{"id":637,"date":"2021-03-09T10:22:50","date_gmt":"2021-03-09T09:22:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteecritica.it\/?p=637"},"modified":"2023-07-22T16:10:22","modified_gmt":"2023-07-22T14:10:22","slug":"virus-2020-germano-celant-maurizio-calvesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/virus-2020-germano-celant-maurizio-calvesi\/","title":{"rendered":"Un virus cambia i nostri comportamenti. Il percorso interrotto di Germano Celant. La dipartita silenziosa di Maurizio Calvesi"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\"><strong>I.<\/strong> <strong>Un virus cambia i nostri comportamenti <\/strong><\/p>\n<p>Il 2020 sar\u00e0 un anno da ricordare. E ce lo ricorderemo. L\u2019anno in cui un virus ha innescato un processo di trasformazione radicale nel nostro stile di vita. Da posizione remota e a prova di contagio, l\u2019illuminato Bill Gates, uno dei principali finanziatori dell\u2019OMS, ha pronosticato la fine della pandemia per il 2022, ma la letteratura distopica, che nel frattempo si va producendo copiosa, lascia presagire diversi apocalittici scenari. Comunque, almeno per il momento, sembra scampato il pericolo di un altro lockdown, il che rende meno traumatica l\u2019imposizione di un cambiamento di abitudini che, per fortuna, pensando a quelle buone, sono dure a morire.<br \/>\nIntanto, c\u2019\u00e8 chi ha consigliato di evitare anche il saluto con il gomito. Un gesto al quale gi\u00e0 non pochi si sono rifiutati, avvertendolo come l\u2019inizio di una metamorfosi nei comportamenti, un nuovo stile di vita, appunto, imposto per ribadire il <em>social<\/em> <em>distancing<\/em>, chiamato anche, e forse sarebbe stato meglio adottarne la traduzione, <em>physical distancing<\/em>.<br \/>\nSe avessimo dovuto giudicare quel gesto, il <em>darsi<\/em> il gomito, dal punto di vista estetico, che \u00e8 poi quello che pi\u00f9 ci compete \u2013 anche dopo che l\u2019arte ha intrapreso il doppio binario dell\u2019<em>artistico<\/em> e dell\u2019<em>estetico<\/em> nell\u2019uso che ne ha fatto Calvesi (sull\u2019argomento si possono leggere pagine altres\u00ec significative di Argan o di Menna, nelle loro differenti visioni) \u2013 non potremmo certo non giudicarlo poco elegante, come di corpo menomato. Ma ovviamente non erano queste le ragioni per cui veniva sconsigliato, quanto piuttosto per tenere le debite distanze, quelle distanze che si addicevano una volta semplicemente alla buona educazione, \u201cnon avvicinarsi troppo alle persone con le quali si parla\u201d era considerato un segno di rispetto e non di alito infetto.<br \/>\nIl gesto sgraziato del contatto di gomito si consiglia ora di sostituirlo con un altro, quello di portare la mano al cuore. Supremo gesto, sicuramente pacificato con il senso estetico e persino un po\u2019 cavalleresco. Un gesto che interpretato simbolicamente, che \u00e8 poi un\u2019altra delle competenze dell\u2019arte, varrebbe molto di pi\u00f9 che non soltanto per il senso pratico di evitare il contatto.<br \/>\nPotrebbe valere, per esempio, come indicazione di una aggiunta, di quel surplus che trasformerebbe il gesto in valore etico, che ha anch\u2019esso sempre avuto a che fare con l\u2019arte.<br \/>\nLa mano al cuore, il cuore in mano, sarebbe allora davvero un gesto carico di storia e potenzialmente pieno di esiti, come una stretta di mano che suggellava un patto per la vita. Un <em>beau geste<\/em>, che interpretato secondo i valori che la storia dell\u2019arte presuppone, potrebbe esprimere la propria potenzialit\u00e0, sviluppare un pi\u00f9 <em>socievole<\/em> stile di vita. Se non fosse che in quella scelta non c\u2019\u00e8 traccia di motivazione estetica, di senso etico o di valore simbolico, ma soltanto un mero aspetto funzionale.<\/p>\n<p>\n<strong>II.<\/strong> <strong>Il percorso interrotto di Germano Celant<\/strong><\/p>\n<p>Il virus ha avuto gi\u00e0 le sue vittime illustri. Il pensiero va, per quel che ci riguarda, a Germano Celant, che al rientro a Milano da uno dei suoi innumerevoli viaggi a New York, contagiato dal Covid-19, \u00e8 stato ricoverato al San Raffaele dove \u00e8 deceduto il 29 aprile.