Se si approcciasse la ricerca di Francesco Cavaliere aka Francis Knight come la lettura di una pagina di epica classica, un ottimo esercizio sarebbe quello di iniziare dalla formula latina che recita nomina sunt omina, ovvero i nomi sono presagi. Cavaliere di nome e di fatto: colui che viaggia a cavallo di uno spirito animalesco, un esploratore di mondi fantastici, un Don Chisciotte che si scontra con macchine celibi, un rabdomante che segue le vibrazioni del sotterraneo e ancor più del subacqueo. Cavaliere che all’anagrafe è il cognome, come quello di Alik, con il quale in una stravagante genealogia certamente condivide il tentativo di racchiudere in forme plastiche tridimensionali, affidate a materiali eterogenei e spuri, l’afflato del (sovran)naturale e delle sue mutevoli variazioni.
In una recente esposizione, Prodigy Kid,1 firmata a quattro mani con Leonardo Pivi per la VII Biennale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna, il paladino guadagna perfino un’armatura. L’opera Il Cavaliere Leonardo (2019), in parte statua antropomorfa e in parte corazza indossabile e utilizzabile, incorpora e protegge chi la abita anche solo temporaneamente. Gli elementi di cui è composta sono tegole, coppi, parti di anfore e residui di vasellame, l’elmo desunto da un orcio porta impresse come orifizi alcune sagome zoomorfe che, da lontano, per paraedolia, tendono a figurare duo occhi e bocca, l’essenza di un viso. Qui le apparenti mancanze, le fessure, assumono un valore simbolico, totemico, l’evocazione degli spiriti animali, altre lacune, invece, come quelle dei mosaici esposti o quelle delle leggende da cui l’intero lavoro prende avvio, fungono da innesco per costruire ipotesi narrative che deviano dalla trama e si spingono nell’immaginario.
Il lavoro in duo e la dimensione collaborativa attraversano i progetti di Francesco Cavaliere fin dalla prime collaborazioni con Xing a Bologna a metà degli anni 2000, che aggregavano intenzionalità e immaginari lontani (da Riccardo Benassi a Invernomuto, da Luciano Maggiore a Claudio Rocchetti) unificati dalla produzione sonora. Esempio cardine di questa traiettoria è Green Music (2017-19), esperienza di musica visiva ideata con Tomoko Sauvage. L’ambiente sonoro si sviluppa a partire da una collezione di oggetti accomunati dalla colorazione smeraldina che risuonano insieme alle vibrazioni prodotte sollecitando superfici acquose dalle tonalità verdastre. Un’atmosfera bagnata e gocciolante che ritrova la sua ispirazione primaria nelle composizioni e nell’ossessione cromatica dell’artista fluxus danese Henning Christiansen, ma che allo stesso tempo offre una prospettiva verso l’indagine atlantidea che l’artista toscano continua a portare avanti. Il continuo riferimento al mito, alla credenza popolare è strettamente connesso all’uso della scrittura, alla fascinazione per il racconto orale e alle infinite possibilità poetiche che sono riscontrabili perfino nei titoli delle opere. Squame Mosaico, Guanto Parabola, Gancio Cielo, Lancio Meta Meteo offrono accessi plurimi all’accezione delle parole composte e si configurano come termini immaginifici di stampo carrolliano. Il mondo impalpabile, i personaggi metamorfici e le situazioni fluttuanti che Cavaliere è capace di impaginare nello spazio paiono trovare però solide radici nella sua terra d’origine.
Nasce a Piombino, città che sorge nel tratto finale della cosiddetta Costa degli Etruschi, civiltà a cui ha dedicato alcune ricerche confluite nell’album omonimo della band Etrusca 3D nata con il musicista Spencer Clark. È la cultura orale ancora una volta a costituire l’elemento di maggiore attrazione verso tradizioni antiche, anzi ancestrali, forse perché come sosteneva Walter Ong essa è espressione di un carattere enfatico e partecipativo, forse per l’immediatezza della percezione o, forse, perché avvicinarsi al verbale, al vocale permette di insinuarsi in un discorso millenario (ri)attualizzandolo, facendolo proprio per un instante per poi offrirlo nuovamente agli altri.
