturgia, e il palcoscenico \u00e8 il luogo pi\u00f9 naturale nel quale potersi inverare.<br \/>\n<\/span><\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 94, autunno 2019, pp. 104-105.<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Giulio Carlo Argan pensava che Calder fosse al contempo faber e ludens, ed effettivamente, se solo pensiamo che per molti anni lo scultore americano port\u00f2 con s\u00e9 anche per lunghi tragitti, tra Europa e America, il suo Cirque Calder per dar vita a spettacoli che allestiva privatamente per i suoi amici oltre che per il [&hellip;]<\/p>","protected":false},"author":1,"featured_media":1525,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"kt_blocks_editor_width":"","_links_to":"","_links_to_target":""},"categories":[29],"tags":[797,801,792,662,775,793,799,773,426,803,789,784,390,796,776,157,782,794,798,805,800,790,780,778,785,804,791,781,787,788,774,779,802,783,786,777,795,806,772,807],"autore":[53],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v15.9 - 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