{"id":6048,"date":"2026-09-25T18:15:42","date_gmt":"2026-09-25T16:15:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteecritica.it\/?p=6048"},"modified":"2026-09-25T18:15:55","modified_gmt":"2026-09-25T16:15:55","slug":"angelica-savinio-e-francesca-antonini-un-unico-lungo-percorso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/angelica-savinio-e-francesca-antonini-un-unico-lungo-percorso\/","title":{"rendered":"Angelica Savinio e Francesca Antonini. Un unico lungo percorso"},"content":{"rendered":"<p class=\"sommariettoinglese\"><strong>RECENTI LE CELEBRAZIONI DI UN SESSANTENNIO CHE HA VISTO AVVICENDARSI NELLO SPAZIO ROMANO LA CINQUANTENNALE ATTIVIT\u00c0 DELLA GALLERIA IL SEGNO E QUELLA ORMAI DECENNALE DELLA FRANCESCA ANTONINI ARTE CONTEMPORANEA. UNA STORIA CHE SI INTRECCIA CON L\u2019ALTRA, COSTITUENDO DI FATTO UN UNICO LUNGO PERCORSO.<\/strong><\/p>\n<p>Nel catalogo che nel 1994 celebrava i primi trent\u2019anni di attivit\u00e0 della sua galleria, Angelica Savinio, vivace e propositiva figlia d\u2019arte del secolo scorso, dichiarava con candore che quando nel 1964 Carla Panicali e Bruno Herlitzka le proposero di rilevare Il Segno, da loro fondato nel 1957, \u00abcon una certezza davvero non motivata\u00bb<sup>1<\/sup> sent\u00ec che sarebbe stata la sua destinazione definitiva.<br \/>\nAveva avuto qualche esperienza in gallerie romane significative, la Galleria Numero di Fiamma Vigo, La Salita di Gian Tomaso Liverani, la Marlborough di Panicali e Herlitzka, ma gli spazi raccolti di quel locale in cima a via Capo le Case, nel Palazzo de\u2019 Pupazzi, le erano parsi la dimensione giusta per portare avanti un\u2019attivit\u00e0 che voleva proporsi in piena continuit\u00e0 con quella originaria, e quindi concentrata su pittura, incisione e opere su carta.<br \/>\nC\u2019erano stati alcuni artisti amici a darle fiducia nell\u2019intraprendere un percorso individuale da gallerista: Dorazio, Scialoja, Novelli, Turcato, Mastroianni, Perilli, Capogrossi, Strazza, Ruggero Savinio, Giulia Napoleone. Alcuni di loro erano stati tra i maggiori animatori della scena romana fin dall\u2019immediato dopoguerra, quindi l\u2019inaugurazione, nel 1964, con Piero Dorazio era la giusta celebrazione di una delle figure che pi\u00f9 aveva operato per animare la cultura artistica italiana del dopoguerra, per internazionalizzarla, ma anche per ricollegarla al proprio passato (basti ricordare il lavoro che aveva svolto, insieme a Perilli e a Colla, per il recupero della figura di Balla, creando le condizioni affinch\u00e9 i suoi lavori venissero esposti negli Stati Uniti).<br \/>\nAprire nel \u201964 con una mostra di Dorazio significava fare delle scelte precise \u2013 a maggior ragione se si considera la famiglia dalla quale Angelica proveniva (Savinio &#8211; De Chirico) \u2013 e cio\u00e8, a partire dalla linea avviata da Carla Panicali, aderire alla poetica di quegli artisti che avevano rappresentato l\u2019avanguardia dei decenni precedenti. Dorazio era uno degli italiani pi\u00f9 stimati e pi\u00f9 riconosciuti a livello internazionale, sia in Europa \u2013 dove, ad esempio, aveva partecipato, oltre che alla Documenta del \u201959, alla mostra curata da Udo Kultermann nel \u201960, <em>Monochrome Malerei<\/em>, al Museo di Leverkusen \u2013 sia negli Stati Uniti, dove aveva vissuto ed esposto, e dove di l\u00ec a poco, nel 1965, sarebbe stato invitato alla celebre <a href=\"https:\/\/www.moma.org\/calendar\/exhibitions\/2914\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>The Responsive Eye<\/em><\/a> al MoMA. Senza contare che era anche un personaggio che si era sempre distinto per l\u2019impegno politico e civile, come polemista e come organizzatore di avventure espositive ed editoriali.