{"id":5859,"date":"2026-08-19T10:59:30","date_gmt":"2026-08-19T08:59:30","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteecritica.it\/?p=5859"},"modified":"2026-09-07T10:47:35","modified_gmt":"2026-09-07T08:47:35","slug":"riscoprire-taroni-cividin-1977-1984-in-due-volumi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/riscoprire-taroni-cividin-1977-1984-in-due-volumi\/","title":{"rendered":"Riscoprire Taroni-Cividin (1977-1984) in due volumi"},"content":{"rendered":"<p><strong>IL LAVORO DI ROBERTO TARONI E LUISA CIVIDIN \u00c8 AL CENTRO DI UNA COPPIA DI LIBRI EDITI DI RECENTE, <em>TARONI-CIVIDIN. PERFORMANCE, VIDEO, EXPANDED CINEMA (1977-1984<\/em>) E <em>DIZIONARIO TARONI-CIVIDIN. CONCETTI E PRATICHE PERFORMATIVE<\/em>, CHE SI COSTITUISCONO COME SPUNTO PER ALCUNE RIFLESSIONI. PAOLO E. ANTOGNOLI SI SOFFERMA SULLA NECESSIT\u00c0 DI RIVOLGERE UNA NUOVA ATTENZIONE ALLA SCENA ARTISTICA SPERIMENTALE DEGLI ANNI SETTANTA-OTTANTA DA UN PUNTO DI VISTA INTERDISCIPLINARE, PER COMPRENDERE STORICAMENTE I FENOMENI DI FRIZIONE E DI CONFLITTO CHE HANNO CARATTERIZZATO QUEGLI SCONFINAMENTI DISCIPLINARI\u00a0 DI CUI IL LAVORO DI TARONI-CIVIDIN \u00c8\u00a0 TESTIMONIANZA.<\/strong><\/p>\n<p>Sono stati editi recentemente due testi fondamentali per far conoscere a un pi\u00f9 largo pubblico il lavoro degli artisti Roberto Taroni e Luisa Cividin, colmando una lacuna storiografica sulle pratiche performative fra il 1977 e la met\u00e0 degli anni Ottanta, oscurate gi\u00e0 in quel tempo dall\u2019antagonismo fra Arte povera e Transavanguardia \u2013 che vennero poi recepite come due versioni contrapposte (progressive o\/e regressive che fossero) del medesimo fenomeno postmoderno.<br \/>\nIn realt\u00e0, oltre tale conflitto, possiamo riscontrare in quel tempo una pluralit\u00e0 di pratiche artistiche e in particolare performative in un panorama complesso e multipolare che soltanto negli ultimissimi anni si \u00e8 tornati a indagare, dopo una lunga distanza da quella folta bibliografia che negli anni Novanta s\u2019incentrava soprattutto sul corpo e su una rilettura della Body Art nelle sue appendici scientifico-tecnologiche \u2013 le immagini spettacolari del corpo genetico-mutante post-transumano che ebbero grande momento in quel tempo.<br \/>\nIl primo libro del 2023, edito da Silvana Editoriale, con l\u2019apporto dell\u2019<em>Italian Council<\/em> (X ed., 2021), <em>Taroni-Cividin. Performance, Video, Expanded Cinema (1977-1984)<\/em>, a cura di Jennifer Malvezzi e Flora Pitrolo, introdotto da Simone Venturini, raccoglie nuovi studi delle curatrici e di Caterina Iaquinta, documentazioni e scritti d\u2019epoca degli stessi artisti (il capitolo \u201cScritture\u201d), preziosi testi d\u2019archivio (di Gianni Manzella, Georg F. Schwarzbauer, Rossella Bonfiglioli e Giorgio Verzotti) e apparati ricchissimi di immagini e informazioni relativi allo straordinario lavoro prodotto dagli artisti in quel denso settennio di attivit\u00e0 dal \u201977 all\u201984 \u2013 che annovera una trentina di performance, un vasto materiale eterogeneo (videotapes, film 16mm e Super 8, foto e diapositive) spesso riutilizzato in quelle diverse occasioni. E sarebbe interessante in futuro anche approfondire la vicenda di Sixto\/Notes: lo spazio milanese no-profit da loro fondato e diretto, che trovava pochissimi riscontri, non solo in Italia, anche per la brillante programmazione.<br \/>\nIl volume pi\u00f9 recente, invece, contribuisce a rendere pi\u00f9 chiare le modalit\u00e0 in cui si \u00e8 articolato quel loro lavoro di <em>differenza<\/em>. Difatti il <em>Dizionario Taroni-Cividin. Concetti e pratiche performative<\/em>, a cura dello stesso Taroni e Daniele Vergni, edito da Bulzoni nel maggio 2024, presenta in elenco alfabetico una quarantina di termini indispensabili per approfondire i concetti-chiave del loro lavoro elaborati dagli artisti \u2013 ad es. <em>Attante<\/em>, <em>Autocitazione<\/em>, <em>Autoregolamentazione<\/em>, <em>Presentazione<\/em>, <em>Simultaneit\u00e0<\/em>, <em>Straniamento<\/em>, <em>Tempi<\/em> e molti altri. A ogni voce si articola un dialogo-intervista fra Vergni e Taroni che contribuisce a chiarificare efficacemente ogni concetto.