Claudio Musso: Nel tuo processo creativo, spesso, le storie fantastiche hanno un potere germinale. Sembra esserci un contatto diretto tra lingua e linguaggio, una oralità che è racconto, suono e… Ti sei mai chiesto da dove provenga?
Francesco Cavaliere: Uscendo dall’aspetto più personale, penso che il racconto, l’oralità germinale, sia un aspetto piuttosto primordiale. Una formula spontanea che accade, la si continua; si desidera farla sapere, è un bisogno… una necessità. Qualcosa che esiste, già nel manifestarsi del suono come elemento fisico, per esempio.
CM: Descriverei la tua ricerca come una chimera in cui sovente riesco a riconoscere una zampa, il suo carattere plastico, e una coda, la sua componente acustica. Un lato scultoreo, oggettuale, installativo, spaziale e un lato sonante, impalpabile, favoloso, diafano.
FC: Se le mettiamo così, un piede fatto di racconti sui fulmini che distruggono sculture, una lingua prensile incomprensibile fatta di sfere di vetro e alabastro cenerino, che si sdoppia, concentra e traduce, vicendevolmente, il carattere agitato di ombre fm che si insinuano come una volpe che si arrotola su una nube di venti, gioca a tre sette e si rigira. La coda liquida alta che scintilla e oscilla spedita come fuochi d’artificio per l’aldilà. Tre insetti tripli guardiani sul naso che proteggono le caverne delle narici. Un oggetto con cui si confida, non risponde, ma comprende tutto.
FC: A chi la faresti dipingere?
CM: Se potessi scegliere liberamente dalla storia dell’arte, ti risponderei immediatamente facendo il nome di Alberto Savinio, sublime creatore di chimere. Percepisco assonanze tra il tuo modo di fondere volto e paesaggio, umano e animale, terrestre e acquatico negli scenari di Leonora Carrington. Venendo alla nostra generazione, penso che la contaminazione e il miscuglio delle dimensioni di cui parli sarebbe una bella sfida per Oscar Giaconia, virtuoso delle superfici pittoriche e collega al Politecnico delle Arti di Bergamo, mentre esprimendo un desiderio mi sarebbe piaciuto ammirare una traduzione segnica bifronte e polimorfica realizzata da Elena Xausa. Del resto, anche per il libro Gancio Cielo: DNA Clepsydra (Nero, 2022), tu e Idioletta vi siete affidati ai disegni di Viola Leddi.
CM: Nel tuo progetto più recente, Abyssal Creatures, che dopo il Serralves Museu de Arte Contemporanea di Porto ha fatto tappa all’Accademia di Belle Arti di Bologna prima di approdare a New York, corpi vitrei sono utilizzati come casse di risonanza per una composizione sonora irradiata nell’ambiente e attivata dal tuo intervento performativo. Un processo di metamorfosi che si cristallizza e appare volatile come i riflessi sulle superfici pellucide.
FC: Per adesso questo insieme animale è composto da tre sculture sonore, Sàbanas I, Aliquomàs, Enquomanàsc e una scultura prototipo in cristallo trasparente dalla testa iridescente, Phalaminàsh0, detta Corp0 (o Body0), che è il prototipo più piccolo di cristallo esposto da ISSUE Project Room a New York negli spazi di UrbanGlass in primavera. La trasparenza delle superfici, anche se colorate, si amalgama con l’invisibilità del suono che vive, esce e rientra all’interno. Vetro e suono per me hanno molti fattori comuni e potenziali immaginari. Attraversare/farsi attraversare, illudere/scomparire, trasformarsi/mai cristallizzarsi, riempirsi/espandersi, rimbalzare/rifrangersi, scomporsi/frantumarsi…
Arte e Critica, n. 99, inverno – primavera 2023/2024, pp. 78-79.
1. Prodigy Kid. Francesco Cavaliere e Leonardo Pivi, a cura di Daniele Torcellini, MAR Museo d’Arte della città di Ravenna, 8 ottobre 2022 – 8 gennaio 2023.