<br \/>\nAprire con Dorazio a quella data voleva per\u00f2 anche dire non posizionarsi tra le gallerie concentrate sull\u2019ultima tendenza, non abbracciare il lavoro di quei giovanissimi che stavano segnando le svolte pi\u00f9 significative di quel decennio, ma questo Angelica lo sapeva, e lo scrisse molto chiaramente nel catalogo con il quale celebr\u00f2 i trent\u2019anni del Segno: \u00abRivedendo l\u2019attivit\u00e0 del Segno dal 1964 a oggi, appare evidente il proposito di aver voluto evitare di essere una galleria \u201cdi tendenza\u201d. Le scelte del Segno hanno accompagnato, ma solo marginalmente, le vicende dell\u2019arte in questi ultimi trent\u2019anni. Si \u00e8 cercato di mantenere comunque almeno una coerenza di programmi. Coerenza provocata e condizionata dalle dimensioni e dalla struttura raccolta della galleria. Dimensioni e struttura favorevoli a esposizioni di opere su carta, piccoli formati, grafica\u00bb.<br \/>\nMa Angelica Savinio era una donna aperta, brillante, e fu cos\u00ec che nel 1965, dopo aver dedicato una personale a Toti Scialoja, presentato in catalogo dal noto Harold Rosenberg (Scialoja era uno degli artisti che in quegli anni intratteneva rapporti stretti, anche grazie a sua moglie Gabriella Drudi, con il mondo americano e in particolare con gli espressionisti astratti, quindi la scelta di Rosenberg era perfettamente iscritta in quel <em>mood<\/em>), accolse uno spiazzante progetto statunitense, <em>American Supermarket<\/em>, che stravolgeva l\u2019assetto della galleria trasformandola in un emporio coloratissimo pieno di \u201cmerci\u201d accattivanti di Warhol, Rauschenberg, Lichtenstein, Oldenburg, Johns, Rosenquist e Watts. Roma, d\u2019altro canto, era pronta ad accogliere un\u2019operazione di questo genere, perch\u00e9 da oltre un decennio era frequentata da intellettuali, artisti, galleristi di grande levatura internazionale \u2013 soprattutto statunitense, grazie al cinema \u2013 e soprattutto perch\u00e9 alcune gallerie grintose, da La Tartaruga a L\u2019Obelisco per sintetizzare al massimo, avevano svolto un grande lavoro di valorizzazione dell\u2019arte italiana e di proposizione dei pi\u00f9 radicali artisti stranieri. Una foto dell\u2019opening con lo spazio gremito di persone testimonia ampiamente di questo clima altamente partecipativo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_6056\" aria-describedby=\"caption-attachment-6056\" style=\"width: 510px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-6056\" title=\"Una veduta della mostra American Supermarket, Il Segno, Roma, 1965. Foto Alfio Di Bella\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1-2.jpg\" alt=\"Una veduta della mostra American Supermarket, Il Segno, Roma, 1965. Foto Alfio Di Bella\" width=\"510\" height=\"352\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1-2.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1-2-768x530.jpg 768w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1-2-18x12.jpg 18w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1-2-300x207.