{"id":439,"date":"2021-03-09T12:52:52","date_gmt":"2021-03-09T11:52:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteecritica.it\/?p=439"},"modified":"2023-07-23T15:29:04","modified_gmt":"2023-07-23T13:29:04","slug":"sara-enrico-enigmatico-abito-habitus","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/sara-enrico-enigmatico-abito-habitus\/","title":{"rendered":"Sara Enrico. Enigmatico Abito\/Habitus"},"content":{"rendered":"<p class=\"p1\"><span class=\"s1\">C\u2019\u00e8 una costante nel lavoro di Sara Enrico che credo impronti l\u2019intero suo procedere. Si tratta di una presenza affermativa, assertiva, fisica delle sue forme che viene costantemente alleggerita, ibridata, di fatto complicata da un processo dissimulatorio architettato in modo sottile. <\/span>La sua prassi risulta inventiva, meticolosa, con una forte componente concettuale, e al contempo \u00e8 appassionata, giocosa, generosa.<br \/>\nAndando con la mente ai suoi progetti, mi sembra spesso impegnata nel dar forma a una contraddizione, anzi, credo che la sua opera desideri proprio abitare la contraddizione. Certo, una contraddizione <i>sui generis<\/i>, che non ha pi\u00f9 nulla della veemenza provocatoria di cui si ammant\u00f2 agli inizi della modernit\u00e0. Piuttosto una contraddizione che \u00e8 passata attraverso la potenza sconquassante e vitalizzante del pensiero francese, quello decostruzionista in particolare, del quale conserva l\u2019istanza conoscitiva e insieme la disappartenenza all\u2019ordine corrente delle cose, puntando a cercarne un altro di una sostanza etica differente.<br \/>\n<span class=\"s1\">La contraddizione alla quale penso, e che vedo come fondamento della poetica di Sara Enrico, \u00e8 una sorta di struttura aporetica che diventa postura conoscitiva e coinvolge scenari inusuali. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">I suoi interventi, pensati soprattutto nello spazio, contengono un alto grado di interrogazione e si nutrono di costanti mutazioni.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Negli ultimi tempi hanno spesso un parterre narrativo sul quale impiantarsi. Ma \u00e8 impossibile rintracciarvi un\u2019unica narrazione, a meno che non si voglia ridurre la portata del lavoro, che \u00e8 invece sempre aperto, senza soluzioni, e si pone soprattutto come la drammaturgia oggettuale di un insieme di investigazioni.<br \/>\n<\/span>L\u2019artista stessa non potrebbe prediligere una narrazione sulle altre, perch\u00e9 la sua \u00e8 ogni volta un\u2019improvvisazione a partire da elementi che le sono cari e che inserisce nelle sue \u201cpartiture\u201d come fossero degli standard jazz. La narrazione \u00e8 tutta in potenza, e i piani per il suo dispiegamento sono numerosi, sofisticati. Hanno a che fare con i processi, con i cambiamenti di stadio della materia, con gli orizzonti culturali dei materiali, le loro memorie, con ci\u00f2 che accade nello spazio quando due forme, due oggetti, o \u201cle parti inerti\u201d, i \u201criverberi materiali\u201d dei linguaggi si trovano a convivere\u2026<br \/>\n<span class=\"s1\">C\u2019\u00e8 un paesaggio diegetico ricco, che fonde territori del sapere e discipline anche distanti, lasciando un grosso margine a chi guarda, un ampio terreno di \u201cconoscenza partecipativa\u201d.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Prendiamo ad esempio le due sculture realizzate per il PAV, a Torino, nel 2017. Cemento e pigmenti danno vita a due forme che evocano atteggiamenti antropomorfi in mezzo alla natura (<i>evocare<\/i> \u00e8 un termine ricorrente nelle sue dichiarazioni). Alla base del costrutto figurale c\u2019\u00e8 la forma e la semantica di un abito, la tuta, un indumento che venne disegnato per la prima volta negli anni Venti dal futurista Thayaht e che riscosse subito un grande successo per l\u2019economicit\u00e0 e la comodit\u00e0 che lo caratterizzavano. Da un\u2019unica pezza di stoffa e con poche cuciture si poteva ottenere un capo