{"id":734,"date":"2021-03-09T10:20:17","date_gmt":"2021-03-09T09:20:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.arteecritica.it\/?p=734"},"modified":"2023-07-23T14:17:22","modified_gmt":"2023-07-23T12:17:22","slug":"conversazione-biografica-con-maurizio-camerani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/conversazione-biografica-con-maurizio-camerani\/","title":{"rendered":"Conversazione biografica con Maurizio Camerani"},"content":{"rendered":"<p>Le opere di Maurizio Camerani (Ferrara, 1951) ripercorrono la storia delle ricerche multimediali italiane e delle loro diffuse successive elaborazioni. Sono state pi\u00f9 volte e a buona ragione denominate \u201cvideo ambienti\u201d, poich\u00e9 nel suo lavoro l\u2019integrit\u00e0 di azione e di contesto viene restituita in maniera omogenea dall\u2019immagine trasmessa. Tale omogeneit\u00e0 \u00e8 nata grazie a studi orientati verso la sperimentazione \u201cextra-media\u201d, come la definiva Enrico Crispolti, basata cio\u00e8 sull\u2019uso di vari media scelti e amalgamati tra loro in virt\u00f9 dell\u2019urgenza espressiva.<br \/>\nNel catalogo della mostra <a href=\"https:\/\/www.palazzoesposizioni.it\/mostra\/1998\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>La coscienza luccicante. Dalla videoarte all\u2019arte interattiva <\/em><\/a>(Palazzo delle Esposizioni, Roma, 16 settembre &#8211; 10 ottobre 1998), a cura di Paola Sega Serra Zanetti e Maria Grazia Tolomeo, si legge: \u201cNella ricerca di Maurizio Camerani \u00e8 presente una consistenza scultorea, un confine che segna presenza ed estraneit\u00e0 come tutte le soglie, all\u2019interno delle quali si realizzano forme visuali inedite\u201d. Interessante, per motivi equipollenti, l\u2019uso del concetto di \u201csoglia\u201d: da una parte, \u00e8 interpretabile quale confine tra virtualit\u00e0 dell\u2019immagine e realt\u00e0 dell\u2019espediente performativo; dall\u2019altra, potrebbe coincidere con la zona di transizione tra l\u2019autobiografismo e la narrazione critica della storia; dall\u2019altra ancora, costituirebbe il limite minimo oltre il quale il senso di chiusura e di sconfitta si tramutano in emancipazione e libert\u00e0 di scelta. La \u201csoglia\u201d, comunque, ben si adatta a spiegare il peregrinare di Camerani tra le pieghe dei decenni che lo hanno condotto, oggi, a un ennesimo punto di raccolta; a un rendiconto che, in sostanza, prende la rincorsa verso trame, analisi e opere future.<br \/>\nIn quest\u2019ottica, nei mesi scorsi lo spazio torinese di Francesca Referza, Quartz Studio, ha voluto omaggiare la ricerca di Camerani con <a href=\"https:\/\/www.quartzstudio.net\/exhibitions\/67-mauriziocamerani\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Make a Better World Now<\/em><\/a>, una mostra a cura di Anna Daneri che esplorava le opere degli anni Settanta in vista di un progetto pi\u00f9 ampio che avr\u00e0 luce nei prossimi tempi. Partendo da un\u2019immagine della performance <em>Make a Better World Now<\/em> del 1977, che la curatrice aveva scelto per una conversazione su temi ambientali come parte delle iniziative di Artissima 2019, il progetto espositivo, concepito anche con Massimo Marchetti, si \u00e8 concentrato sulle pratiche artistiche degli anni &#8217;70 e ha condotto a una selezione di opere storicizzate, ripensate e riattivate per l\u2019occasione. I lavori in mostra, alcuni mai esposti prima, sono stati realizzati tra il 1976 e il 1981 ed esemplificano l\u2019indagine dell\u2019artista, prevalentemente condotta allora attraverso azioni collettive urbane, installazioni e performance, in relazione alle ricerche internazionali coeve, e aperta alla traiettoria intrapresa da Camerani con la ricerca video degli anni Ottanta.