<br \/>\nPensando al suo lavoro, tutti concordano che il suo grande merito \u00e8 stato quello di aver prodotto la teoria dell\u2019Arte povera, che oltre ad aver reso celebri gli artisti coinvolti, ha avuto il valore di rappresentare le tensioni che agivano in profondit\u00e0 nel <em>mare magnum<\/em> dell\u2019arte contemporanea dalla met\u00e0 degli anni Sessanta.<br \/>\nUn prestigio che a onor del vero deve condividere con altri, con Tommaso Trini, prima di tutti, che ha svolto un\u2019azione ravvicinata di lettura e interpretazione delle istanze che hanno mosso quella generazione protagonista. Ma anche con Alberto Boatto e con Maurizio Calvesi che, di una decina di anni pi\u00f9 grandi, hanno saputo riconoscere in quei giovani l\u2019energia trasformatrice che ha determinato il clima di rinnovamento del processo artistico all\u2019insegna delle istanze dell\u2019avanguardia, e allo stesso tempo hanno scorto i rischi di quel passaggio. Il loro contributo teorico e pratico, assieme a quello di pochi altri che segnalarono al mondo con tempestivit\u00e0 le novit\u00e0 del momento, costituisce oggi un\u2019importante eredit\u00e0, indispensabile per una corretta interpretazione di quegli anni.<br \/>\nAll\u2019interno di quella compagine, il merito particolare di Celant \u00e8 stato quello di avere intrecciato, rinforzandone la teoria, l\u2019Arte povera con la Land Art e la Conceptual Art. Significative risultano in particolare tre occasioni: nel 1970, quando alla Galleria d\u2019Arte Moderna di Torino propose la mostra <em>land art \/ arte povera \/ conceptual art<\/em>; nel \u201974, con una conferenza dal medesimo titolo alla Galleria Nazionale d\u2019Arte Moderna di Roma e un paio di anni dopo con la pubblicazione, con il Centro Di di Firenze, del volume <em>Precronistoria. 1966-69<\/em>, che ampliava il campo alla Minimal Art, alla Body Art, all\u2019Arte ambientale e ai nuovi media. Stava formulando cos\u00ec una teoria <em>espansa<\/em> che si faceva interprete di un nuovo modo di intendere il lavoro in un\u2019area che potremmo definire <em>concettuale<\/em> (a prescindere, o oltre la teoria di Kosuth, evidentemente), che vedeva uniti, in particolare, artisti americani e italiani. Una zona che rientrava esattamente nell\u2019ambito separato dell\u2019<em>estetico<\/em> a scapito dell\u2019<em>artistico<\/em>.<br \/>\nQuella teoria lo porter\u00e0 ad occupare un ruolo di prestigio a livello internazionale (a questo pot\u00e9, oltre la teoria, la sua grande capacit\u00e0 manageriale svolta tra i <em>due mondi<\/em>), anche se \u00e8 ricordato comunque come il gran cerimoniere dell\u2019Arte povera, basti scorrere, anche velocemente, le notizie della sua scomparsa sulla stampa internazionale: \u201c\u2026the Towering Italian Art Critic Who Gave the World Arte Povera\u201d, \u201cthe Art Historian Who Coined Arte Povera\u201d, \u201c\u2026known for his championing of the Arte Povera movement\u201d.<br \/>\nIn Italia Celant \u00e8 stato certamente il pi\u00f9 internazionale dei critici militanti, nato con una generazione che ha saputo presentarsi al mondo come un nuovo soggetto politico in grado di esercitare una eccezionale pressione a livello mondiale.<br \/>\n<em>Appunti per una guerriglia <\/em>(1967), il testo di partenza della sua teoria, testimonia di questo carattere generazionale e internazionale. Vi si ritrovano le idee ma anche gli obiettivi diffusi nella seconda met\u00e0 degli anni Sessanta (quando nacque, come ricordava Perniola, il Sessantotto) non solo tra gli artisti, ma soprattutto tra gli intellettuali o pi\u00f9 semplicemente tra i giovani, che vedevano per il soddisfacimento delle loro esigenze l\u2019urgenza di ribellarsi a una cultura rigida e autoritaria, che avvertivano la necessit\u00e0 di scardinare le istituzioni borghesi, come l\u2019arte, appunto, riproponendo tematiche e comportamenti in continuit\u00e0 con l\u2019avanguardia, predicando la libera creativit\u00e0 e la sovrapposizione di arte e realt\u00e0.