d\u2019abbigliamento dalle potenzialit\u00e0 enormi, capace di assicurare libert\u00e0 ai movimenti del corpo e di annullare finanche le differenze sociali. Ma la tuta, che oggi funziona come sinonimo di sport, relax, comodit\u00e0, tempo libero, era anche, in realt\u00e0, l\u2019abito da lavoro, e quindi un elemento tipico dello schema produttivo fordista. Cos\u00ec, sulla collina verde del PAV, queste sculture sembrano parlare di una riappropriazione del corpo, di una rivendicazione del tempo, disegnano ipotesi di movimenti nello spazio naturale, ma nel frattempo richiamano inevitabilmente quel pensiero operaista che a Torino ha avuto la sua pi\u00f9 ampia affermazione. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">A guardar bene, poi, non c\u2019\u00e8 alcun vero corpo e alcun vero movimento\u2026 Il piano, dicevo, \u00e8 evocativo, ed \u00e8 giocoso, ma intanto lascia aperto lo spazio a una questione, riuscendo a schivare la retorica, anzi, rilanciando un tema del quale da tempo si sono perse le tracce nel dibattito sia politico che sociale, il lavoro. Una narrazione possibile.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Al centro, comunque, il corpo, inserito dentro le sue coordinate ineludibili, lo spazio e il tempo. Concetti che possiamo trattare come astrazioni o che possiamo invece calare dentro il fluire del quotidiano.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_597\" aria-describedby=\"caption-attachment-597\" style=\"width: 830px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-597 size-full\" title=\"Introducing Sara Enrico: The Jumpsuit Theme, 2019, N\u00e1rodn\u00ed galerie Praha\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Introducing-Sara-Enrico_The-Jumpsuit-Theme_2019_2-min.jpg\" alt=\"Introducing Sara Enrico: The Jumpsuit Theme, veduta della mostra, 2019, N\u00e1rodn\u00ed galerie Praha. Foto N\u00e1rodn\u00ed galerie Praha, Katarina Huda\u010dinov\u00e1\" width=\"830\" height=\"551\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Introducing-Sara-Enrico_The-Jumpsuit-Theme_2019_2-min.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Introducing-Sara-Enrico_The-Jumpsuit-Theme_2019_2-min-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Introducing-Sara-Enrico_The-Jumpsuit-Theme_2019_2-min-600x398.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Introducing-Sara-Enrico_The-Jumpsuit-Theme_2019_2-min-768x510.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 830px) 100vw, 830px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-597\" class=\"wp-caption-text\"><em>Introducing Sara Enrico: The Jumpsuit Theme<\/em>, veduta della mostra, 2019, N\u00e1rodn\u00ed galerie Praha. Foto N\u00e1rodn\u00ed galerie Praha, Katarina Huda\u010dinov\u00e1<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"s1\"><b>Astrarre. Calcare.<\/b> Bene. Credo che Sara Enrico intrecci costantemente questi due piani: da una parte astrae, asciuga, raffredda, concettualizza, e dall\u2019altra imprime sulla pelle delle sue opere l\u2019identit\u00e0 fisica, <i>corposa<\/i>, delle cose. Che si tratti di sculture, di progetti digitali, di dipinti. Lavora sull\u2019impronta, sulla traccia, sul calco, fissa ossessivamente sulle superfici anche la pi\u00f9 impercettibile espressione del reale, per poi trasporlo in situazioni inverosimili, spesso visionarie.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Pensiamo alle casseforme in tessuto tecnico realizzate per eseguire le sculture del ciclo <i>The Jumpsuit Theme<\/i> \u2013 al quale in qualche modo si legano, sul piano ideativo, anche i due lavori del PAV \u2013 un progetto che ha vinto l\u2019Italian Council 2018 e che ha trovato attuazione nel 2019 in due tappe, al MART di Rovereto, a cura di Denis Isaia, e alla N\u00e1rodn\u00ed galerie di Praga, a cura di Adam Budak. Il fatto stesso di realizzare le casseforme con un materiale particolare come il tessuto da indumenti tradisce, oltre che un interesse per la sperimentazione, che gi\u00e0 di per