<br \/>\nIn virt\u00f9 dell\u2019esteso corpus di opere e della sua prolifica e importante sperimentazione, si \u00e8 voluto qui ripercorrere le diverse tappe del suo percorso, come una sorta di conversazione biografica, pur dovendo, nolenti, abbreviare l\u2019ampio elenco di dati e aneddoti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_742\" aria-describedby=\"caption-attachment-742\" style=\"width: 552px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-742\" title=\"Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 2020\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020-min.jpg\" alt=\"Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 2020, veduta della mostra. Foto Beppe Giardino. Courtesy l\u2019artista e Quartz Studio, Torino\" width=\"552\" height=\"732\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020-min.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020-min-300x398.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020-min-600x796.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020-min-768x1019.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 552px) 100vw, 552px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-742\" class=\"wp-caption-text\">Maurizio Camerani, <em>Make a Better World Now<\/em>, 2020, veduta della mostra. Foto Beppe Giardino. Courtesy l\u2019artista e Quartz Studio, Torino<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Federica Maria Giallombardo:<\/strong> Se dovessimo scrivere una biografia, partiremmo senza dubbio dagli anni Settanta, ovvero l\u2019origine di diversi cicli di lavoro in cui convergono performance, fotografia e pittura. Penso ad esempio a <em>Furti di paesaggio<\/em> (1976), esposto anche da Quartz, che illustra dettagli di scritti murali creati con un\u2019ampia variet\u00e0 di tecniche combinate con l\u2019azione performativa della scrittura stessa.<\/p>\n<p><strong>Maurizio Camerani:<\/strong> I primi anni Settanta sono gli anni della mia formazione: hanno influito, da un lato, la frequentazione del DAMS di Bologna con Renato Barilli, Umberto Eco, <a href=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/en\/lamberto-pignotti-riflessioni-sugli-anni-sessanta\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Lamberto Pignotti<\/a>; dall\u2019altro, le grandi mostre viste o soltanto raccontate, come <em>Conceptual Art, Arte Povera, Land Art<\/em> di Germano Celant a Torino (1970), <a href=\"https:\/\/www.documenta.de\/en\/retrospective\/documenta_5\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Documenta 5<\/em><\/a> di Harald Szeemann a Kassel (1972) e <em>Contemporanea 1973<\/em> di Achille Bonito Oliva a Roma. Sono stato testimone della nascita di gallerie quali Massimo Minini, Luciano Inga Pin e di spazi indipendenti come Zona. Nuovi spazi che promuovevano nuove espressioni, dalla Body Art all\u2019Arte Povera alla videoarte. Questa rivoluzione provoc\u00f2 in me (e in molti della mia generazione) una profonda messa in discussione degli insegnamenti accademici precedentemente ricevuti. Da ci\u00f2 deriv\u00f2 il ciclo di opere dal titolo <em>Furti di paesaggio<\/em> (1974-1978), in cui la pratica performativa diventava il mezzo per verificare quanto una formazione artistica tradizionale potesse essere \u201cadeguata\u201d alla restituzione di un contesto ormai profondamente mutato. Il processo dell\u2019imitazione della realt\u00e0 veniva declinato dentro i confini dell\u2019insegnamento accademico, montando in un\u2019unica sequenza le fotografie che documentavano i segni nei muri della citt\u00e0 (quando ancora raccoglievano, come lavagne giganti, le energie del popolo), in una sorta di testimonianza-modello dell\u2019azione artistica. L\u2019esito di tutta l\u2019operazione performativa (lo scrivere sui muri), diviene osservabile soltanto nella sua \u201cfredda\u201d riproduzione fotografica. In questo modo, l\u2019interpretazione anti-espressiva del sapere tecnico riduceva quest\u2019ultimo alla stregua di un reagente chimico, a un repertorio di precetti che non sa pi\u00f9 leggere i diversi aspetti, e a volte inconciliabili, della medesima realt\u00e0. \u00c8 un concetto un po\u2019 ampolloso da spiegare, ma \u00e8 stato tradotto in maniera limpida nell\u2019allestimento della mostra di Quartz.