<br \/>\nIn quegli <em>Appunti<\/em> non c\u2019\u00e8 alcuna indicazione sulle condizioni storiche; c\u2019\u00e8 invece una presa di posizione generazionale, e in quanto tale transnazionale, contro il consumismo, finanche contro la coerenza pensata come repressiva. C\u2019\u00e8 la rivendicazione della libert\u00e0 oltre i vincoli naturali e storici che la societ\u00e0 imponeva: \u201cL\u2019artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilit\u00e0, sorprendere e colpire\u2026\u201d.<br \/>\nEra il \u201967, nel giro di poco tempo quel discorso da metaforico diverr\u00e0 reale, il Sessantotto e la recrudescenza degli anni a seguire porteranno la consapevolezza che l\u2019<em>estetico<\/em> cedeva il passo al <em>politico<\/em>.<br \/>\nDopo il trambusto degli anni Settanta, proprio allo scadere del decennio, in un confronto tra generazioni, avvenne un profondo cambiamento di sensibilit\u00e0. Con altrettanto carattere internazionale, gli artisti pi\u00f9 giovani si riappropriarono della pittura proponendo una serie di varianti sostanzialmente riconducibili nei contenuti e nelle forme a un generico <em>neo-espressionismo<\/em>. In tal modo si recuperava un\u2019attenzione sia per certa tradizione modernista che per certa attenzione alle forme espressive, ci si riappropriava, in sostanza, della dimensione dell\u2019<em>artistico<\/em>.<br \/>\nCelant reag\u00ec a questo con un saggio-manifesto dall\u2019inequivocabile titolo <em>Inespressionismo<\/em>. <em>L\u2019arte oltre il contemporaneo<\/em> (1988). Una dichiarazione di fiducia sul flirt che un gruppo di artisti intratteneva con la produzione televisiva, tecnologica e industriale, che ribadiva le ragioni dell\u2019Arte povera e dell\u2019area concettuale gi\u00e0 legata ai media. Queste ne usciranno rafforzate, ma sar\u00e0 poi nel corso degli anni Novanta che si schiariranno definitivamente gli obiettivi: confermare i valori di una pratica artistica tutta incentrata sul <em>presente<\/em> di un mondo trasnazionale e liberista.<br \/>\nMa nonostante la coerenza dimostrata, gli anni che seguirono contenevano problemi che emersero proprio in ragione del raggiungimento di parte degli obiettivi posti nel Sessantotto. Sembr\u00f2 ormai evidente la direzione lungo la quale ci si era spostati, quella del post-moderno, con la caduta delle ideologie, con la fine della storia, con la crisi delle grandi narrazioni (della religione, del marxismo, del progresso) e anche dell\u2019Avanguardia.<br \/>\nCelant \u00e8 appartenuto a quella generazione che ha prodotto il Sessantotto, ovvero che ha proposto e in parte praticato il rapporto tra arte e potere, tra immaginazione e realt\u00e0. Una generazione partita dalla trasnazionalit\u00e0 e in molti casi approdata alla globalizzazione.<br \/>\nI mezzi espressivi adottati nel corso degli anni Sessanta, l\u2019uso degli oggetti, del corpo, della fotografia, del videotape, ecc., che avevano segnato la fase di rottura e di superamento delle forme pi\u00f9 tradizionali, si sono consolidati e trasformati in codici espressivi, in linguaggi accademici, perdendo cos\u00ec la loro naturale capacit\u00e0 di <em>provocazione<\/em> che gli permetteva di rompere le superficialit\u00e0 consolidate e smuovere la realt\u00e0 nel profondo.<br \/>\nNessuna soluzione di continuit\u00e0 per Celant, interrotto di colpo nel pieno esercizio delle sue funzioni di <em>guerrigliero<\/em> dell\u2019Arte povera e di critico <em>super<\/em> militante, <em>no borders<\/em>, <em>no limits<\/em> alla sorprendente et\u00e0 di ottant\u2019anni.<\/p>\n<p>\n<strong>III.<\/strong> <strong>La dipartita silenziosa di Maurizio Calvesi<\/strong><\/p>\n<p>Il 24 luglio scorso \u00e8 scomparso a novantadue anni Maurizio Calvesi. Da qualche tempo era rimasto silenzioso, offrendo un\u2019immagine pensosa e riflessiva.