Cesare Pietroiusti. Newton, un’epopea della caduta

PER CIRCA DUE MESI CESARE PIETROIUSTI, CON UN MICROFONO LAVALIER COLLEGATO A UN PICCOLO REGISTRATORE PORTATILE ATTACCATO PER LA MAGGIOR PARTE DEL TEMPO ALLA CINTURA DEI PANTALONI, HA REGISTRATO IL SUONO PRODOTTO DA UNA SERIE DI CADUTE DI OGGETTI DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE PROVOCATE. CADUTE C0MUNQUE TUTTE ACCIDENTALI, DOVUTE A MALDESTREZZA, A ERRORI DI VALUTAZIONE, DISTRAZIONE, FRETTA, EVENTI CHE L’ARTISTA HA DEFINITO MICRO-TRAUMI, CHE «PUR NELLA LORO DISARMANTE E ORDINARIA BANALITÀ, CI RAMMENTANO LA NOSTRA SOGGEZIONE – CHE È AL TEMPO STESSO ADATTAMENTO E CONTRASTO, UTILIZZO E FALLIMENTO – ALLA FORZA DI GRAVITÀ».
L’OPERA SONORA CHE NE È DERIVATA, CONCEPITA COME UN VINILE ALL’INTERNO DELLA “XONG COLLECTION – DISCHI D’ARTISTA”, CURATA DA XING, È INTITOLATA, NON A CASO, NEWTON  E PUÒ ESSERE LETTA COME UNA SORTA DI EPOPEA DELLA CADUTA, AGITA, SUBITA E OSSERVATA DALL’ARTISTA STESSO.

Roberto Fassone: Immagina un gruppo di ottanta persone che si raduna un sabato sera a Bologna per ascoltare le registrazioni dei suoni derivanti dalle cadute di oggetti: calzini, chiavi, monete. Alcuni dicono sia un caso che questo raduno sia avvenuto d’autunno, quando cadono le foglie. Altre dicono che nulla avviene per caso. A ogni modo, è tutto molto strano ma bello. Un uomo con i baffi ti racconta di come e quando questi oggetti sono caduti. Quando fa partire il disco con i suoni, uno zaino si affloscia sul terreno. Finito l’ascolto le persone iniziano a fare domande a Cesare Pietroiusti, un artista italiano nato il 21 marzo 1955, un giorno dopo di me, lo scopro mentre scrivo queste righe. Sono orgoglioso di poter dire che Cesare è stato uno dei miei maestri.
Le persone gli fanno delle domande:
«Cesare, ci potresti raccontare qualcosa di come registravi questi suoni?»
«E del perché li hai registrati?»
«Ci hai detto di essere ossessionato con queste cadute. Io sono ossessionato dalla stranezza della nostra esistenza. Pensi che questi due pensieri si trovino in qualche tipo di relazione?»
«Queste registrazioni di microeventi mi fanno pensare alle dimensioni di queste cadute. Tu hai generalmente registrato piccole cadute ma a me sono venute in mente altre cadute (più grandi di intensità e significato): mia nonna che cade dalle scale, le Torri Gemelle, un meteorite che precipita sulla Terra, etc…»
«Nella raccolta ci sono cadute di monete. E ho pensato a I Ching, che sono anche loro monete e che devono cadere per dirci qualcosa. L’altro giorno poi leggevo di come un giorno un mazzo di tarocchi sia caduto dalla libreria scoprendo una carta rivelatoria a Jodorowsky. E poi le foglie che cadono lentamente (si depositano) sul tè. Per non parlare dei dadi. Non tanto una domanda, è più un’osservazione, quasi come se la caduta fosse anche una risposta».
«Ti è mai capitato di inciampare e le persone hanno riso? Perché mi è venuta in mente la mia prof. di inglese che inciampa e cade entrando in classe. E mi ricordo che per me era impossibile pensare di non ridere. Ecco, credo che le cose che cadono, oltre a potenziali tragedie, possano anche far molto ridere. Ci hai mai pensato?»
«Mi hai fatto venire in mente di fare una video raccolta con tutte le statue di santi che cadono. Sai che ci sono un bel po’ di video online?»
«Anche Duchamp faceva cadere dei fili sulla tela e poi ridisegnava la forma della caduta».
«Hai mai bestemmiato quando ti è caduto qualcosa? Hai tirato giù qualche madonna?»
«Ma l’etimologia di cadere è la stessa di chance? E tomber e tomba? È tutto legato?»