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_739\" aria-describedby=\"caption-attachment-739\" style=\"width: 697px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-739\" title=\"Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 2020\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020_2-min.jpg\" alt=\"Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 2020, due vedute della mostra. Foto Beppe Giardino. Courtesy l\u2019artista e Quartz Studio, Torino\" width=\"697\" height=\"361\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020_2-min.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020_2-min-300x155.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020_2-min-600x311.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Make-a-Better-World-Now-2020_2-min-768x398.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 697px) 100vw, 697px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-739\" class=\"wp-caption-text\">Maurizio Camerani, <em>Make a Better World Now<\/em>, 2020, due vedute della mostra. Foto Beppe Giardino. Courtesy l\u2019artista e Quartz Studio, Torino<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FMG:<\/strong> Il tuo allontanamento dal sistema ha portato alla formazione di un collettivo, il Gruppo Ricerche Inter\/Media. Con questo gruppo hai ideato e organizzato <em>Evento 77<\/em> a Ferrara, generando scambi tra artisti e pubblico all\u2019interno di un canale indipendente dalla pianificazione culturale ufficiale. Tra le opere derivate da <em>Evento 77<\/em>, \u00e8 stata selezionata come fulcro della mostra (e titolo) da Anna Daneri <em>Make a Better World Now<\/em> (1977). Sono curiosa di conoscere le mosse di questa pratica artistica collaborativa.<\/p>\n<p><strong>MC:<\/strong> Nel 1975, da una riflessione sul ruolo dell\u2019artista, nasce l\u2019idea di unire le forze con alcuni artisti ferraresi (Mara Sitti, Giorgio Colombani, Maurizio Cosua) per dare vita a Ricerche Inter\/Media, un collettivo che voleva agire opponendosi sia ai condizionamenti mercantili delle gallerie d\u2019arte, sia ai compromessi politici. Per contrastare tale situazione si professava quindi una completa autogestione dei processi di produzione artistica. Il campo d\u2019azione fu quello della ricerca sulle potenzialit\u00e0 dei linguaggi che si sviluppano ibridando vecchi e nuovi media. Ci premeva in particolar modo la diffusione, trascurata dalla politica dell\u2019amministrazione cittadina, della cultura artistica di avanguardia nel tessuto sociale. In un\u2019ottica pi\u00f9 strumentalizzata, vi era certamente anche l\u2019obiettivo di instaurare una rete di rapporti e di scambi con altri gruppi e collettivi che in quegli anni stavano formandosi a livello internazionale. <em>Evento 77<\/em>, <em>Babilonia<\/em> e <em>La perdita del centro<\/em> sono solo alcune delle produzioni artistiche organizzate dal gruppo fra il 1977 e il 1981. Una delle prime iniziative organizzate fu appunto <em>Evento 77<\/em>: trentacinque artisti di varie nazionalit\u00e0 interagivano con uno o pi\u00f9 \u201cinterlocutori\u201d \u2013 in totale ventisette, tra cui io stesso; ma la maggior parte era estranea al mondo dell\u2019arte \u2013 ricevendo e inviando indicazioni per compiere azioni artistiche attraverso il mezzo postale (con fotografie, diapositive e composizioni sonore). Le relazioni, durate per oltre quattro mesi, hanno prodotto una mole enorme di materiali e di interventi. <em>Make a Better World Now<\/em> \u00e8 una scritta sul muro nata dall\u2019interazione tra me e Robert Rehfeldt: \u00e8 un invito alla presa di consapevolezza e all\u2019azione. La foto della performance \u2013 io che sventolo la bandiera \u2013 \u00e8 stata scattata da Mara Sitti. <em>Vulcano<\/em> (anch\u2019esso in mostra da Quartz) nasce invece da un ideogramma speditomi da Takahashi Shohachiro, che rimandava alla luce, al sole e alla vita: ho voluto trasformare l\u2019idea in scultura, con fogli di carta bianca che plasmano un cumulo simile a un vulcano. L\u2019azione \u00e8 documentata da otto scatti fotografici in sequenza. Infine, <em>Tutti lo sanno, lo scandalo \u00e8 inarrestabile come il nuovo in marcia<\/em> \u00e8 il testo di quattro telegrammi che ho inviato a Mara, con l\u2019indicazione di scrivere la frase in pi\u00f9 punti dello studio.