<br \/>\nDevo ricordarlo con riconoscenza per il viaggio che intraprese per venire a presentare all\u2019Archiginnasio di Bologna, insieme a Giovanni Castagnoli, il primo numero di \u201cArte e Critica\u201d; con riconoscenza per gli inviti che mi rivolse a partecipare ai convegni dedicati a Lionello Venturi e a Giulio Carlo Argan da lui curati alla Sapienza e soprattutto per il suo insegnamento ancora vivo. Eppure, le ragioni precipue di queste righe, senza voler passare in sott\u2019ordine l\u2019impareggiabile studio su Caravaggio o l\u2019originale interpretazione di Duchamp, risiedono soprattutto nell\u2019importanza che il suo lavoro di storico e di critico d\u2019arte ha avuto per la rilettura del Novecento.<br \/>\nUn attraversamento storico, una <em>ri-storia<\/em> come lui l\u2019ha chiamata, che lo ha portato a individuare nascita sviluppo e dissolvimento di quel nucleo di idee e di pratiche artistiche che ha caratterizzato l\u2019avanguardia. Una <em>ri-storia<\/em>, dove lo storico e il critico agivano in simultaneit\u00e0, che ha liberato il Futurismo dalla soffocante e riduttiva interpretazione ideologica che lo intrappolava nei suoi aspetti pi\u00f9 superficiali, riscattandolo dall\u2019accusa di essere guerrafondaio e fascista, provinciale e attardato su posizioni positiviste e, soprattutto, fornendone un\u2019interpretazione che ne ha esaltato tanto la potenza innovativa e scardinante quanto l\u2019energia anticipatrice di quelle istanze che, riprese dal Dadaismo e dal Surrealismo, rimbalzarono poi nelle esperienze degli anni Sessanta fino all\u2019Arte povera (ricordava Calvesi che in un primo momento Celant pensava di chiamarla neo-futurismo) ed essendo questa inserita in quella teoria <em>espansa<\/em> prima indicata, ribadiva indirettamente quella continuit\u00e0, evidenziandone il possibile raccordo con le esperienze americane ed europee.<br \/>\nMa la sua riscrittura non si \u00e8 fermata a questo punto, ovvero alla scena da cui si apre il Sessantotto. Se cos\u00ec fosse stato, sarebbe rimasto imbrigliato in quello stesso flusso di corrente che ha spinto la critica <em>militante<\/em> oltre la propria disciplina (parallelamente alla \u201ccritica operativa\u201d in architettura), verso un\u2019interpretazione ideologica che si addiceva pi\u00f9 al <em>politico<\/em> che non all\u2019arte, considerata pure nei due rami dell\u2019<em>artistico<\/em> e dell\u2019<em>estetico<\/em>.<br \/>\nCalvesi \u00e8 andato oltre, ha indagato gli effetti prodotti dal nesso Futurismo-Dadaismo-Surrealismo e contestazione giovanile nei moti propri del Sessantotto prima e del Settantasette poi, mettendo in evidenza come il passaggio dall\u2019\u00e9lite artistica alla cultura di massa abbia minato le basi su cui si reggeva la stessa idea di avanguardia. Nondimeno, egli ha contribuito e a volte determinato il successo di questo o quell\u2019artista, o richiamato l\u2019attenzione su questa o quella tendenza, provocando il corso degli avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni Sessanta e buona parte dei Settanta. Ha partecipato e sostenuto una rosa importante di artisti (da Schifano a Ceroli, da Pascali a Kounellis, da Paolini a Tacchi, da Pistoletto a Pisani), in sintonia con l\u2019attivit\u00e0 di gallerie come La Tartaruga o L\u2019Attico, con le quali ha scritto, per mostre come <em>Fuoco Immagine Acqua Terra<\/em> e <em>Teatro delle mostre<\/em>, testi rimasti pietre miliari, documenti indispensabili per una corretta comprensione di quegli avvenimenti che cambiarono il pensiero e la prassi dell\u2019arte. Senza dimenticare la sua partecipazione a eventi istituzionali e la sua attivit\u00e0 giornalistica, che di quegli avvenimenti legati alla cronaca ha fatto un\u2019occasione di riflessione ancora insuperata.