s\u00e9 potrebbe rappresentare una componente identitaria del lavoro nei termini di un\u2019attitudine concettuale che si alimenta di una processualit\u00e0 artigianale, la quale a sua volta affonda le radici nel pensiero anarchico, tradisce, dicevo, una necessit\u00e0 di ibridare piani di esistenza fisica differenti, ovvero l\u2019abbigliamento sportivo con la scultura, il cemento dell\u2019edilizia con la sartoria, e di tracciarne sulle superfici le rispettive memorie, come se dalla contaminazione di materie e memorie differenti potessero attivarsi narrazioni altrimenti impossibili, eppure a loro modo necessarie. Come se si volesse dare vita a un altrove della sensibilit\u00e0 che per arrivare a lambire i lidi dell\u2019impossibilit\u00e0 debba necessariamente anche impregnare i sensi della fragranza fenomenica del reale.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Possiamo leggere tale complanarit\u00e0 anche tra forze di segno opposto e \u201csostanze\u201d di consistenza differenti, ad esempio la forza un po\u2019 cieca, inerte, del cemento che scorre dentro accoglienti e morbide casseforme in stoffa. \u00c8 accaduto anche nel lavoro presentato da Quartz, a Torino, sempre nel 2019: un telo di neoprene allestito a terra a evocare un possibile indumento, un mantello o una cappa, trova il suo accessorio\/spilla in uno scarabocchio fuso in bronzo. Due fusioni diverse, due materiali di aree semantiche opposte \u2013 uno antico, nobile, naturale, tutto interno all\u2019arte, l\u2019altro recente, chimico, legato al mondo del sub \u2013 messi insieme per creare il destino di una nuova forma. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Ma che tipo di forma? Una forma ambigua, che evoca mentre dissimula, che racconta mentre astrae. Ed \u00e8 sospesa. Attende.<\/p>\n<p><\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><figure id=\"attachment_608\" aria-describedby=\"caption-attachment-608\" style=\"width: 266px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-608\" title=\"Sara Enrico, Mirroring, dettaglio, 2019, Quartz Studio, Torino\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico_Mirroring_2019-min.jpg\" alt=\"Sara Enrico, Mirroring, dettaglio, 2019, Quartz Studio, Torino. Foto Beppe Giardino. Courtesy Quartz Studio e l'artista\" width=\"266\" height=\"382\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico_Mirroring_2019-min.jpg 707w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico_Mirroring_2019-min-300x432.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico_Mirroring_2019-min-600x863.jpg 600w\" sizes=\"(max-width: 266px) 100vw, 266px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-608\" class=\"wp-caption-text\">Sara Enrico, <em>Mirroring<\/em>, dettaglio, 2019, Quartz Studio, Torino. Foto Beppe Giardino. Courtesy Quartz Studio e l&#8217;artista<\/figcaption><\/figure> <figure id=\"attachment_603\" aria-describedby=\"caption-attachment-603\" style=\"width: 585px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-603\" title=\"Sara Enrico, Mirroring, 2019, Quartz Studio, Torino\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico-Mirroring-2019-min.jpg\" alt=\"Sara Enrico, Mirroring, veduta della mostra, 2019, Quartz Studio, Torino. Foto Beppe Giardino. Courtesy Quartz Studio e l'artista\" width=\"585\" height=\"389\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico-Mirroring-2019-min.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico-Mirroring-2019-min-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico-Mirroring-2019-min-600x399.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/sara-enrico-Mirroring-2019-min-768x511.