<\/p>\n<p><strong>FMG:<\/strong> Il prossimo capitolo della tua biografia potrebbe essere intitolato \u201cLe produzioni video e la videoscultura\u201d. Fra la fine degli anni &#8217;60 e primi anni &#8217;70 in Italia, al pari di altre esperienze europee e americane, nacquero vari centri di produzione e sperimentazione video: penso a Luciano Giaccari a Varese nel 1968; ad Art\/tapes\/22 di Maria Gloria Bicocchi a Firenze nel 1973; e ovviamente al Centro Video Arte di Ferrara, fondato nello stesso anno da Lola Bonora, che fin dall\u2019inizio \u00e8 stato sia un centro di documentazione delle mostre di Palazzo dei Diamanti, sia un fulcro di produzione e sperimentazione autonoma dei nuovi media. So che tu sei cresciuto immerso in tale contesto; ma vorrei approfondire il percorso che ti ha portato, di sperimentazione in sperimentazione, ad approdare alla videoscultura.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_738\" aria-describedby=\"caption-attachment-738\" style=\"width: 775px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-738\" title=\"Maurizio Camerani, Corpi gemelli, 1995; Maurizio Camerani, Mutamenti, 1995\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Corpi-gemelli-1995-min.jpg\" alt=\"da sinistra: Maurizio Camerani, Corpi gemelli, 1995. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, Mutamenti, 1995. Courtesy l\u2019artista\" width=\"775\" height=\"482\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Corpi-gemelli-1995-min.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Corpi-gemelli-1995-min-300x187.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Corpi-gemelli-1995-min-600x373.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani-Corpi-gemelli-1995-min-768x477.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 775px) 100vw, 775px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-738\" class=\"wp-caption-text\">da sinistra: Maurizio Camerani, <em>Corpi gemelli<\/em>, 1995. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, <em>Mutamenti<\/em>, 1995. Courtesy l\u2019artista<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>MC:<\/strong> Le mie prime esperienze video risalgono sempre al 1977, quando ho filmato in elettronico brevi scorci all\u2019interno del progetto <em>Evento 77<\/em>. Ma \u00e8 solo alla fine degli anni \u201870, dopo l\u2019inizio della collaborazione con il Centro Video Arte, che ho realizzato diversi video monocanale, come <em>Altrove<\/em> e <em>Al di fuori<\/em>. Dal 1982 mi sono dedicato al nuovo medium, con accenni fortemente concettuali; ad esempio, nel video <em>Pensieri domestici<\/em> (1983), la narrazione concitata, frammentata da immagini di occhi lucidi, scatena le emozioni pi\u00f9 profonde, misteriose e repentine. Il video iniziava a citare altri contesti: mi rifacevo a prodotti televisivi come le telenovelas, prendendone dialoghi, colonne sonore e narrazioni. All\u2019inizio degli anni Ottanta, al video monocanale ho accostato delle opere tridimensionali: volevo che i miei dubbi sui linguaggi tradizionali persistessero attraverso l\u2019impollinazione incrociata di video (il mio nuovo strumento) e scultura (la mia esperienza accademica). Si tratta di opere concepite come strutture architettoniche di matrice minimalista, che accolgono al loro interno monitor e pezzi di televisori, attraversati da gesti evanescenti o da narrazioni enigmatiche. Ne \u00e8 un esempio <em>Giardino italiano <\/em>(1984), dove quattro monitor, che trasmettono immagini di un labirinto di alberi e architetture rinascimentali, circoscrivono un giardino \u201cfisico\u201d al cui interno si innalza un albero nodoso scolpito come una roccia. Negli anni Novanta, il mio interesse fu rivolto a esplorare il rapporto intimo con lo spettatore, come avviene nelle opere dal titolo evocativo <em>Difesa personale<\/em> e <em>Io-Io<\/em>. Poi, all\u2019inizio degli anni Duemila, il mio sguardo si \u00e8 rivolto all\u2019osservazione e alla conservazione della natura, come in <em>Zona protetta<\/em> e <em>Osservatorio<\/em>.