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/1-2-600x414.jpg 600w\" sizes=\"(max-width: 510px) 100vw, 510px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-6056\" class=\"wp-caption-text\">Una veduta della mostra <em>American Supermarket<\/em>, Il Segno, Roma, 1965. Foto Alfio Di Bella<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In quello stesso fecondo 1965 in cui le mostre si susseguirono con una staffetta molto sincronizzata, dopo gli statunitensi che avevano spopolato alla Biennale dell\u2019anno precedente arrivarono collages, gouaches, sculture, pastelli e acquarelli di Gastone Novelli, che per l\u2019occasione realizz\u00f2 un catalogo in forma di fumetto con testi di Pierre Klossowski, Giorgio Manganelli e Alfredo Giuliani. Come dire, Angelica si muoveva tra la moda ormai irrinunciabile della Pop Art e l\u2019impegno radicale della riflessione sul linguaggio e sulla sua trasformazione.<br \/>\nE poi ancora, sempre in quell\u2019anno, una personale di Turcato, che espose piccoli potenti collages, e a dicembre una del grande Burri, anche in questo caso, come continuava ad essere nella vocazione della galleria, con un lavoro non appariscente ma prezioso, ovvero 25 piccole opere che illustravano <em>Le Rime<\/em> di Dante.<br \/>\nRitmo sostenuto e scelte coerenti caratterizzarono anche la stagione successiva, che apre con Capogrossi, prosegue con Perilli (il quale oltre a 21 acqueforti-acquetinte propone 7 disegni dedicati a Tristan Tzara, un omaggio che si inseriva all\u2019interno di un suo percorso di studio ormai decennale del movimento Dada, in sintonia con quanto avvenuto anche negli States e in altre parti d\u2019Europa), e continua con una ricca collettiva degli artisti del Gruppo Zero, dal titolo <em>Zero Avantgarde 1966<\/em>.<br \/>\nIl Segno proponeva dunque autori maturi e ampiamente riconosciuti, quegli stessi che tra una polemica e l\u2019altra, un raggruppamento e l\u2019altro, avevano creato la struttura culturale portante della citt\u00e0 e che adesso, oltre a dover tenere testa all\u2019incalzare di artisti stranieri molto pi\u00f9 supportati, e quindi pi\u00f9 forti (mi riferisco al sostegno pi\u00f9 o meno esplicito ricevuto dagli americani), dovevano fare i conti con il fermento della generazione emergente, la cui spinta era altrettanto determinata di quanto era stata la loro nell\u2019immediato dopoguerra.<br \/>\nLa posizione di Angelica \u00e8 chiara, ha dimostrato in questo primo anno e mezzo di attivit\u00e0 quali sono i suoi interessi, i suoi amici, i suoi intenti e il suo stile. Da quel momento in poi, per un\u2019intera vita, con una coerenza programmatica, ha continuato a lavorare con grandi artisti di fama alternati a giovani e meno giovani che intrigavano la sua curiosit\u00e0.<br \/>\nTrovo ad esempio nel regesto una mostra del marzo \u201967 dedicata a <em>Quindici giovani pittori moscoviti<\/em>, e scorrendo i nomi mi appare quello di un allora trentenne Ilja Kabakov che a quella data ancora non si era trasferito a Ovest (prima Vienna, poi gli Stati Uniti). Una annotazione della Savinio ben restituisce la dimensione in cui si operava e il profilo degli artisti invitati: \u00abRiuscii a visitare, a Mosca, in modo periglioso, un gruppo di quindici pittori dissidenti dalla linea ufficiale imposta. Questi artisti riuscirono a farmi arrivare a Roma, clandestinamente, alcuni loro disegni per una serie di mostre da tenere al Segno e in altre gallerie, in Italia e fuori d\u2019Italia\u00bb. <br \/>\n1968. Marzo. Mostra di Fausto Melotti. Angelica annota: \u00abProponendomi questa mostra di sue grandi sculture, Melotti aveva voluto interrompere un lungo silenzio, incomprensibile e ingiusto\u00bb. Quell\u2019anno, in giugno, la Biennale di Venezia verr\u00e0 contestata in modo aspro, molti ritireranno i lavori, lo stesso Novelli nella sua sala personale girer\u00e0 i quadri e vi scriver\u00e0 sopra \u00abLa Biennale \u00e8 fascista\u00bb. Le tensioni in atto erano molto forti.