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 585px) 100vw, 585px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-603\" class=\"wp-caption-text\">Sara Enrico, <em>Mirroring<\/em>, veduta della mostra, 2019, Quartz Studio, Torino. Foto Beppe Giardino. Courtesy Quartz Studio e l&#8217;artista<\/figcaption><\/figure><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"s1\">Torniamo a <i>The Jumpsuit Theme<\/i>, anzi, a uno dei due atti in cui \u00e8 articolato il lavoro, <i>Intermezzo<\/i>, al MART. Ci troviamo davanti a una scena e a una serie di \u201cattori\u201d. Tutti protagonisti. Nella tradizione teatrale, l\u2019intermezzo dovrebbe essere un pezzo breve, una pausa tra due atti, dovrebbe risultare dinamico e pronto a lasciare il posto ad altro. Invece qui il suo tempo si allunga, si sospende. Impossibile quantificarlo. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">La temporalit\u00e0 viene manipolata attraverso una precisa orchestrazione. Se ci si avvicina a una di quelle sculture a terra, con la piccola sfera rossa che si inframezza come fosse una palla di bimbo che colpisce un corpo piacevolmente sdraiato su un prato, si coglie la leggerezza di un frame di paesaggio, un\u2019immediatezza palpabile. Se ci si allontana e si guarda la scena nel suo insieme, si avverte invece un\u2019immobilit\u00e0 grave, solenne, che non si riesce quasi a gestire. La scena presenta un esubero di dettagli in assenza di contenuti espliciti. Appare come la somma di calchi narranti. Accenni di moto che non sono ancora pronti per diventare una coreografia.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Per strane vie il mio pensiero va a Giorgio Morandi, alla sua ossessione per la natura morta, sempre la stessa. Cosa cercava Morandi? Probabilmente cercava, derridianamente, l\u2019impossibile delle forme, ossia la loro essenza pi\u00f9 autentica, quella sganciata dall\u2019orizzonte della referenzialit\u00e0, quella che interrompe il regime delle possibilit\u00e0. Dalla ripetizione inesausta degli stessi oggetti familiari indagava la possibilit\u00e0 di catturare quell\u2019impossibile che ciascuno di essi portava in s\u00e9 e che fosse in grado di restituire loro l\u2019affrancamento dall\u2019ovviet\u00e0, dall\u2019usura. Cercava l\u2019impossibile per dare la vera esperienza del possibile. E intanto costruiva silenziosi teatri dell\u2019attesa.<br \/>\n<\/span><b>Attendere.<\/b> C\u2019\u00e8 un sentimento dell\u2019attesa che possiamo ritrovare in buona parte del lavoro di Sara Enrico. Si fa particolarmente evidente negli ultimi anni, sia ad esempio in <i>\u00e0 terre, en l\u2019air<\/i>, realizzato a Milano, da TILE Project Space, nel 2017, sia nel gi\u00e0 pi\u00f9 volte citato <i>The Jumpsuit Theme<\/i>. L\u2019attesa c\u2019\u00e8 perch\u00e9 oltre alle tante narrazioni che sono in procinto di prendere vita grazie alla strategia installativa, ognuna delle forme messe in campo \u00e8 stata dotata di un\u2019attitudine performativa, una energia specifica da liberare, un gesto da compiere, una memoria da far affiorare. E quest\u2019attitudine \u00e8 inscritta nel DNA stesso di quelle forme, frutto a loro volta di dichiarati processi performativi che hanno condotto a compenetrazioni di piani\/layers (fa impressione citare Boccioni, ma chiss\u00e0, magari qualcosa di quel pensiero trasformativo potrebbe inconsapevolmente annidarsi in qualche angolo), ibridazioni di materiali, mascheramenti, scambio di ruoli, di funzioni, di utilizzi.<br \/>\n<span class=\"s1\">L\u2019attesa che si respira nei suoi lavori \u00e8 pervasiva, ma non ha connotazioni nostalgiche. \u00c8 di segno positivo, gravida di tensioni generative. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Assume toni glamour da TILE, ironici da Quartz, solenni al MART, operosi a Praga. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">\u00c8 una sorta di eccedenza del tempo stesso dell\u2019opera e come tale viene \u201cformata\u201d, ossia manipolata, contribuendo a dar vita a una complessa e indeterminata strategia germinativa.