<\/p>\n<p><strong>FMG:<\/strong> Tante sono state le mostre che hai organizzato o a cui hai partecipato e tantissimi gli artisti che hai conosciuto e frequentato. La tua vita \u00e8 stata costellata da incontri incredibili, scambi che hanno arricchito certamente la tua poetica. Mi piacerebbe, in questa nostra biografia \u201cimmaginata\u201d, che me ne raccontassi qualcuno.<\/p>\n<p><strong>MC:<\/strong> Ne voglio ricordare solo un paio che mi colpirono particolarmente: nel 1984, a Montr\u00e9al, durante la mostra <em>Video 84<\/em>, tra i vari artisti internazionali invitati come Dara Birnbaum, General Idea e Marie-Jo Lafontaine, mi impression\u00f2 in modo particolare Nam June Paik. Non solo mi colp\u00ec per la suggestiva installazione <em>TV Buddha<\/em> e per le altre sue opere di sublime livello; ma la mia attenzione fu monopolizzata dal suo&#8230; maglione! Almeno di tre taglie pi\u00f9 grande, sformato, scolorito e pieno di buchi; probabilmente preda di una colonia di tarme molto aggressive. Un vero capolavoro! Il secondo incontro memorabile fu a Taormina nel 1991, durante il festival video <em>Dissensi<\/em> (curato da Valentina Valentini), dove a me, all\u2019amico Antoni Muntadas e a Vito Acconci avevano commissionato un\u2019opera di videoscultura presso il parco pubblico. Acconci, con l\u2019ironia e il gusto per il paradossale che lo caratterizzava, costru\u00ec con i cartapestai siciliani due giganteschi suggestivi bamboccioni, con monitor inseriti nei pi\u00f9 strani punti del corpo. Ma anche in questo caso, il ricordo che ho di lui \u00e8 un altro. Alla conferenza stampa arriv\u00f2 naturalmente tardissimo, da vera rockstar, con una benda nera sull\u2019occhio, tipo pirata: la conferenza fu il resoconto dettagliato di come si era infortunato in hotel mentre si accendeva una sigaretta. A seguire, proiett\u00f2 una serie di slides di suoi progetti che regolarmente venivano rifiutati: in altre parole, fu la presentazione ufficiale di un elenco di fallimenti; un\u2019apologia degli insuccessi. Geniale!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_743\" aria-describedby=\"caption-attachment-743\" style=\"width: 785px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-743\" style=\"-webkit-user-drag: none; display: inline-block; margin-bottom: -1ex;\" title=\"Maurizio Camerani, Altrove, 1981; Make a Better World Now, 1977; Osservatorio, 1994; Boa, 1993;  Tutti lo sanno, lo scandalo \u00e8 inarrestabile come il nuovo in marcia, 1977\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani_veduta-dinsieme-min.jpg\" alt=\"da sinistra in alto, in senso orario: Maurizio Camerani, Altrove, 1981, Video \u00be U-Matic PAL trasferito su supporto digitale, 8\u201920\u201d, Collezione GAM Torino. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 1977, stampa fotografica su carta, cm 40 x 60. Courtesy l\u2019artista e Quartz Studio, Torino; Maurizio Camerani, Osservatorio, 1994, Collezione Campiani, Brescia. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, Boa, 1993. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, Tutti lo sanno, lo scandalo \u00e8 inarrestabile come il nuovo in marcia, 1977, stampa fotografica su carta, cm 30 x 40. Courtesy l\u2019artista e MLB Gallery, Ferrara\" width=\"785\" height=\"712\" srcset=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani_veduta-dinsieme-min.jpg 830w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani_veduta-dinsieme-min-300x272.jpg 300w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani_veduta-dinsieme-min-600x544.jpg 600w, https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/maurizio-camerani_veduta-dinsieme-min-768x697.