 

Cesare Pietroiusti, NEWTON, LP (Xong collection XX14, Xing 2024), lato
Cesare Pietroiusti, NEWTON, LP (Xong collection XX14, Xing 2024), lato

 

Cesare Pietroiusti: Sì, è tutto legato. Ricordo il laboratorio IUAV a cui tu partecipasti nel 2009 su “Esperienze di tempo non-lineare”: fu uno dei più belli e divertenti che io abbia mai fatto e il tuo lavoro esposto sulle pareti della Fondazione Gervasuti era un estenuante ed esilarante esercizio sul ricominciare-sempre-daccapo. Anche in questi giorni sono a Venezia, ancora una volta impegnato in un laboratorio con una cinquantina di studenti e proprio venerdì scorso ho provato a immaginare, insieme a loro, come si potesse visualizzare il tempo illimitato. Provare a non limitarsi al concetto di tempo lineare, con l’istante che separa il passato dal futuro, ma provare anche ad andare oltre la circolarità del tempo delle stagioni e delle rivoluzioni terrestri. Pensare a un tempo, cioè, che includa la vita individuale all’interno di un tragitto che consideri il “prima” (della nascita) e il “dopo” (la morte) come categorie che già e comunque comprendono energie e sostanze che si coagulano in quella vita. Provare a immaginare di esserci già, con tutto il resto, da prima e per sempre. Questo pensiero di unità con il tutto, così ben espresso in italiano con la combinazione “tutt’uno” (in cui l’apostrofo è essenziale), è alla base di molta ricerca artistica degli ultimi, diciamo, trent’anni, che parla di relazioni, processi, collaborazioni, corpi collettivi. È tutto legato. Poi c’è la gravità, quella forza che è talmente pervasiva e inevitabile che la diamo per assodata (strana parola, forse c’entra l’uovo cosmico delle dottrine orfiche panteistiche più segrete…) e non la pensiamo mai. Anzi, direi, la travisiamo poiché, se dovesse stare per arrivare un meteorite, sicuramente tutti attribuiremmo a esso l’energia distruttiva, senza renderci conto che è la nostra amata Terra che lo sta avidamente risucchiando a sé. Anche la nonna che cade e si rompe il femore: avrà fatto un movimento sbagliato… nessuno penserà che, per un attimo, non ce l’ha fatta a resistere al richiamo newtoniano. Ce l’hanno insegnato a scuola – no? – che la forza di gravità attira tutti gli oggetti verso il centro della Terra in misura direttamente proporzionale alla massa e inversamente proporzionale al quadrato della distanza. Sai che ti dico? Che uno se ne può accorgere proprio nei momenti più banali, quando una nocciolina ti sfugge dalle mani dopo che l’hai appena sbucciata: è lì che senti la presenza di una forza malevola che, letteralmente, ce l’ha-su-con-te, ed è lì che vedi l’asse terrestre, la linea che continua quella della caduta della nocciolina, dalle tue mani giù giù fino al centro della Terra. Di nuovo, è tutto legato, siamo tutti legati. Il nostro essere è fondamentalmente condizionato, o forse dovremmo dire costituito, formato e sostanziato, dalla necessità di organizzare la temporalità, e dalla necessità di resistere alla forza di gravità. Mi piace pensare che alla pesantezza di questi due obblighi ontologici l’artista risponde inventandoci dei giochi. Pensiamo a Boetti, Opałka, Trisha Brown, Merce Cunningham.
Anche io sono orgoglioso di poter dire che Fassone ha appreso qualcosa da me.

Firenze, 18 ottobre 2024, pomeriggio / Venezia, 22 ottobre 2024, mattina

Arte e Critica, n. 100, primavera 2025, pp. 28-29.

Roberto Fassone
Roberto Fassone