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_617\" aria-describedby=\"caption-attachment-617\" style=\"width: 830px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-617 size-full\" title=\"Sara Enrico, The Jumpsuit Theme, 2019, MART, Rovereto\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Sare-Enrico-the-jumpsuit-theme-2019-mart-rovereto.jpg\" alt=\"Sara Enrico, The Jumpsuit Theme, veduta della mostra, dettaglio, 2019, MART, Rovereto. Foto Archivio fotografico MART, Alessandro Nassiri. Courtesy MART e l'artista\" width=\"830\" height=\"545\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Sare-Enrico-the-jumpsuit-theme-2019-mart-rovereto.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Sare-Enrico-the-jumpsuit-theme-2019-mart-rovereto-300x197.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Sare-Enrico-the-jumpsuit-theme-2019-mart-rovereto-600x394.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Sare-Enrico-the-jumpsuit-theme-2019-mart-rovereto-768x504.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 830px) 100vw, 830px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-617\" class=\"wp-caption-text\">Sara Enrico, <em>The Jumpsuit Theme<\/em>, veduta della mostra, dettaglio, 2019, MART, Rovereto. Foto Archivio fotografico MART, Alessandro Nassiri. Courtesy MART e l&#8217;artista<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"s1\"><b>Oggetti. Tessuti.<\/b> Non credo, come ha scritto recentemente Adam Budak nel bel saggio che accompagna <i>Camerino<\/i>, a Praga, che le sue sculture siano in definitiva quel che resta delle <i>grandi narrazioni<\/i>, ossia frammenti, lacerti, memorie&#8230; Credo al contrario che quegli abbozzi antropomorfi abbiano in s\u00e9 una carica, per l&#8217;appunto, germinale. Sono l\u2019inizio di un discorso da venire. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Non mi sembra un caso che il tema di fondo, o comunque almeno il sotto-testo, dei progetti recenti di Sara Enrico sia la sartoria, in un intreccio curioso con la scultura. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Oltre all\u2019evidente collegamento con le <i>soft sculptures<\/i> in tessuto di tante artiste novecentesche, e parallelamente al valore attribuito alla tradizione del cucito all\u2019interno degli Women\u2019s studies, qui c\u2019\u00e8 una visione della sartoria intesa soprattutto come pratica progettuale, come architettura dell\u2019abito, che nel suo condurre alla creazione di un indumento deve tener conto di una serie di fattori, tutti legati al corpo e alle sue molteplici necessit\u00e0 fisiche, funzionali, ma anche simboliche. Trovo che l\u2019idea perseguita a Praga di creare una struttura architettonica mediante un cartamodello ingigantito di una tuta riportato su tessuto sia particolarmente brillante. Capace di riunire in uno stesso spazio numerose discipline \u2013 moda, design, scultura, pittura, architettura, sport \u2013, ognuna un po\u2019 sviata dal proprio percorso abituale, eppure tutte protese verso la costruzione di qualcosa che per il momento \u00e8 solo abbozzato, ma che sta per diventare un abito. Un abito-casa, un abito-pelle, soprattutto un abito nuovo.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Ma per quale tipo di corpo? Siamo solo all\u2019inizio di un percorso. \u00c8 impossibile dirlo. Abbiamo solo qualche indizio, qualche parola chiave. L\u2019indeterminatezza \u00e8 reale. \u00c8 ancora tutto da costruire. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Tornando agli oggetti. Le <i>mises en sc\u00e8ne<\/i> realizzate da TILE Project, al MART e a Praga sono tutte concentrate su degli oggetti che in qualche modo potremmo definire di antidesign (con la a minuscola, senza in alcun modo volersi riferire al Design Radicale o, per l\u2019appunto, Anti-Design). Ma la motivazione non credo sia effettivamente quella formativa, costruttiva in senso stretto; non si tratta di disegnare davvero degli oggetti da utilizzare. Penso piuttosto che quelle presenze sfasate, deformate, abbozzate rappresentino un terreno di traslazioni dal quale poter guardare alla realt\u00e0, una sorta di mondo prelinguistico che si offre come dispositivo di visione e di percezione della realt\u00e0, con una evidente, e pi\u00f9 volte ribadita, istanza aptica.