<br \/>\nLa seconda parte del testo, invece, suddivisa in 27 capitoli, descrive con dovizia di dettagli, immagini dei progetti originali e descrizioni e informazioni delle principali performance di quegli anni, da <em>Putredo Paludis<\/em> del 1977 a <em>Interference<\/em> dell\u201982. I volumi, di cui il primo in edizione bilingue italiano-inglese, da consultare assieme, sono ambedue indispensabili per inquadrare questo lavoro ancora tutto da riscoprire. Perch\u00e9 procurarseli entrambi? Il primo libro del 2023, ad esempio, offre un poderoso corredo d\u2019immagini delle performance principali elencate sommariamente a fine volume. Mentre nel secondo libro, le performance sono esattamente ed esaustivamente descritte: un lavoro non da poco nel panorama bibliografico odierno in cui generalmente il lavoro degli artisti \u00e8 riportato in modo piuttosto sommario.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_5863\" aria-describedby=\"caption-attachment-5863\" style=\"width: 542px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-5863\" title=\"Taroni-Cividin, Intervallo al Limehouse 2, installazione\/performance, Sixto\/Notes, Milano, 1979. Foto Anna Meneguzzo\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/08\/3.-TC_pag.-55.jpg\" alt=\"Taroni-Cividin, Intervallo al Limehouse 2, installazione\/performance, Sixto\/Notes, Milano, 1979. 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Foto Anna Meneguzzo<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A seguito di queste due recenti pubblicazioni, dovr\u00e0 anche prestarsi nuova attenzione a quella scena artistica sperimentale fra anni Settanta e Ottanta da un punto di vista interdisciplinare. Forse non aiutano molto alla comprensione storica di quel tempo letture settoriali troppo limitate alla propria area di competenza \u2013 siano il teatro, il cinema, la musica o le arti visive coi relativi sottogeneri \u2013 senza tenere conto di quel comune campo largo in cui i vari sconfinamenti disciplinari trovavano forme di condivisione e contaminazione a seguito della ridefinizione e dei comuni allargamenti di visione dei vari singoli campi artistici. Ma sarebbe anche erroneo non tenere conto dei fenomeni di frizione e di conflitto verificatisi in questa pratica diffusa. Proprio il lavoro di Taroni-Cividin ce ne fornisce precise indicazioni.<br \/>\nNel corso di quegli anni, ad esempio, in cui la pratica teatrale si era appunto espansa fino a contaminarsi con le arti visive, i Taroni-Cividin, essendo molto presenti in rassegne teatrali di grande rilievo, hanno temuto di apparire come parte integrante di questo universo teatrale seppure in gestazione. E questo \u00e8 di fatto ci\u00f2 che percepirono o intendevano proporre operatori di primo piano del mondo teatrale quali Giuseppe Bartolucci o Franco Quadri. Invece, dal punto di vista del duo, le cose stavano piuttosto diversamente. E non a caso Pitrolo, nel primo volume, intitola il suo contributo sugli artisti <em>Il teatro mancato<\/em>, citando un discorso di Taroni in un\u2019intervista di Gianni Manzella del \u201979: \u00abDirei che ci si \u00e8 avvicinati al teatro per mancarlo [\u2026] per lateralit\u00e0 e direi pi\u00f9 che altro per caratteristiche di trasgressione tetica, in base a una riconsiderazione teorica di una pratica che non \u00e8, almeno a mio avviso, quella teatrale\u00bb.