<br \/>\nMa il Segno continua a spaziare con le sue proposte, partecipando a distanza. Nel marzo \u201969, ad esempio, propone una mostra di disegni di Hans Richter degli anni di Dada, introdotti, per l\u2019appunto, da un testo di Perilli. \u00c8 evidente che Angelica tende a relazionarsi con artisti \u201cimpegnati\u201d. Ricordando quello stesso 1969 racconta ad esempio: \u00abOspitavamo in galleria una cartella di disegni che alcuni artisti avevano donato per aiutare giovani della sinistra extraparlamentare. Il caso volle che un architetto che doveva arredare la dimora estiva dello Sci\u00e0 di Persia scegliesse proprio quel gruppo di disegni. E cos\u00ec lo Sci\u00e0 di Persia, a sua insaputa\u2026\u00bb. Stessa cosa quando nel febbraio 1973 ospita una serie di lavori di Costantino Nivola, il quale dichiara: \u00abQuesti disegni li ho fatti come atto di solidariet\u00e0 con i dimostranti a Chicago durante la convenzione democratica del 1968\u00bb.<br \/>\nIn generale, l\u2019attivit\u00e0 del Segno rimane sempre molto varia, in uno stesso anno pu\u00f2 capitare di vedere, una dopo l\u2019altra, una mostra di Victor Vasarely (ottobre 1971), una di Sylvano Bussotti (novembre 1971) con partiture e costumi e una collettiva dedicata a Duchamp (dicembre 1971), con incisioni degli amici surrealisti e un quadro dell\u2019amico italiano Baruchello. E accade sovente che a fianco di esperimenti con artisti meno noti compaiono figure di importanti intellettuali, come Pierre Klossowski per citarne una, che espose una serie di disegni accompagnati in catalogo da un testo di Andr\u00e9 Masson: alcuni di quei disegni, riferisce Angelica, avevano un soggetto cos\u00ec \u00abardito\u00bb da richiedere un allestimento dietro una tenda.<br \/>\nNel corso degli anni tornano ripetutamente mostre dedicate ai Surrealisti, che sicuramente costituivano un orizzonte culturale familiare in casa Savinio, ed anche appuntamenti espositivi dedicati a specifici contesti di un passato ormai storicizzato, come quello sulla pittura austriaca degli anni Venti (1975), quello sul Simbolismo (1977) o quello sui Nazareni (1978), questi ultimi realizzati con l\u2019aiuto di Giuseppe Sprovieri. E questo avveniva proprio nel periodo in cui si stava preparando quel re-interessamento generalizzato verso il disegno, la pittura e soprattutto la storia, che caratterizzer\u00e0 gli anni Ottanta. Eventi internazionali (Bellmer, Arp, Le Corbusier, Man Ray, Mark Tobey, Richard Tuttle, Jim Dine, fra tutti) si intrecciavano ad altri pensati con gli artisti italiani, a loro volta molto diversi tra loro e appartenenti a generazioni differenti, da Licini, a Casorati, Leoncillo, Cintoli, Napoleone, Gnoli, Balestrini, Cucchi, tutte figure dalla forte identit\u00e0, tra le quali non manc\u00f2 di inserire n\u00e9 il padre, Alberto Savinio, con diverse piccole mostre, n\u00e9 lo zio, Giorgio de Chirico, in occasione del suo novantesimo compleanno.