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">I suoi paesaggi oggettuali potrebbero forse per certi versi essere letti dentro una prospettiva Object Oriented, ma trovo pi\u00f9 interessante un riferimento <i>r\u00e9tro<\/i>, mi diverte di pi\u00f9 tornare a riflettere su quel regime dell\u2019<i>enigma<\/i> in cui si mossero De Chirico, Savinio, Magritte, in qualche modo lo stesso Morandi\u2026 <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Un\u2019interrogazione dell\u2019enigma che oggi non passa pi\u00f9 attraverso la relazione straniante tra elementi e luoghi noti quanto piuttosto attraverso una sorta di processazione multimedale dell\u2019esistente. Cos\u00ec nel caso di Sara Enrico l\u2019uso dei dispositivi tecnologici si ibrida con gesti umani elementari, la scansione elettronica degli oggetti con la pratica artigianale del cucire, la trama dei materiali sportivi dialettizza con la tecnica antica della fusione. E non si tratta di un\u2019epigonale mistura postmoderna, n\u00e9 tanto meno di una desolante lettura della realt\u00e0. Tutt\u2019altro. Mi sembra di scorgervi la presa d\u2019atto di una condizione e una conseguente reazione costruttiva, all\u2019interno di una visione complessiva che sembrerebbe riflettere sull\u2019operativit\u00e0 febbrile \u2013 e forse coatta \u2013 dei nostri tempi e insieme sulla necessit\u00e0 di una \u201crinascita di una facolt\u00e0 contemplativa\u201d. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">I tessuti sono dunque delle trame, e queste trame, sempre pi\u00f9 complesse, sempre pi\u00f9 fantasiose, diventano a loro modo, dei <i>temi<\/i>, delle <i>variazioni e improvvisazioni su un principio di costruzione<\/i>.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\"><b>\u201cTeatrando\u201d.<\/b> Sia il titolo della mostra da TILE Project Space, sia quelli in due tempi di <i>The Jumpsuit Theme<\/i> rimandano alla dimensione dello spettacolo, di un\u2019azione concertata in una scena. Il primo, <i>\u00e0 terre, en l\u2019air<\/i>, si riferisce ai pi\u00f9 tipici movimenti della danza. Gli altri due, <i>Intermezzo<\/i> e <i>Camerino<\/i>, hanno evidentemente a che fare con il teatro.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Il primo suggerisce un\u2019attivazione dinamica degli elementi nello spazio secondo una ipotetica scrittura coreografica. Gli altri riguardano la scrittura drammaturgica, quella scenica e la dimensione attoriale. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">L\u2019<i>Intermezzo<\/i> \u00e8 una pausa che prevede comunque un costrutto teatrale. Il <i>Camerino<\/i>, \u00e8 il luogo in cui si entra nei panni dell\u2019attore, ci si traveste per entrare in scena, oppure ci si libera di quei panni per tornare alla vita fuori scena, alla quotidianit\u00e0.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Quando Sara Enrico, con una esplicita scrittura scenocentrica, distribuisce nello spazio espositivo alcuni oggetti in cemento a terra, e sempre a terra, ma in verticale, alcuni alti pannelli bidimensionali che altro non sono che la traccia dei movimenti di una barra lignea sulla superficie di uno scanner \u2013 quindi, per intenderci, il calco di un\u2019azione \u2013 sta lavorando alla coabitazione scenica tra presenze irriconoscibili, ambigue, deformate. Si muove tra soggetti e oggetti, reali e virtuali.<br \/>\n<\/span>\u00c8 un gioco delle finzioni, in cui sia gli uni che gli altri hanno perso parte dell\u2019identit\u00e0 originaria e prendono teatralmente atto di un\u2019incompletezza, cercando un possibile completamento attraverso la relazione ignota con l\u2019altro da s\u00e9.