<br \/>\nDifatti, se il duo in Italia veniva invitato soprattutto in questo ambito s\u00ec sperimentale ma pur sempre di estrazione teatrale, all\u2019estero, invece, la loro presenza era di solito inquadrata all\u2019interno di rassegne pi\u00f9 strettamente legate alle arti visive. Per reazione, dunque, a letture troppo strette e a tentativi di cooptarli nel teatro, la pratica del duo intese permanere in una sorta di terra di nessuno fra diverse discipline (arti visive: performance e installazione dal vivo, arti plastiche e sperimentazione con diversi media\u2026) e che essi cercarono di fondere in un campo nuovo unitario. Anzi, accorgendosi ben presto di non appartenere a nessuna disciplina corrente, il lavoro di Taroni-Cividin si pose come azzeramento del gi\u00e0 fatto e come nuova indagine sperimentale del genere performance differenziandosi dal resto in modo originale.<br \/>\nLa differenza dal teatro, ad esempio \u2013 seguendo questa loro strategia del guardare a un oggetto per trasgredirlo \u2013 rispondeva innanzitutto al rifiuto della <em>rappresentazione<\/em> a favore della mera <em>presentazione<\/em> \u2013 <em>Vorstellung\/Darstellung<\/em>. Dunque, <em>attanza<\/em> contro attorialit\u00e0 \u2013 dato che l\u2019attante, a differenza dell\u2019attore, pu\u00f2 tagliare i ponti col recitare.<br \/>\nOltre che della finzione, c\u2019\u00e8 anche un rifiuto della passivit\u00e0 spettatoriale. Un atteggiamento che non facilitava la lettura empirica dello spettatore, il quale, di fronte alla progettualit\u00e0 piuttosto complessa dei due artisti, era spinto a speculare su quanto accadeva da una posizione minoritaria se pure creativa. L\u2019attenzione passava difatti dall\u2019azione visibile al dispositivo. E tramite il largo impiego di proiezioni e procedimenti mediali (dal <em>ralenti<\/em>, al <em>time-lapse<\/em>, all\u2019uso di tecniche video quali il <em>chroma-key<\/em>, ecc.), il tempo reale degli attanti e dell\u2019azione interagiva con il tempo dei media, delle immagini trasmesse in diretta o preregistrate, mettendo in questione la realt\u00e0 visibile, che diveniva straniata, ubiqua, incerta.<br \/>\nIn questo lavoro l\u2019atto performativo si <em>medializzava<\/em>, adottando una pluralit\u00e0 di <em>nuovi media <\/em>e allontandosi dal cosmo performativo della precedente stagione artistica \u2013 legato soprattutto, ma non solo, al corpo e alla Body Art. Pare tuttavia restrittivo definire questa pratica tramite ad esempio le lenti del cinema espanso o del teatro <em>post-concettualista<\/em> \u2013 che rientra poi nei ranghi del teatro tout court dalla met\u00e0 degli anni \u201980 \u2013 o peggio ancora del teatro multimediale o del videoteatro.<br \/>\nAppare invece rilevante che il duo azzeri completamente il citazionismo postmoderno allora invalso a favore, appunto, dell\u2019<em>autocitazione<\/em>. In quegli anni il superamento della logica esclusivamente negativa delle avanguardie portava non soltanto all\u2019autoriflessione post-concettualista, ma a un riguardare al passato \u2013 sia pure attualizzato \u2013 nelle forme predefinite della memoria collettiva o personale. Un universo linguistico postmoderno di semiosi infinite ed eterni ritorni che non ritrovavano mai la via del reale \u2013 solo semmai del <em>simulacro<\/em>.<br \/>\nSi direbbe invece che pure vivendo nello stesso milieu culturale, Taroni-Cividin, facendo centro sulla propria realt\u00e0 visibile <em>hic et nunc<\/em> nel tempo reale delle loro performance, abbiano prodotto alcuni anticorpi per una via originale o alternativa a questo tipo di postmoderno.<\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 100, primavera 2025, pp. 95-98.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IL LAVORO DI ROBERTO TARONI E LUISA CIVIDIN \u00c8 AL CENTRO DI UNA COPPIA DI LIBRI EDITI DI RECENTE, TARONI-CIVIDIN. PERFORMANCE, VIDEO, EXPANDED CINEMA (1977-1984) E DIZIONARIO TARONI-CIVIDIN. CONCETTI E PRATICHE PERFORMATIVE, CHE SI COSTITUISCONO COME SPUNTO PER ALCUNE RIFLESSIONI. PAOLO E. 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