<br \/>\nNon che Calvesi si sia sottratto alla critica militante, tutt\u2019altro, solo che lo ha fatto con una consapevolezza pi\u00f9 ampia, con quel respiro poi venuto meno con la generazione successiva, tutta impegnata a far leva sul presente (a cercare di cambiarlo). Un presente senza storia, incapace di rintracciare le proprie origini o individuare le ragioni del proprio essere. Questo \u00e8 uno dei motivi, o forse una delle conseguenze, per cui l\u2019avanguardia \u00e8 rimasta vittima del procedimento, individuato dallo stesso Calvesi, dello \u201cspossessamento e sorpasso\u201d su cui si reggeva. Un tema che nel giunto Futurismo-Dadaismo-Surrealismo si era espresso in senso diacronico; che negli anni a cavallo tra Sessanta e Settanta, in concomitanza con l\u2019affermarsi delle pratiche del comportamento, dell\u2019uso del corpo (Body Art), della fotografia, del videotape, ecc. si espresse in senso sincronico, e che infine, in relazione al <em>Movimento<\/em>, si esprimer\u00e0 nel differenziale qualit\u00e0 \/ quantit\u00e0. Insomma, lo slogan \u201cspossessamento e sorpasso\u201d far\u00e0 da modello alle \u201c<em>culture alternative <\/em>\u00a0\u2013 sono parole sue \u2013 dove l\u2019<em>estetico<\/em> cede sempre pi\u00f9 al <em>politico<\/em> (pubblico e privato)\u201d.<br \/>\nQuello del rapporto tra creativit\u00e0 e potere, tra arte e politica \u00e8 un tema che connetteva tutta l\u2019avanguardia e che Calvesi ha seguito con estrema attenzione, mettendo in relazione <em>Artecrazia<\/em> e <em>Gli artisti al potere<\/em> di Marinetti con l\u2019<em>imagination au pouvoir<\/em>, uno dei motti del Sessantotto che riecheggiava quello che Breton, con generosa e intelligente variazione \u2013 ammetteva Calvesi \u2013\u00ad aveva mutuato dai futuristi. E poi il rimbalzo dell\u2019<em>immaginazione al potere<\/em> nei fatti di Bologna del Settantasette, tra neodadaismo bifiano e Indiani metropolitani. Un motivo, quello della creativit\u00e0 e dell\u2019immaginazione, \u201cesaltate come forze rivoluzionarie e destinate a prendere il potere\u201d.<br \/>\nMa l\u2019<em>immaginazione al potere<\/em> segna tanto l\u2019esproprio dell\u2019artista dal suo ambito preferenziale quanto quello dell\u2019intellettuale. A essi non resta altra scelta che l\u2019esercizio del potere. Forse c\u2019era una terza via, che veniva indicata proprio in quegli anni da Deleuze e Guattari, ma alla quale Calvesi sembra non credere quando parla di \u201cirrimediabile separatezza\u201d, intendendo, appunto, quella tra arte e potere (politico).<br \/>\nSpesso \u00e8 stata indicata a suo nocumento la vicenda legata alla teoria dell\u2019Anacronismo, che ne ha segnato poi l\u2019uscita dall\u2019agone della critica attiva. Un abbaglio? Un disvelamento improvviso della sua vera natura? Il fatto \u00e8 che al debutto degli anni Ottanta la crisi dell\u2019avanguardia, che Calvesi aveva evidenziato con tempestivit\u00e0, era sotto gli occhi di tutti. Nella pittura di quegli artisti ricondotti all\u2019Anacronismo, riuniti attorno alla galleria La Tartaruga, gli sembr\u00f2 di ravvisare un ricomporsi della Storia, il presente che si ricollegava con il passato. Non c\u2019era nostalgia in quel guardare indietro, semmai vi si poteva scorgere la figura catastrofica benjaminiana dell\u2019Angelo della Storia che, rivolto con la testa all\u2019indietro, era drammaticamente spinto in avanti dalla bufera (il progresso) verso un futuro pi\u00f9 che mai incerto.<br \/>\nL\u2019Anacronismo fu per Calvesi un\u2019esperienza di breve durata, suffragata in quel momento da un intenso successo di mercato che, nel frattempo, era diventato il nuovo centro di potere, di un potere non pi\u00f9 <em>politico<\/em>, dunque, bens\u00ec <em>economico<\/em>. Sembrava cos\u00ec che l\u2019arte, nella sua \u201cirrimediabile separatezza\u201d, potesse riappropriarsi della propria sostanza, della propria dimensione immaginaria e metafisica, dove hanno origine il senso e il valore.<br \/>\nMa forse cos\u00ec non \u00e8, il vento del progresso (di cui il Covid 19 \u00e8 una conseguenza) va cambiando ulteriormente i comportamenti e finanche, c\u2019\u00e8 da scommetterci, le attitudini mentali. \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 95, autunno &#8211; inverno 2020, pp. 14-15.<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I. Un virus cambia i nostri comportamenti Il 2020 sar\u00e0 un anno da ricordare. E ce lo ricorderemo. 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