<br \/>\nPoi, nel 1993, dopo circa trent\u2019anni di lavoro, con la mostra <em>Treno. Sei artisti, sei scrittori, sei mostre veloci<\/em>, entra in gioco Francesca Antonini, la figlia di Angelica, che tra le immagini del pi\u00f9 volte citato catalogo del trentennale viene immortalata mentre, bambina, imparava a fare i collage sotto la guida di Hans Richter\u2026<br \/>\nI primi anni Novanta registrano a Roma ancora un certo fermento nella scena emergente, che la galleria, grazie alla presenza di Francesca, comincia a restituire, con mostre collettive dove gli artisti del decennio precedente convivono con i pi\u00f9 giovani. Francesca inizia ad introdurre alcune figure di coetanei o comunque di giovani che le interessano, in un passo doppio tra madre e figlia che caratterizzer\u00e0 la fisionomia della galleria per diverso tempo, per cui alle mostre di Burri, di Guerrini, di Novelli, Montessori, Colla, Melotti, e molti ancora si alternavano quelle di Maurizio Savini, Daniela Monaci, Gregorio Botta, Alessandra Giovannoni, Maurizio Pierfranceschi, Paolo Picozza e via dicendo, rispetto ai quali era evidente lo sguardo di Francesca. Fino a che, nel 2014, dopo cinquant\u2019anni di attivit\u00e0, la storia del Segno confluisce naturalmente in un nuovo progetto, la galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea, che mantiene riuniti gli artisti con i quali aveva condiviso le stagioni precedenti e nel frattempo avvia nuove collaborazioni, orientando sempre pi\u00f9 la ricerca verso gli emergenti.<br \/>\nGli artisti coinvolti negli ormai dieci anni di lavoro della nuova galleria \u2013 che uniti ai cinquanta del Segno raccontano di un sessantennio fitto di esperienze tra le mura di via Capo le Case \u2013 sono tanti, da Monica Carocci a Gioacchino Pontrelli, da Guglielmo Castelli a Simone Cametti, da Enrico Tealdi e Sabrina Casadei ad Alice Faloretti, seguiti e supportati all\u2019interno di una dimensione professionale che in termini relazionali, come emerge dalle loro stesse parole, molto ha del familiare.<br \/>\nPer chiudere: sulla scorta dell\u2019abitudine alle collaborazioni che era gi\u00e0 appartenuta ad Angelica, Francesca aveva introdotto molto presto, negli anni Novanta, una modalit\u00e0 che ha poi ripreso in tempi pi\u00f9 recenti, e cio\u00e8 quella di ospitare altre gallerie a presentare i propri artisti. Nel 1996 invit\u00f2 con tempestivit\u00e0 la Galleria Continua, che port\u00f2 a Roma Guido De Zan, Davide Nido, Manuela Sedmach e Serse; nelle ultime stagioni ha ripreso quell\u2019idea e le ha dato un nome, <em>Assolo<\/em>, trasformandola in un ciclo di mostre personali di artisti che lavorano con altre giovani gallerie, programmato con cadenze precise all\u2019interno del programma espositivo. Una strategia che garantisce mobilit\u00e0 progettuale e ampliamento di esperienze, in un piacere per la condivisione che in tutti i settori si va attestando come una dimensione operativa sempre pi\u00f9 necessaria e rigenerativa.<\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 100, primavera 2025, pp. 86-89.<\/em><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 10pt;\">1. Questa citazione e le altre nel testo sono tratte dal catalogo Angelica Savinio e Francesca Antonini (a cura di), <em>Il Segno 1964-1994. Per i trent\u2019anni<\/em>, Roma, 1994.<\/span><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>RECENTI LE CELEBRAZIONI DI UN SESSANTENNIO CHE HA VISTO AVVICENDARSI NELLO SPAZIO ROMANO LA CINQUANTENNALE ATTIVIT\u00c0 DELLA GALLERIA IL SEGNO E QUELLA ORMAI DECENNALE DELLA FRANCESCA ANTONINI ARTE CONTEMPORANEA. UNA STORIA CHE SI INTRECCIA CON L\u2019ALTRA, COSTITUENDO DI FATTO UN UNICO LUNGO PERCORSO. 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