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 <\/span>Cercano un completamento nuovo, costruiscono un\u2019intimit\u00e0, sono transfughi dalle aspettative sociali e dalle imposizioni comportamentali del contesto tardo capitalista. Hanno interrogato le ritualit\u00e0 ancestrali, gli scenari globalizzati, le visioni di genere, la liquidit\u00e0 digitale. Ora mettono in scena la ricerca di una identit\u00e0 differente, magari, chiss\u00e0, pensando anche ai \u201ccorpi naturali bioinerti\u201d di cui parla Vernadskij. E il \u201cguardatoio\u201d dal quale poter assistere a questo fruttuoso gioco \u00e8 proprio la scena teatrale, grazie ai suoi collaudati meccanismi riferibili allo \u201csguardo\u201d, con l\u2019ampia fenomenologia che li accompagna.<br \/>\n<span class=\"s1\"><b>Gender.<\/b> Echi di pensiero femminista si possono rintracciare nei lavori o nelle affermazioni dell\u2019artista torinese, e il suo interesse per il tessuto ci conduce facilmente, come notavo, ai Gender Studies. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Ma pu\u00f2 rimandare a problematiche di genere anche quell\u2019idea di opera totale presente in <i>Camerino<\/i> dove tutto, dall\u2019architettura, alla scultura, all\u2019anatomia, all\u2019abito, al movimento, si intreccia all\u2019insegna di una visione sartoriale. Un\u2019immagine forte, per la ricchezza dei rimandi e per la capacit\u00e0 di sintetizzare problematiche architettoniche, antropologiche, psicologiche, letterarie, politiche affrontate per decenni.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Credo per\u00f2 che il suo indagare il corpo si inscriva anche in una prospettiva pi\u00f9 ampia rispetto a quella gender. Il corpo biologico e quello sociale sui quali si interroga riguardano un mondo in cui nulla \u00e8 come sembra, le emozioni vanno reindagate, le relazioni rianalizzate, i ruoli riscritti, i valori riconfigurati, e non solo dal punto di vista del genere.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Mi pare di cogliere, tanto per toccare un aspetto, ma se ne potrebbero nominare altri, una riflessione sull\u2019estraneit\u00e0 a se stessi che pur partendo forse da un approccio gender, allarga lo sguardo e arriva a coinvolgere l\u2019arte, certa latente estraneit\u00e0 al proprio stesso statuto e quindi la necessit\u00e0 di reindagarne il corpo, ovvero la sostanza, le forme, le materie, i mascheramenti, la disciplina, il display. <br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Come leggere altrimenti un lavoro di qualche anno fa come <i>Twins<\/i> (2014), che amplia e interroga i modi della pittura, oppure di <i>RGB (skin)<\/i> e <i>Untitled (Jacquard)<\/i> (2011-2012), che giocano con il linguaggio digitale, o un intervento come <i>Intermezzo<\/i> che, rimandando al teatro, \u201cperforma\u201d altre discipline, interrogandosi sui confini e sui destini dei loro specifici.<br \/>\n<\/span><span class=\"s1\">Per tornare alla dissimulazione e soprattutto all\u2019ambiguit\u00e0 dalle quali ero partita, forse una delle cose che pi\u00f9 mi ha convinto dell\u2019intero lavoro di Sara \u2013 e che mi ha portato sia a decidere di scriverne che poi a segnalarla per l\u2019Italian Felloship presso l\u2019American Academy in Rome \u2013 \u00e8 stata proprio la percezione di una sua impostazione molto sensibile alle questioni di genere ma al contempo in qualche modo prospettivista, pronta a guardare anche oltre, a esplorare un oggi complesso e sdrucciolevole con il coraggio dell\u2019assunzione di angolazioni differenti, abbandonando percorsi troppo predeterminati, con addosso, ben portato, l\u2019<i>habitus <\/i>scomodo dell\u2019aporia. Probabilmente ricercando orizzonti conoscitivi e soprattutto etici che ancora stentiamo a intravedere.<\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 95, autunno &#8211; inverno 2020\/2021, pp. 16-23.<\/em><\/span><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 una costante nel lavoro di Sara Enrico che credo impronti l\u2019intero suo procedere. Si tratta di una presenza affermativa, assertiva, fisica delle sue forme che viene costantemente alleggerita, ibridata, di fatto complicata da un processo dissimulatorio architettato in modo sottile. 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