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 785px) 100vw, 785px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-743\" class=\"wp-caption-text\">da sinistra in alto, in senso orario: Maurizio Camerani, <em>Altrove<\/em>, 1981, Video \u00be U-Matic PAL trasferito su supporto digitale, 8\u201920\u201d, Collezione GAM Torino. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, <em>Make a Better World Now<\/em>, 1977, stampa fotografica su carta, cm 40 x 60. Courtesy l\u2019artista e Quartz Studio, Torino; Maurizio Camerani, <em>Osservatorio<\/em>, 1994, Collezione Campiani, Brescia. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, <em>Boa<\/em>, 1993. Courtesy l\u2019artista; Maurizio Camerani, <em>Tutti lo sanno, lo scandalo \u00e8 inarrestabile come il nuovo in marcia<\/em>, 1977, stampa fotografica su carta, cm 30 x 40. Courtesy l\u2019artista e MLB Gallery, Ferrara<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>FMG:<\/strong> Successi, insuccessi, s\u00ec; ma so anche della tua lunga assenza dall\u2019arte. Una \u201cpausa\u201d che \u00e8 stata avvertita come una rincorsa verso una nuova \u201csoglia\u201d; un nuovo resoconto, necessario per concepire con occhi e cuore inediti se stessi e la propria arte (parafraso le tue parole, sussurratemi in mezzo al frastuono di gente e di suoni alla mostra torinese).<\/p>\n<p><strong>MC:<\/strong> Nella vita di un artista, oltre ai momenti di grande produttivit\u00e0 e fermento di idee, sono compresi anche i momenti di riflessione e di \u201cvuoto\u201d. La mancanza apparente di attivit\u00e0 a volte pu\u00f2 essere salutare, anzi necessaria per preparare le basi per la riattivazione di nuovi percorsi. La riattivazione di energie e le nuove pratiche artistiche hanno iniziato a prendere corpo nel 2014, in occasione di una personale presso MLB home gallery; ma \u00e8 dal 2019, con un intervento di lightbox-sonoro nella Torre Prendiparte di Bologna (curato da Maria Livia Brunelli), che si \u00e8 riattivato un entusiasmo che era soltanto congelato. In un secondo intervento nel 2019, presso la galleria <a href=\"http:\/\/www.unimediamodern.it\/homepage\/archiviomostre\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Unimediamodern<\/a> di Caterina Gualco a Genova, ho proposto i <em>Furti di paesaggio<\/em> (tutti allora inediti). E alcuni mesi fa, per la personale da Quartz, ho iniziato a rileggere la complessa operazione di <em>Evento 77<\/em>.<\/p>\n<p><strong>FMG:<\/strong> Ora che abbiamo guardato al passato, tornando un po\u2019 ragazzini, giochiamo a immaginare il futuro: dalla \u201csoglia\u201d, cosa vedi?<\/p>\n<p><strong>MC:<\/strong> Arriva il tempo in cui bisogna chiudere ci\u00f2 che si \u00e8 lasciato in sospeso. Negli anni Settanta si aprivano porte una dopo l\u2019altra; nemmeno il tempo di costruire, che gi\u00e0 correvamo dietro a un\u2019altra idea. Adesso vorrei offrire una seconda possibilit\u00e0 a ci\u00f2 che \u00e8 stato: riprendere l\u2019entusiasmo di allora e costruire un futuro di idee, progetti, forme nuovi. La scultura entra nello spazio e lo segna; il video delimita e scandisce il tempo. Vorrei continuare a studiare il corpo della videoscultura, convivendo con pulsioni contrapposte e fondendo, l\u2019uno nell\u2019altro, lo spazio e il tempo.<\/p>\n<p><em>Arte e Critica, n. 95, autunno &#8211; inverno 2020, pp. 83-86.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_1104\" aria-describedby=\"caption-attachment-1104\" style=\"width: 684px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" class=\"wp-image-1104\" title=\"Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 2020, Quartz Studio, Torino\" src=\"https:\/\/www.arteecritica.it\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/\u00a9bg-QZ-Maurizio-Camerani-005-1-570x400.jpg\" alt=\"Maurizio Camerani, Make a Better World Now, 2020, veduta della mostra. Foto Beppe Giardino. 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